venerdì 5 agosto 2011

il Fatto 4.8.11
Ecco dove Alemanno scarica i Rom
Viaggio tra i 350 abbandonati in via Salaria Un bimbo muore folgorato a Tor de’ Cenci
di Silvia D’Onghia


Avrebbe compiuto un anno il 31 agosto e invece è l’ennesima vittima dell’indifferenza di una politica che vive di slogan. Ieri pomeriggio ha perso la vita un altro bambino rom, stavolta nel campo nomadi di Tor de’ Cenci, a Roma. Stava giocando con una pallina nel container della nonna, quando la pallina è finita sotto il frigorifero. La manina ha toccato un filo elettrico, probabilmente scoperto, e il piccolo ha chiuso gli occhi. Inutile il trasporto all’ospedale Sant’Eugenio, dove è arrivato già morto. Il campo di Tor de’ Cenci, sulla via Pontina, ospita circa 350 persone ed è in piedi da 20 anni: ciclicamente ne viene proposta la chiusura, ma alla fine rimane sempre lì, con le sue baracche e i suoi roghi quasi quotidiani. Il nuovo vice-sindaco della Capitale, Sveva Belviso, che proviene da quel territorio, ha promesso più volte di trovare una soluzione che invece non è mai arrivata, nonostante le continue petizioni dei cittadini. Ieri ne ha annunciato la chiusura entro l’anno. Alemanno lo avrebbe dovuto sgomberare nell’autunno scorso, ma il suo Piano nomadi va avanti a favore di telecamera.
 ANCHE perché, se la soluzione è scaricare le persone nel centro di accoglienza di via Salaria 971, allora son quasi meglio i container. Ci sono stati ieri mattina il responsabile Sicurezza del Pd Roma, Alberto Mancinelli e i consiglieri democratici Paolo Masini e Daniele Ozzimo. E hanno trovato una situazione “vergognosa”. Il centro occupa un’area molto vasta, ma è composto da sette casermoni all’interno dei quali vivono, stipate, 350 persone, 50 a camerata. Tutti insieme, senza distinzione di etnie o di genere. Sono kosovari, bulgari e romeni. A delimitare le “camere da letto”, se mai si possono definire così, ci sono reti metalliche modello cantiere edile. I letti non esistono, solo materassi accatastati a terra. Al posto dei comodini, cassette della frutta rovesciate. “All’interno manca la corrente elettrica – denuncia Mancinelli –, gli unici allacci sono nei corridoi”. Ma questo, forse, è il meno. “Non ci sono pannelli ignifughi, per cui se prende fuoco una coperta si rischia la strage. Un buon 40 per cento del centro è chiuso perché mancano le norme di sicurezza. Non c’è un presidio medico”. I pasti sono assicurati dalla cooperativa “Ristora”, “e sono dignitosi”, ma all’esterno dei capannoni c’è una lunga fila di cucine a gas con tanto di bombole. “Ogni rom costa intorno ai 60 euro al giorno. Non c’è un’auto della municipale o della polizia – prosegue Mancinelli –, la vigilanza è affidata a una cooperativa privata: quattro uomini per tre turni al giorno”. Dal centro i rom possono entrare e uscire liberamente, in qualsiasi orario, nessuno li controlla, ma non possono ricevere le visite dei parenti. “‘Questo è un lager, dateci una mano’, ci hanno sussurrato in molti, prendendoci in disparte. Due uomini ci hanno addirittura chiesto una mano a cercare le loro mogli, che chissà dove sono finite dopo lo sgombero del campo in cui vivevano”, ancora Mancinelli. Il paradosso? Oltre la recinzione del centro c’è un campo abusivo.
 MA C’È un altro problema, ben più grave: nel centro vivono 130 minori, la maggior parte dei quali in età da scuola materna o elementare. Peccato che questi bambini rischino di vedersi negato il diritto allo studio. “Una bambina mi ha raccontato, contenta, di essere stata promossa in quinta, in una scuola dall’altra parte della città – spiega Paolo Masini –. Solo che ora che è arrivata in via Salaria non sa se potrà frequentare un altro istituto, e quale. Nessuno ha parlato con i dirigenti scolastici, che stanno formando le classi. Non è stato previsto un pulmino e si ventila addirittura l’ipotesi di mandarli in sole due scuole vicine. Così si verranno a creare delle classi ghetto”. Sempre che i bambini non tornino a mendicare per le strade, anche perchè la giunta Alemanno ha chiuso l’ufficio anti-mendicità voluto da Veltroni: “Ci votarono contro perché era soltanto uno – ricorda Masini –, ora hanno chiuso persino quello”.
 Alemanno ha dichiarato di aver fatto eseguire 130 sgomberi di campi abusivi: “Vogliamo sapere quanto sono costati e perché sono stati affidati a ditte esterne e non all’Ama”, conclude Mancinelli.

il Fatto 4.8.11
Puglia
San Raffaele, interrogazione dell’Idv

Al ministro della Salute e al ministro dell’Economia, il deputato dell’Idv, Antonio Palagiano, ha rivolto un’interrogazione parlamentare sul maxi investimento stanziato dal governatore pugliese Nichi Vendola per la realizzazione, a Taranto, dell’ospedale San Raffaele del Sud. “Da un articolo apparso su ‘Il Fatto Quotidiano’, il 2 agosto, si apprende la notizia che il governatore Vendola ha intenzione di investire 200 milioni di euro regionali per la realizzazione del più grande ospedale pubblico del Mediterraneo – premette il deputato Palagiano –. Da quanto si evince, il finanziamento sarà interamente a carico dei cittadini, mentre la gestione resterà privata, nelle mani della Fondazione San Raffaele di Don Verzè”. Il testo dell’interrogazione prosegue riprendendo altre parti dell’articolo di Marco Travaglio. In conclusione il deputato scrive: “È più opportuno un investimento volto a potenziare e innovare i due nosocomi esistenti nel tarantino”. Palagiano ritiene poco efficiente un investimento di soldi pubblici in una struttura che verrà amministrata da Don Verzè. D’accordo anche il collega di partito, Pierfelice Zazzera, che si è sempre occupato dei problemi sanitari pugliesi, con interrogazioni sulle emissioni dell’Ilva. “Si tratta di un’interrogazione sacrosanta. Non si capisce perché Vendola voglia sopprimere due nosocomi già esistenti. Ricordo un’altra contraddizione del governatore: nel 2007, vennero stanziati 250 mila euro per istituire il registro delle malattie tumorali. Ma non fu mai realizzato. Uno sbaglio enorme perché il cancro si affronta soprattutto con la prevenzione, non con costosi istituti privati”. (Rob. Zun.)

l’Unità 4.8.11
Il caso a Treviso Il giudice ha autorizzato una donna, testimone di Geova, a rifiutare le terapie
«Amministratore di sostegno» Il marito incaricato di far rispettare le volontà della moglie
«Il malato terminale può decidere lo stop alle cure»
di Toni Jop


Il caso risale a gennaio e va indirezione contraria rispetto a quanto previsto dalla legge sul fine vita in discussione. Le volontà della donna sono state accettate dal giudice che le ha “blindate” con un decreto.

Pochi ci avevano fatto caso quando, a gennaio, il giudice aveva decretato, in sostanza: la signora ha diritto di rifiutare le cure quando e se i medici riterranno che saran-
no divenute inutili ai fini della sopravvivenza. Ma ora ecco che quell' atto giuridico diventa notizia, fa discutere, esce dai confini regionali mentre sembra in dirittura d'arrivo la legge nazionale che “spezzerà le reni” a quel provvedimento e alla libertà degli individui. Una bolla a tempo che si è gonfiata, cioè, nella imminenza di disposizioni sul “fine vita” dettate dall’oscurantismo di questo governo. Il caso coinvolge una coppia di coniugi, entrambi testimoni di Geova, residenti nel trevigiano. Lei è gravemente malata, la sclerosi non si ferma anche se a tratti sembra dare respiro. Mesi fa era stata ricoverata in condizioni pessime e ai medici aveva detto: «Voglio che mio marito possa negare il consenso alle emotrasfusioni e alle altre terapie volte a protrarre artificiosamente la mia vita laddove i medici ritengano che la mia situazione sanitaria sia senza speranza». Nata a San Polo di Piave quarantotto anni fa, aveva in pratica disposto che il marito diventasse depositario e artefice delle sue disposizioni testamentarie dopo un ventennio trascorso a combattere il male che la affliggeva. In ospedale aveva subito una tracheotomia, indispensabile per alleggerire i problemi respiratori. Stava a letto, in convalescenza, quando aveva chiesto di poter parlare con un giudice civile.
L’INTERVENTO DEL GIUDICE
Così, la dottoressa Clarice Di Tullio le si era seduta accanto e aveva ascoltato: la paziente le aveva proposto di poter nominare suo marito «amministratore di sostegno», figura giuridica non infrequente nelle case di riposo dove sia necessario provvedere ad alcuni atti che l’ospite non è in grado di svolgere. Il giudice le aveva dato ragione incaricando il marito con un decreto che lo autorizza anche a far rispettare le volontà della moglie a proposito del rifiuto delle cure ormai inutili. Particolare interessante: la donna aveva bocciato i medici che le suggerivano l’urgenza di una tracheostomia, ossia la versione permanente della tracheotomia e pare abbia fatto comunque la scelta giusta perché la sua situazione clinica, smentendo le previsioni, è nettamente migliorata consentendole di tornare a casa.
La dottoressa Di Tullio aveva lavorato con grande coscienziosità e aveva tratto le sue conclusioni dopo aver ancorato la sua decisione al codice deontologico dei medici nonché all’orientamento sostenuto a livello europeo sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina. Nessun intervento medico può essere messo in campo se il paziente non è informato e non concede il suo consenso: il principio è semplice, ben piantato nel diritto e anche la Cassazione l’aveva ribadito affermando che non c’è intervento medico legittimo al di fuori di questo “recinto”, altrimenti si sfonda nel campo delle illecite intromissioni nella sfera dell'autonomia di un essere umano e delle sue decisioni fondate sulla sua libera coscienza. La Procura di Treviso aveva dato il suo placet al provvedimento del giudice Di Tullio giudicandolo «motivato, articolato, condivisibile e – ciò che più conta ineccepibile sotto il profilo giuridico». Questa fondatezza riconosce quindi al marito della signora ammalata la facoltà di disporre, nel caso lei dovesse perdere conoscenza, che le cure non le prolunghino inutilmente vita e sofferenze. Soddisfatti i testimoni di Geova: «Questa sentenza ha restituito dignità alla volontà e alle libertà delle persone», hanno scritto. Nel caso in cui dovesse intervenire una legge insensibile a questa cultura, il decreto della giudice perderebbe ogni efficacia e lo Stato italiano la sua umanità.

mercoledì 3 agosto 2011

La Stampa 3.8.11
Giovani, indignarsi non basta
di Abraham B. Yehoshua

Sei mesi fa un giovane scrittore mi ha invitato come ospite di un suo laboratorio di scrittura. Sono arrivato a una casa in uno dei quartieri più eleganti di Tel Aviv il cui bel salone era affollato da una sessantina di giovani scrittori e poeti ansiosi di ricevere suggerimenti da un esperto collega. Prima di rispondere alle domande ho però detto loro: se fossi venuto a parlare della possibilità di riscattare il movimento laburista israeliano ci sarebbero state a malapena 3 o 4 persone ad ascoltarmi.
Mi sono ricordato di questo episodio osservando, stupito e soddisfatto ma anche preoccupato e confuso, le tendopoli sorte in questi giorni in Israele in segno di protesta contro la politica del governo. Una protesta decisa e autentica nella quale già si riconoscono segnali di aggressività da parte di giovani e meno giovani e incentrata, per il momento, su una sensazione di impotenza dinanzi al continuo e insostenibile aumento dei costi delle case e degli affitti. È chiaro tuttavia che dietro a tale protesta si nasconde un disagio più profondo, conseguenza del crescente indebolimento dello stato sociale e dei valori di solidarietà che sono stati per anni il fondamento dello stato ebraico. E nonostante l’economia israeliana abbia resistito bene alla crisi finanziaria globale sono stati i ceti medio bassi della popolazione a sobbarcarsi il fardello di questo successo al prezzo di una crescente difficoltà a sbarcare il lunario e di un divario sempre più ampio tra le classi sociali.
Ma questa protesta spontanea potrà trasformarsi in una presa di posizione politica e ideologica tale da garantire risultati a lungo termine in parlamento e una svolta nella linea politica dell’attuale governo? Oppure resterà una contestazione un po’ infantile, ricca di espedienti e di creatività mediatica che si esaurirà da sé, o in seguito a qualche rassicurante promessa di riforma, reale o immaginaria, già fatta dal governo Netanyahu?
Dopo tutto Israele non è la Siria o l’Egitto, nazioni prive di infrastrutture politiche e ideologiche in grado di incanalare le proteste o la «rivoluzione» democratica in atto. Israele non ha bisogno di Piazze Tahrir né di manifestazioni violente nelle principali città. Qui abbiamo partiti politici con lunghi anni di esperienza e i membri del partito laburista, di quello comunista arabo-israeliano e del Meretz alla Knesset, persone competenti e affidabili, conoscono bene i problemi sociali del Paese e già da molti anni parlano del crescente divario fra le classi e del fatto che, anche se il tasso di disoccupazione non è alto rispetto ad altri Paesi occidentali, molti lavoratori si trovano al di sotto della soglia di povertà. Tali rappresentanti propongono serie soluzioni economiche per alleviare il crescente malessere e costruiscono modelli ideologici su come mantenere lo stato sociale senza precipitare in un deficit finanziario come quello della Grecia o della Spagna. Purtroppo gli organizzatori della protesta delle tendopoli e altri cittadini in difficoltà non supportano pienamente la sinistra democratica e sono ancora indecisi se impegnarsi in un’attività politica in vista delle future elezioni. E mentre decine di migliaia di persone sfilano in cortei nelle strade delle grandi città solo poche decine sono disposte a presenziare ai raduni dei candidati del partito laburista in corsa per la leadership.
Per quale motivo? Non c’è dubbio che il tradimento del presidente Shimon Peres e del ministro della Difesa Ehud Barak, ex leader del Labour, che hanno spinto il partito a perseguire una politica sociale di destra e che poi, per opportunismo politico, lo hanno abbandonato unendosi alle fazioni di Sharon e Netanyahu, hanno danneggiato la reputazione del movimento socialdemocratico lasciandolo lacerato e impoverito. Ma ora che questo movimento cerca il riscatto grazie a leader seri, giovani o anziani, non potrà ricostruire una vera forza politica senza il sostegno dei ceti meno abbienti e senza l’entusiasmo di ragazzi che, usciti dall’apatia, hanno deciso di protestare coraggiosamente contro il governo.
Talvolta è la ricca e vivace vita culturale israeliana a prendere il posto di un’attività politica organizzata e pure le comunicazioni via Internet e la rete sociale Facebook creano un clima di beato narcisismo che non sprona la gente a recarsi a votare nel giorno delle elezioni. La destra israeliana è forte, ben organizzata e gode del sostegno incondizionato dei partiti religiosi che beneficiano di generosi sussidi, sia negli insediamenti illegali dei territori occupati sia nelle roccaforti dei centri di studio religiosi. E infatti non ci sono molti religiosi osservanti nelle tendopoli sorte nelle varie città. Se perciò i giovani organizzatori dell’attuale protesta non vogliono che il loro movimento rimanga un episodio isolato dovranno impegnarsi a portare avanti un grigio e costante lavoro politico per rivitalizzare il movimento socialdemocratico che ha dato ottimi risultati nel periodo della creazione di Israele e nel suo governo per lunghi anni. È vero, l’attività politica può essere sfibrante, frustrante e riservare non poche delusioni. Ma chi pensa di poter rimanere in disparte ed evitare di sporcarsi le mani lascerà il campo ad altri che porteranno avanti una politica di tipo diverso e si ritroverà in una tenda stretta e soffocante come parte di una protesta forse di tutto rispetto ma inefficace.

La Stampa 3.8.11
Ecco perché ho rinunciato al referendum anti-porcellum
di Stefano Passigli

Caro Direttore, alcuni mesi fa, assieme a grandi personalità della società civile, annunciai un referendum abrogativo degli aspetti più intollerabili dell’attuale legge elettorale. Oggi le chiedo ospitalità a nome del comitato promotore per annunciare la rinuncia a proseguire la raccolta delle firme ed illustrarne le ragioni. Scopo del referendum era in primo luogo obbligare il Parlamento a modificare il Porcellum, pena il vedere abolite in via referendaria quelle liste bloccate che sono un affronto alla democrazia rappresentativa, e quel premio che trasformando una minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi mette a rischio le istituzioni della Repubblica. La legge risultante dal referendum manteneva la proporzionale già presente nel Porcellum, ma la correggeva in senso maggioritario abrogando qualsiasi deroga allo sbarramento del 4% e riducendo così la frammentazione introdotta dal turno unico del Mattarellum e rafforzata dal premio di maggioranza del Porcellum.
Iniziata la raccolta delle firme, alcuni parlamentari, tra cui Veltroni, Castagnetti e Parisi, con Di Pietro e alcuni esponenti del Sel, hanno annunciato un «contro referendum» per reintrodurre il Mattarellum. Malgrado il nostro tentativo di non dividere il fronte referendario dichiarando una moratoria nella raccolta delle firme e invitando ad una azione comune, gli stessi hanno egualmente depositato i loro quesiti, dichiarando apertamente di voler fermare il nostro referendum. Poco importa che i loro quesiti non fossero in grado di superare il vaglio della Corte Costituzionale e di far rivivere il Mattarellum. E poco importa che il turno unico del Mattarellum fosse - al pari del premio di maggioranza del Porcellum - la principale causa di quella disomogeneità delle maggioranze di governo che ha provocato il fallimento dei governi Prodi e Berlusconi. Nel momento in cui la crisi dei debiti sovrani rende necessario un massimo di coesione nazionale, e la crisi della maggioranza possibile il ricorso ad elezioni anticipate o a governi istituzionali, ci è sembrato prioritario non dividere le opposizioni. Di fronte a due referendum contrapposti, destinati ad un probabile fallimento che avrebbe compromesso per sempre le possibilità di modificare in via referendaria la legge elettorale, il comitato promotore - considerata la reciproca disponibilità a non procedere oltre - ha deciso di rinunciare alla raccolta delle firme. Se però torneremo a votare con le liste bloccate e il premio di maggioranza, è bene che i cittadini sappiano che la responsabilità è interamente di quanti hanno voluto un controreferendum puramente strumentale.
La nostra iniziativa non è stata però inutile. In primo luogo, la riforma della legge elettorale è tornata nel dibattito politico, e si è dimostrato che se il Parlamento fallisse nel compito di riformare la legge i cittadini avrebbero lo strumento per farlo. In secondo luogo, la nostra proposta ha mostrato l'inconsistenza di alcuni luoghi comuni propagandati negli ultimi anni: un esame comparativo mostra ad esempio che, eccezion fatta per la Francia, alternanza e competizione bipolare si accompagnano in tutta Europa a sistemi elettorali proporzionali variamente corretti, mentre nel sistema maggioritario per eccellenza - l’Inghilterra – il turno unico ha prodotto un sistema tripolare in cui un governo di coalizione si è formato solo dopo le elezioni. L’affermazione che il bipolarismo è il prodotto del maggioritario, mentre la proporzionale produce frammentazione e instabilità, è insomma decisamente smentita dalla realtà dei paesi europei.
Un ulteriore luogo comune è l’affermazione che con il voto i cittadini debbano eleggere non solo il Parlamento ma anche il governo. Mentre ciò avviene nei sistemi presidenziali, che però conoscono appositi pesi e contrappesi, in un sistema come il nostro che i Costituenti nel 1947 e i cittadini nel 2006 hanno voluto parlamentare, non si vede come si possa pretendere che elettori cui non è concesso di scegliere i propri rappresentanti debbano però eleggere il governo. Pretesa oltretutto ipocrita: l’attuale governo Berlusconi si regge infatti su di una maggioranza formatasi in Parlamento, e diversa da quella uscita dalle urne.
Infine, intorno al nostro referendum si è registrata un’imponente mobilitazione della società civile che domanda di non abbandonare la battaglia per modificare il Porcellum. A questa domanda porteremo risposta con la costituzione di un «Movimento per la riforma elettorale» che riproponga l’abolizione delle liste bloccate e del premio di maggioranza, e il cui primo atto sarà l’organizzazione, in autunno a Roma, di un grande convegno. Solo attraverso una selezione della classe politica che ridia spazio ai cittadini sottraendola alle oligarchie di partito, ed un ritorno ad un corretto equilibrio tra poteri che ne mantenga l’assetto previsto dalla Costituzione, potremo salvare il nostro sistema politico dal rischio crescente dell’antipolitica da un lato, e di partiti personali e di un’eccessiva concentrazione di potere dall’altro.
*Docente universitario ed ex parlamentare

l’Unità 3.8.11
Sentenza pubblica Dopo sette anni di attesa la condanna di due dei quattro frati accusati
Lawrence Grench il primo a denunciare gli abusi in lacrime: «Ora altri avranno più coraggio»
Malta, in galera i frati pedofili dell’orfanatrofio
Condannati a 5 e a 6 anni i due frati pedofili sotto processo a Malta per gli abusi sugli orfani. Il giudice per leggere la sentenza, per la prima volta pubblica, ha impiegato due ore. Fuori, lacrime di commozione delle vittime.
di Charlot Zhara


Dopo un'attesa di sette anni da parte delle vittime, è arrivata ieri una doppia sentenza di condanna per due frati della Società Missonaria di San Paolo riconosciuti colpevoli di abusi sessuali commessi dagli anni Ottanta fino al 2003. I due frati Charles Pulis e Godwin Scerri sono stati condannati rispettivamente a sei e cinque anni di reclusione.
La sentenza lunga nelle motivazioni più di 100 pagine è stata letta ieri mattina nel tribunale maltese presieduto dal magistrato Saviour Demicoli. I due frati – che hanno annunciato che ricorrerranno in appello – non hanno tradito alcuna emozione in aula mentre il giudice leggeva il dispositivo della sentenza per quasi due ore. Neanche mentre il giudice entrava nel merito delle prove degli 11 casi di abusi esibite dall’accusa, tutti ai danni di ragazzini di età compresa tra i 13 e i 16 anni al momento dei fatti, che erano sotto la loro custodia. Otto di questi caso sono accaduti nell'orfanatrofio di San Giuseppe a Hamrun mentre un'altro caso è accaduto nella colonia estiva di Marfa, sempre di proprietà della stessa società missionaria San Paolo.
Il terzo frate accusato di pedofilia – Charles Bonnett – è morto lo scorso gennaio all'età di 63 anni e quindi non è comparso in giudizio. Un quarto frate, Conrad Sciberras,
non è finito sotto processo perché aveva già abbandonato da tempo Malta e quando le accuse sono divenute pubbliche è rimasto a Roma della Casa generalizia della società San Paolo.
La condanna di ieri chiude un trauma che ha profondamente scosso la comunità cattolica maltese. E a differenza di quanto avvenne nel settembre di sette anni fa, quando emerse lo scandalo, e il giudice ordinò il divieto di pubblicazione di qualsiasi contenuto del processo, ieri il divieto è stato tolto e la lettura del giudizio pertanto è stata pubblica. Sicuramente ha giocato su questa decisione l’atteggiamento di papa Bendetto XVI che, durante la sua visita dell’aprile dell’anno scorso a Malta, proprio incontrando le vittime dell'orfanotrio di San Giuseppe, aveva chiesto un'accelerazione del giudizio nel caso sia penale sia ecclesiastico, nei confronti dei responsabili. Su quanto era avvenuto nell’orfanatrofio di San Giuseppe era stato infatti aperto un fascicolo da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dal monsignor Maltese Charles Scicluna, che si occupa dei casi dei preti pedofili in Vaticano. Ma proprio ad aprile Lawrence Grech, portavoce degli orfani violentati accusava la Curia maltese di cercare di insabbiare il processo ecclesiastico contro i frati.
Ieri parlando ai giornalisti fuori del tribunale, Grech, con le lacrime che gli scorrevano copiose sulle guance, si è detto soddisfatto delle condanne. «Adesso molte vittime che avevano paura a parlare, potranno avere più coraggio e far uscire tutta la verità», ha detto. «So che molti di loro hanno preso droga o tentato il suicidio, e persone come queste che oggi sono state riconosciute colpevoli sono responsabili anche di tutto questo perchè un trauma del genere non si dimentica, mai», ha insisito. «Le scuse non possono bastare, questi preti devono essere cacciati dalla Chiesa Cattolica», ha concluso.

il Fatto 2.8.11
Nàrraci, o Nichi, le gesta di don Verzé
di Marco Travaglio


Dev’esserci un misterioso black-out che ostruisce le comunicazioni fra Puglia e Lombardia. Ieri infatti, mentre a Milano è sempre più probabile il fallimento della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé, sprofondata in un buco di quasi 1 miliardo, a Bari il governatore Nichi Vendola conferma “di voler investire 200 milioni di euro nel più grande ospedale pubblico del Mediterraneo, il San Raffaele del Sud, l’opera che Taranto merita”. Ospedale pubblico nel senso che i soldi li mettono i cittadini pugliesi: 60 milioni già anticipati al San Raffaele, altri 14-150 in arrivo, sempre a carico dei contribuenti. La gestione invece (la chiamano “sperimentazione gestionale”) resterà privata, privatissima, affidata alla stessa Fondazione del prete affarista, già cappellano di Craxi e di Berlusconi, ma anche di Vendola. Presentando a Milano il progetto con lui alla vigilia delle regionali del 2010, don Verzé ebbe a benedire la campagna elettorale del compagno Nichi: “È un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore. Tutti segni del carisma che il Signore gli ha dato. Lo dovete eleggere ancora presidente della Regione Puglia. Almeno per altri 5-10 anni. Volete il San Raffaele a Taranto? Allora fate votare Vendola! Anche Berlusconi mi ha detto che lo stima molto, lo ritiene una persona per bene”. E ho detto tutto: “Io credo alla santità dell’uomo. E sia Berlusconi sia Vendola possiedono un fondo di santità. Se i pugliesi non saranno così illuminati da rieleggere Vendola, io lo nominerò comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”. Un quadretto edificante, non c’è che dire, se non fosse che nella pia opera finanziata dalla Regione il San Raffaele non metterà un euro: il partner privato che si accollerà una parte dei costi verrà scelto con una gara di project financing, ma non sarà il San Raffaele (e meno male, visto che ha le casse vuote e 500 milioni di debiti coi creditori, tanto che qualcuno comincia a domandarsi che fine abbiano fatto i 60 milioni già anticipati dalla Regione Puglia). Fra l’altro la fondazione San Raffaele del Mediterraneo, appena nata, ha già dovuto cambiare presidente perché l’assessore al Bilancio Michele Pelillo, finanziatore istituzionale della società, aveva avuto la bella idea di mettere a presiederla un suo socio di studio, l’avvocato Paolo Ciaccia, costretto a dimettersi per le prevedibili polemiche sul conflitto d’interessi. Un replay del caso Tedesco, nominato assessore alla Sanità da Vendola malgrado la sua famiglia fosse fornitrice della Sanità regionale. Si dirà: molti malati di Taranto devono emigrare fuori città o fuori regione, dunque il nuovo mega-ospedale serve. Mica tanto: il San Raffaele dovrebbe rimpiazzare i due vecchi ospedali tarantini, il SS. Annunziata e il Moscati che, per quanto decrepiti, vantano 680 posti letto contro i 580 di quello nuovo. Le domande a questo punto nascono da sole. 1. Non è meglio, in una delle regioni col bilancio sanitario più dissestato, investire qualche milione per ammodernare i due ospedali esistenti, anziché buttare 200 milioni in uno nuovo che per giunta farebbe perdere 100 posti letto? 2. Cos’è saltato in mente a Vendola di affidarne la gestione (analisi costi-benefici, bando di gara per progettazione e costruzione, direzione sanitaria) al San Raffaele, “partner privato scelto – denuncia l’alleato Antonio Decaro, capogruppo Pd in Regione – in via diretta senz’alcuna procedura di evidenza pubblica”? 3. Non è opportuno rimettere tutto in discussione almeno ora, visti i “requisiti gestionali” dimostrati dal San Raffaele sull’orlo del crac? Onde evitare un nuovo caso Tedesco nella sanità pugliese, forse è il caso che Vendola risponda alle contestazioni dei suoi stessi alleati, ma soprattutto ai dubbi di tanti elettori, con un’adeguata “narrazione”. Possibilmente non in poesia, ma in prosa.

il Fatto 3.8.11
Le mie ragioni su don Verzé
di Nichi Vendola


Direttore, nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune, la Asl, lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) erano autentici “buchi neri” e non solo dei rispettivi bilanci. Il più inquinato capoluogo del Sud era passato dalle gesta populiste di Giancarlo Cito alla finta modernità aziendale di Rossana Di Bello. Un disastro che porta Taranto al record del più importante dissesto finanziario dell’intera storia italiana. Sullo sfondo di queste miserie altre miserie, la povertà esplosiva di periferie in totale abbandono, l’ingorgo di ciminiere industriali mai monitorate e, per aria e nel mare, tonnellate di inquinanti di ogni tipo. Ecco Taranto. Una città appesa alle millanterie della peggiore destra italiana, ma anche una città malata, oppressa dai veleni e dalla paura, prigioniera della propria disperazione. Io ho impegnato l’azione della mia amministrazione su molti fronti: innanzitutto quello ambientale, imponendo all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e dei furani, e poi una normativa anti-benzoapirene, portando i controlli a tappeto su tutto il territorio ionico.La politica è stata per decenni il notaio degli interessi dei grandi gruppi industriali allocati a Taranto, con noi è cambiata la musica. Poi abbiamo dotato la rete sanitaria del Tarantino di infrastrutture e grandi macchine, perché la domanda di salute è particolarmente pressante laddove per oltre un secolo la città ha vissuto con l’amianto e con altri ingredienti funesti. Ma il ciclo della salute non può che essere, insieme alle bonifiche ambientali, una delle grandi linee strategiche di un diverso modello di sviluppo. Il punto è tutto qui. I due ospedali tarantini, il Santissima Annunziata e il Moscati, sono due strutture vetuste ed obsolete, del tutto inadeguate ad attrarre una domanda di ricovero e cura che è in costante fuga verso il nord e verso il circuito privato. Ricordo a me stesso che la mobilità passiva (e cioè i ricoveri fuori provincia) della sola Asl di Taranto costa alla Puglia circa 120/130 milioni di euro all’anno: come se ogni anno la mia regione regalasse un nuovo ospedale alla Lombardia. Per questa ragione abbiamo deciso di dotare Taranto di un ospedale pubblico di livello internazionale, un’opera di oltre 200 milioni di euro.
MA CHE COS’È un ospedale? E cos’è un ospedale connesso all’università e quindi alla didattica e alla ricerca? Forse qualcuno pensa che si tratti di disegnare delle scatole e poi di riempirle di tecnologie e di équipe sanitarie. Non è così facile. Un ospedale è un’azienda che deve durare nel tempo, deve cercare di nascere in sintonia con le migliori pratiche mediche, deve essere una struttura che conosce la realtà epidemiologica del proprio territorio. Si poteva affidare a un qualche ufficio tecnico locale la pratica del nuovo polo della salute? Diciamo che la fantascienza mal si concilia con la prosa amministrativa. Abbiamo peccato nell’affidare al Centro ricerche dell’Università Bocconi la predisposizione del progetto preliminare? Io non credo. Potevamo scegliere di continuare a rattoppare i nosocomi esistenti? Certo, ma io penso che Taranto meritasse e meriti una risposta di radicale innovazione. Appunto: un polo della salute (cura, didattica, ricerca). Come lo facciamo? Qui entra in campo il San Raffaele di Milano, per una semplice ragione. Si tratta dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che occupa il primo posto nella classifica italiana degli Ircs. Si tratta dell’Università privata anch’essa saldamente in testa alla classifica della qualità. Cosa fa la Regione Puglia con il San Raffaele di Milano? Regala soldi a don Verzé? E io ignoro forse che don Verzé è amico del premier? Provo a rispondere. Noi non regaliamo un euro a nessuno. La struttura è pubblica, noi non abbiamo alcuna cointeressenza finanziaria col San Raffaele di Milano, il fatto che don Verzé sia amico di Berlusconi non cambia la classifica della qualità scientifica del polo milanese della salute. A me sta a cuore solo Taranto. Il San Raffaele è partner di una fondazione in cui la Regione Puglia è l’attore centrale e controlla la cabina di regia di questo progetto: questa fondazione ha la gestione sperimentale dello start up e dei primi 3 anni di vita del futuro complesso sanitario. Finita la fase sperimentale la Regione decide come proseguire.
NEL NUOVO ospedale ci sono gli stessi identici posti letto previsti dal piano di rientro per i due nosocomi attualmente funzionanti. I contratti che medici e infermieri stipuleranno saranno quelli del pubblico impiego. Ovviamente noi, di fronte all’attuale crisi del San Raffaele di Milano, abbiamo sospeso la pubblicazione del bando per la progettazione, in attesa che la situazione si chiarisca. Se il San Raffaele fallisce noi cercheremo un nuovo partner e andremo avanti. Comunque andrà Taranto avrà il suo polo ospedaliero nuovo e sarà una grande opera pubblica. Lo dico ai miei critici in buona fede: le scelte sono tutte opinabili, chi ha responsabilità pubbliche deve ogni giorno assumere decisioni. Spesso si può sbagliare. Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale né intendo fare affari con lui (anche perché io non faccio affari).
STO SOLO tentando di dare una grande chance a una città che ha troppo sofferto. Caro Direttore, approfitto della tua generosa ospitalità per una nota a margine. Da circa 30 mesi rispondo, quasi tutti i giorni, sulle brutte storie della sanità pugliese. Non mi sono mai nascosto dietro a un dito, non ho mai minimizzato la portata della “questione morale” anche nel centrosinistra. Ho sempre riconosciuto il mio errore di presunzione (chi lavora con me non può farsi neppure sfiorare da tentazioni diaboliche). Tuttavia, ho anche rivendicato la radicalità e la tempestività con cui ho reagito alle prime avvisaglie delle inchieste. Anzi, ho cercato di fare di più. Ho voluto una legge, l’unica che c’è in Italia, che scolpisce un percorso di formazione e selezione del management sanitario, lo affida a selezionatori indipendenti e di grande autorevolezza scientifica, lo sottrae al negoziato con i partiti. Se Dio vuole, abbiamo sfidato la cattiva politica.

il Fatto 3.8.11
Ora lasci perdere quel diavolo di prete
di Marco Travaglio


La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori. 1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari. 2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avessenominatoproprioallaSanitàquandoTedescoci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese. Se è a quel caso che allude quando ammette l’“errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato provadiunapreoccupanteinsensibilitàaiconflittid’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamenteinlineacolsuoexpartito(Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri). Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessoreinquisito(ecimancherebbealtro).MaLe pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?
3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd. Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?
4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?
5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con unonuovoda580(comerisultaa me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione. Forse la sanità pugliese, una dellepiùindebitated’Italia,dovrebberisparmiarequattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era megliocolmarloconi200milionidestinatiadonVerzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?
6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora. Forse unagarapubblicaavrebbefattoemergereibuchineri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti. Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.
7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova? 8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?

il Fatto 3.8.11
Il decreto Maroni è legge, per 18 mesi reclusi nei lager
Passa al Senato la norma che estende la permanenza nei Cie L’opposizione si appellerà alla Corte di giustizia europea
di Silvia D’Onghia


La permanenza degli immigrati per 18 lunghi mesi nei Centri di identificazione ed espulsione è legge. Ieri il Senato ha convertito il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che in teoria dovrebbe recepire una direttiva comunitaria, con 151 sì e 129 no. La maggioranza ha fatto quadrato intorno al titolare del Viminale, per cui nulla ha potuto la compattezza (finale) di Pd, Idv, Udc e Terzo Polo. Qualche “errore” – si spera – nella votazione segreta degli emendamenti (chiesta dall’Udc) potrebbe infatti esserci stato, il che ha autorizzato Maroni a parlare di “principi condivisi”. Ma il risultato finale non cambia.
 Non sono neanche state ascoltate le voci che arrivavano da Piazza Navona, dove il Forum immigrazione del Partito democratico , la Cgil, la Federazione nazionale della Stampa, Articolo 21 e le associazioni che ogni giorno assistono gli stranieri si erano ritrovate per un sit-in di protesta. Certo, dicono gli organizzatori di “LasciateCie entrare”, un risultato positivo è stato ottenuto: nel-l’Aula di Palazzo Madama è passato, infatti, l’ordine del giorno della senatrice Pd Marilena Adamo che “impegna il governo a predisporre ed adottare le misure necessarie a consentire ai giornalisti e agli operatori dell’informazione l’accesso ai centri per immigrati e richiedenti asilo, modificando le regole d’accesso”.
 MA SI TRATTA di una vittoria parziale e non vincolante, che Maroni potrebbe decidere di non tenere in considerazione, e che comunque riguarda la circolare, firmata sempre dal ministro, che vieta alla stampa l’ingresso nei centri. Un provvedimento distinto dal decreto sui rimpatri. La piazza sa che i numeri al Senato non ci sono e il presidio dura giusto un’ora, neanche il tempo di aspettare la votazione. Al megafono si alternano i protagonisti di una protesta che vedrà, a partire da settembre, numerose altre iniziative.
 Con la consapevolezza, però, che le strade da percorrere sono molto lunghe. Guai, infatti, a nominare il capo dello Stato e la possibilità che non firmi il decreto Maroni. “Non si può tirare per la giacchetta il presidente della Repubblica, che ha altre funzioni”, è la cantilena del Pd, stavolta espressa dal senatore Vannino Chiti: “Dovremo invece vigilare sul ministero dell’Interno, che deve ritirare e modificare la circolare che limita l’accesso alla stampa”. Un po’ più di coraggio nelle parole dell’idv Felice Belisario: “Chiediamo a Napolitano un’attenta valutazione”. Gli strumenti da utilizzare sembrano essere quelli giuridici: il ricorso alla Corte costituzionale e quello alla Corte di Giustizia europea. Perché, se è vero che la normativa comunitaria prevede la possibilità che uno straniero rimanga in un Cie per 18 mesi, questa deve essere supportata dai caratteri della straordinarietà. E, invece, quello che accadrà in Italia è presto detto.
I 13 Centri di espulsione sono già, a tutti gli effetti, dei luoghi di detenzione preventiva, in cui gli immigrati vengono privati di diritti fondamentali (per esempio parlare con il proprio avvocato) e non conoscono il proprio futuro. Gli attuali sei mesi di permanenza (un tempo già abnorme) non sono sufficienti al Viminale per avere certezza dell’identificazione, ma soprattutto per reperire i fondi per i rimpatri o gli accompagnamenti alla frontiera. Se la polizia non ha la benzina per le volanti, figuriamoci se si trovano gli aerei per riaccompagnare in patria gli stranieri (oltre tutto in assenza di validi accordi bilaterali). E allora i 18 mesi servono a prendere tempo, ma soprattutto a calmare la pancia della Lega.
Bisognerà capire se la miccia accesa lunedì dai richiedenti asilo reclusi nel Cara di Bari continuerà a bruciare e se assisteremo ancora a scene come quella della settimana scorsa a Milano, quando un marocchino, con moglie e figli in Italia, ha tentato il suicidio dopo aver saputo che la sua detenzione era passata da 6 a 8 mesi.

martedì 2 agosto 2011

Corriere della Sera 2.8.11
La sai l’ultima su Platone?
Intellettuali, avari, donne: così si rideva nell’antica Grecia
di Eva Cantarella

Se pensiamo ai greci li immaginiamo mentre discutono di politica nell’agorà, mentre sacrificano agli dèi, mentre durante i simposi dibattono questioni come «cosa è la giustizia» . Non, certamente, mentre si raccontano barzellette, cosa che invece a quanto pare facevano spesso. Quella che la scuola ci ha trasmesso, infatti, è la cultura «alta» dei greci. Ma esisteva anche una cultura in senso ampio, antropologico, di cui faceva parte — appunto — anche il piacere di divertirsi raccontandosi storielle spiritose. Ed è interessante ascoltarle (oggi, ovviamente, leggerle) per capire il senso greco dell’umorismo. Dove trovarle? Inutile, ovviamente, cercare nelle fonti maggiori, quelle letterarie, storiche o filosofiche, dove, se mai, è possibile trovare discorsi sul valore e gli effetti del riso, in verità non sempre positivi: Socrate ad esempio (nella Repubblica di Platone), afferma che non bisogna «essere in ogni caso amanti del riso: generalmente, infatti, quando ci si abbandona a grandi risate, questo comporta anche un mutamento interiore» ; e Aristotele (De virtutibus et vitiis) scrive che «è proprio dell’intemperanza essere amanti del ridicolo, del motteggio e della battuta facile, e l’essere faciloni nel parlare e nell’agire» . Opinioni non da poco, certamente, ma che a quanto pare non ebbero grandi effetti sul comportamento popolare. Come sta chiaramente a dimostrare una fonte minore, ma non per questo non interessante: Philogelos, l’unica raccolta di barzellette a noi giunta dell’epoca classica, di cui è in libreria una traduzione con testo greco a fronte e un’introduzione (Philogelos. Cuorcontento. Barzellette greche dei nostri avi, a cura di Giuseppe Vergara, Grauseditore, pagine 190, e 15). Sono 265, all’incirca, le storielle raccolte (i dubbi sul numero esatto dipendono dalle numerose ripetizioni), divise in sezioni articolate in sottotitoli che indicano la tipologia dei personaggi di cui ci si faceva beffe: gli avari, fra gli altri, i pavidi, gli invidiosi… impossibile citarli tutti. Limitiamoci ad alcune tipologie: le donne (specie se vecchie, secondo un topos caro ai greci, perennemente assetate di sesso). Un giovane uomo, dice un raccontino, dà ordine ai suoi servi di mandare a chiamare due vecchie in calore: «A una di loro, dice, date da bere. Con l’altra fate l’amore» . E le due vecchie, in coro: «Ma noi non abbiamo sete!» . Altra tipologia: gli abitanti di alcune città cui si attribuiscono capacità mentali non particolarmente brillanti. Cominciamo dagli abitanti di Abdera: uno di questi, cui era morto un passerotto, vedendo uno struzzo dice: «Se il mio passerotto fosse campato, adesso sarebbe grande come lui» . Un altro è in barca, ma non spira un alito di vento; avendo sentito dire che le cipolle sprigionano aria, ne riempie un sacco e lo appende a poppa. Non molto diversa la fama degli abitanti di Sidone: un centurione di quella città raccomanda ai soldati: «Sedetevi molto, oggi, perché domani la marcia è lunga» . Infine, i cittadini di Cuma: uno di essi, sotto la casa di un amico, lo chiama per nome; poiché quello non risponde, un passante suggerisce «chiamalo più forte» . E il cumano, subito: «Ehi, più forte!» . Ma l’oggetto privilegiato di sbeffeggio sono gli intellettuali (in greco scholastikoi), ai quali sono dedicate ben 103 barzellette, del tipo: uno scholastikos ha sognato che calpestava un chiodo e si è fasciato un piede; un amico gliene chiede il motivo e poi commenta: «Hanno ragione a dire che siamo stupidi: perché mai vai a dormire scalzo?» . E qui ci fermiamo, ma val la pena leggere anche le altre. Più o meno divertenti che oggi le si trovi, contribuiscono a far conoscere un aspetto della cultura antica al quale gli studiosi hanno dedicato solo sporadicamente attenzione (segnaliamo, per chi vi avesse interesse, le indagini di Renzo Tosi (Philogelos e comicità popolare, 1982), e di Mario Andreassi (Le facezie del Philogelos. Barzellette antiche e umorismo moderno, 2004). Ben venga dunque, questa nuova traduzione, che consente anche ai non specialisti di conoscere questo aspetto singolare della grecità.

Corriere della Sera 2.8.11Dino Camnpana e Sibilla Aleramo
Sibilla e Dino, passione e fughe «Bruceremo soli sulla terra» Il poeta finì in manicomio «Ti prego, liberami da qui»
di Paolo Di Stefano


Ci sono tanti misteri nell’amore disperato tra il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo. Tanti misteri su cui la corrispondenza tra i due non riesce del tutto a far luce. Si sa che fu un amore disperato e violento. Ma per capirci qualcosa bisogna partire da una constatazione banale: Sibilla fu nella vita di Dino il solo amore, lui fu per lei uno dei moltissimi, anche se quell’incontro le sconvolse la vita. Sul perché le sconvolse la vita, Sebastiano Vassalli (autore di un romanzo-verità memorabile sul poeta di Marradi, La notte della cometa) ha un’idea, che non tutti condividono. L’idea chiara è la sifilide, diagnosticata come nefrite e «congestione cerebrale» . Il 3 agosto 1916, quando a Barco, nel Mugello, riceve la prima visita della Aleramo, Campana è già gravemente malato, oltre che «pazzo» : l’estate precedente aveva avuto una «paralisi vasomotoria al lato destro» . Probabilmente Sibilla sa ancora poco di lui, del suo continuo girovagare per l’Italia, del soggiorno enigmatico in Argentina, dei ricoveri, dei problemi economici, degli incidenti con la polizia e dei ripetuti arresti, delle fughe in Svizzera, delle ossessioni e della malattia che ormai lo costringe a zoppicare con un occhio fisso. Sa però che qualche anno prima l’ «uomo dei boschi» aveva tentato i primi, sfortunati, contatti con i circoli culturali dell’avanguardia fiorentina (Soffici e Papini avevano perso il manoscritto delle sue poesie) e soprattutto tiene tra le mani una copia dei Canti orfici, stampati in mille copie nel giugno 1914 da un tipografo di Marradi. Sibilla è stata rapita dall’intensità visionaria di quel libro, ha anche letto la recensione di Emilio Cecchi su «La Tribuna» , ha già scambiato diverse lettere con lo stesso Campana, ha buttato giù una sua poesia ispirata ai Canti: «Cuor selvaggio,/musico cuore,/chiudo il tuo libro,/le mie trecce snodo...» . Quell’incontro nell’Appennino toscano è una «deflagrazione» . L’introduzione del carteggio (Un viaggio chiamato amore, Feltrinelli, a cura di Bruna Conti), ricostruisce il prima e il dopo. La Aleramo deve comunicare al suo amante, il diciassettenne poeta Raffaello Franchi, di essersi innamorata di Campana. È un sogno da cui Sibilla dice di non volersi svegliare, ma dura poco. In tre soli giorni scrive una decina di lettere: «Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto» , «Ho fede sai, tanta. Staremo insieme tanto. Guardiamo lontano. Amore. Baciami» , «Saremo soli sulla terra. Bruceremo» . Dino tace. E l’amore si capovolge ben presto in una «storiaccia» fatta di scenate, insulti, botte, fughe, lunghe separazioni, inseguimenti, brevi ritorni e di nuovo scenate, insulti, botte... A metà agosto si incontrano in una frazione sperduta negli Appennini, ma già qualcosa si incrina, la «nevrastenia» di Campana va e viene a ondate e diventa delirio, furore. Dino riprende a girovagare, poi torna nelle sue montagne. «Come fare a dirti che t’adoro, a mandarti qualche piccola parola che brilli e t’accarezzi più delle stelle?» , gli scrive Sibilla. Le rare risposte passano dal tu al Voi: «Come sapete ho la testa vuota. Piena del vento iemale che empie questa valle d’inferno» . Alla fine di settembre partono per Marina di Pisa, dove le cose precipitano: «Sghignazzava stridulo sinistro ed aggiungeva vituperi e sputi» . Sibilla chiede aiuto a Cecchi: «C. è malato profondamente, nevrastenia con mania acuta di fuga e annientamento» . Ottobre e novembre sono mesi difficili: si trovano e si riperdono. Ci si mette anche la gelosia e tutto si sfascia, al punto che Sibilla fugge esausta a Sorrento dopo avergli scritto: «Ti amo, soffro, sentimi (...), Dino, saprò aspettare» . Invece non aspetta e non aspetta neanche lui: «Sono troppo stanco e troppo ammalato. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto (...). Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore» . E il 7 dicembre le rinfaccia di essere andata via senza avvertirlo e le comunica che ha passato una notte con la «russa incredibile» conosciuta qualche mese prima. Cinque giorni dopo: «Io non merito di essere amato da lei. Ci separiamo» . In gennaio la Aleramo gli procura la visita da un noto psichiatra, Eugenio Tanzi, che consiglia un ricovero, ma Campana si rifugia in Piemonte. Probabilmente anche Sibilla ha bisogno di curarsi: «Cane arrabbiato che m’hai morso, muoio ma ti taglieranno la testa» . Secondo Vassalli, non c’è bisogno di chiedersi di che morso si tratta. L’amore è finito, anche quando Dino le chiede perdono e la prega di tornare da lui, e Sibilla gli risponde con parole piene di sospiri. Nel dramma verranno coinvolti i Cecchi e altri amici più o meno lontani, utilizzati come intermediari e ambasciatori, mentre Dino la cerca ovunque e lei fugge. Si ritroveranno brevemente, per l’ultima volta, a Novara, da dove Campana l’ 11 settembre la informa di essere stato arrestato: «Vieni a vedermi» . Lei andrà e tramite un magistrato milanese riuscirà a farlo ricondurre a Marradi. «Vieni a vedermi, ti prego» le scriverà ancora il 17 gennaio 1918 dal manicomio fiorentino di San Salvi, «se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita» . Ma senza risposta. Lo scambio epistolare vivrà vicissitudini analoghe: negli anni subì furti e manipolazioni, prima che la Aleramo lo «sistemasse» per consegnarlo alle stampe. Anche sulla storia di quelle carte i misteri non finiscono. 

l’Unità Lettere 2.8.11
Onfray e le religioni monoteistiche
risponde Luigi Cancrini

Sembra ormai una costante: più sono criminali più si definiscono credenti, e soprattutto ciò sembra valere per i "cristiani-cattolici". La triste riprova in Norvegia. Siamo nel 2011 e si continua ad uccidere in " nome di Dio", al grido di" Dio lo vuole". Ma Dio esiste? E se la risposta è positiva, allora ne segue un'altra: perché permette di uccidere in nome proprio?
Enrico

Inevitabile ripensare, di fronte alle farneticazioni di Borghezio, alleparole di Michal Onfray, filosofo francese fra i più noti e i più1polemici del nostro tempo. Le religioni monoteiste, a suo avviso, sonostate e sono le sole in grado di provocare odii implacabili e guerre religiose. L'Islam e il cristianesimo, da questo punto di vista, hanno una storia particolarmente lunga e sanguinosa ravvivata ancora, negli anni 2000, dalle follie contrapposte di Bin Laden e di Bush. Noi cristiani per secoli abbiamo considerato i musulmani come dei nemici e siamo riusciti solo di recente, dopo l'Olocausto, a superare i pregiudizi antichi nei confronti degli ebrei. Recente e assai tardiva è stata l'abolizione di quel Deus Sabaoth, dio degli eserciti, cui si rivolgeva la preghiera dei cattolici nel corso della messa e non è uncaso, credo, che essa sia avvenuta per mano di quel Giovanni Paolo II chedella pace nel mondo e di un'intesa fra le religioni tanto si è occupato. Sapendo che un rullare di tamburi e lo sventolio delle bandiere inventano dal nulla la contrapposizione che non c'è fra le parole di Gesù1, della Bibbia o del Corano.

l’Unità 2.8.11
Biotestamento, legge da ripensare
Limitare le Dat ai soli pazienti in stato vegetativo e al tempo stesso ribadire l’obbligo della nutrizione è una scorciatoia che non funziona perché rischia di aprire contenziosi nei tribunali fino alla Consulta
di Stefano Semplici
Presidente Comitato bioetica Unesco

L’emendamento che    ha ristretto l’applicazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento ai pazienti di cui sia stata accertata la «assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale» è la novità più importante introdotta dalla Camera nel disegno di legge del quale si discute dalla morte di Eluana Englaro. Più che di novità, in realtà, si dovrebbe parlare di un “ritorno” al testo approvato dal Senato ormai più di due anni fa: è stata proprio Paola Binetti ad affermare in Aula che quella utilizzata è un’espressione “tecnica” per indicare lo stato vegetativo, al quale quel testo si riferiva esplicitamente. Una brusca marcia indietro, insomma, rispetto alla scelta maturata in Commissione di estendere la applicabilità delle dichiarazioni ad ogni soggetto che «si trovi nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze e, per questo motivo, di assumere le decisioni che lo riguardano»: le centinaia di migliaia di malati di Alzheimer, per citare solo l’esempio più evidente. Perché questo comportamento a dir poco incerto, oltretutto da parte degli stessi deputati che avevano votato in Commissione a favore dell’ampliamento? La risposta è semplice. Chi ha voluto questa legge ha dovuto prendere atto che il testo arrivato in Aula rischiava di produrre un risultato paradossale: il medico sarebbe stato costretto a garantire alimentazione e idratazione artificiali ad un soggetto in stato vegetativo, ma non avrebbe potuto contare su nessuna certezza normativa nel caso di un paziente affetto da una patologia neurologica degenerativa che avesse affidato alle Dat il suo rifiuto del più ordinario e proporzionato dei trattamenti sanitari. Ha dovuto prendere atto, insomma, che questa legge era scritta male proprio dal punto di vista di chi ritiene che il bene della vita sia più importante dell’autodetermi-
nazione. Forse ha addirittura temuto che la legge potesse infine produrre, attraverso la sua rigorosa applicazione, risultati opposti a quelli voluti. E ha scelto la strada più breve e sicura: non volendo ammettere che il testo andava ripensato in modo radicale, ha cercato di delimitare il più possibile la platea, ribadendo al tempo stesso l’obbligo della nutrizione. La scorciatoia, però, non funziona.
Il testo approvato dalla Camera continua a riferirsi alla condizione di incapacità di intendere e di volere, senza ulteriori precisazioni, nei commi 1 e 2 dell’art. 1 e, soprattutto, nel comma 1 dell’art. 3: è appunto «riguardo ad un’eventuale futura perdita permanente della propria capacità di intendere e di volere» che il dichiarante può esprimere i suoi orientamenti. E tuttavia questa dichiarazione assumerà rilievo solo nel caso di una specifica e per fortuna numericamente assai circoscritta condizione di incapacità, che è quella dello stato vegetativo. Non c’è dubbio che lo strumento delle Dat sia in quanto tale funzionale al rispetto della libertà di chi non è più in grado di esprimere, qui ed ora, la sua volontà. Una volta presa la decisione di adottarlo, diventa davvero difficile escludere addirittura la quasi totalità dei cittadini potenzialmente interessati. Cosa giustifica questa vera e propria “discriminazione”, tanto più grave perché appare all’improvviso e proprio nel momento decisivo dell’applicazione? Non è dato sapere. E cosa accadrà se un fiduciario dovesse chiedere il rispetto degli orientamenti espressi da un paziente che soffre di Alzheimer (condizione pienamente compatibile con quanto previsto dal comma 1) ma non è in stato vegetativo (condizione prevista dal comma 5 affinché le dichiarazioni assumano rilievo)? È irrealistico pensare che sarà un giudice a doversi pronunciare per sciogliere il nodo di questo evidente vizio logico del testo? Anzi: che si andrà subito davanti a un giudice per stabilire se una persona può o no redigere una Dat che il medico, secondo quanto prescritto all’interno della stessa legge, non dovrà poi neppure prendere in considerazione? E cosa accadrebbe se tutto ciò arrivasse davanti alla Corte Costituzionale?
È chiaro che ci sono solo due possibilità per uscire da questo pasticcio, pericoloso prima di tutto per i promotori della legge. La via lunga e più corretta sarebbe naturalmente quella di accantonare il testo e intraprendere, con quella pacatezza che non è purtroppo dato trovare in nessuno degli schieramenti in campo, una seria riflessione sul problema tanto complesso del rispetto di tutte le persone che non sono più in grado di esprimere la loro volontà, insieme a quello del bene della vita. L’alternativa è quella di dire fin dall’inizio e senza equivoci che si parla di stato vegetativo e non di incapacità di intendere e di volere. Forse è quello che la Camera voleva fare e, per la fretta, non ha fatto, ripetendo la svista del Senato. A chi sceglie questa strada spetta però l’onere di giustificare una evidente asimmetria di trattamento fra i soggetti per i quali può essere fatta valere, sia pure in modo diverso, l’esigenza di ristabilire la continuità fra la loro volontà e il contesto attuale della loro malattia. Alcuni potrebbero contestare la compatibilità di questa asimmetria con il nostro ordinamento. Magari con qualche probabilità di successo. Altri potrebbero legittimare un diverso bilanciamento dei principi in gioco considerando il carattere drammaticamente “speciale” della condizione dei pazienti in stato vegetativo. Probabilmente trovando ampio consenso. Ma può essere questa la soluzione di coloro per i quali ogni distinzione di diritti e doveri di fronte alla vita umana, dal momento del concepimento fino a quello della morte (naturale?), è semplicemente impossibile? È un altro paradosso sul quale varrebbe forse la pena di riflettere.

l’Unità 2.8.11
I tanti «tu» che compongono l’individuo
Per alcuni l’Io sembra essere un concetto ovvio e indiscutibile, ma non è così... Per esempio che ruolo hanno il lavoro o il contesto in cui ci troviamo? Forse parliamo più di un «processo» (da difendere) che di una «sostanza»
di Massimo Adinolfi

Gramsci: «Che cos’è l’uomo?»
Per Gramsci la domanda principale della filosofia è: «che cos’è l’uomo?». Ma la risposta che interessa non è cosa sia l’uomo in generale o in quanto singolo, bensì cosa può diventare. Ciascun individuo non è infatti che il «processo dei suoi atti», l’insieme dei rapporti da cui è modificato e che può modificare.

Una volta lo scrittore Ermanno Cavazzoni chiese al pubblico di provare con la seguente frase: «quella sera, quattro poeti andarono insieme in osteria». Non funziona, vero?, domandò. C’è qualcosa, nella parola «poeta», che non si sposa bene coi numeri. I poeti non si possono raggruppare quattro a quattro. I poeti sono esistenze singolari. In realtà non è proprio così. Non c’è nessuna stranezza nel dire: «i quattro maggiori poeti italiani furono Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso». Tutto fila. Ma da questi esempi minimi si possono trarre un paio di considerazioni utili per riflettere su un concetto, quello di individuo, che molti prendono come ovvio e indiscutibile, e che tale invece non è.
La prima: essere individui sembra richiedere un certo lavoro. I quattro poeti di Cavazzoni sono individui o meglio si individualizzano proprio in quanto poeti, non viceversa. Individui non si nasce; si diventa. Certo, se fissiamo così in alto l’asticella da considerare individui solo i poeti o i filosofi (in effetti, non funziona nemmeno: «sei filosofi sono usciti a passeggio») e tutti gli altri invece gregge o carne da cannone, sposiamo una concezione della cultura e della formazione individuale decisamente troppo elitaria. Ma ciò non toglie che per essere gli individui che siamo ci siamo dovuti sottoporre a un duro lavoro.
Che comincia subito, appena nati (e anche prima, con le generazioni precedenti), e prosegue poi per il resto della vita. È evidente infatti che se fossimo già, ai nastri di partenza, gli individui che siamo, allora i giochi sarebbero tutti fatti, e quello che ci capita vivendo non avrebbe alcun senso per noi.
La seconda considerazione riguarda quello che c’è intorno. I poeti non vanno in osteria quattro a quattro, diceva Cavazzoni, però nei concorsi letterari possono classificarsi ai primi quattro posti. Vale a dire: se siamo individui e in che modo lo siamo dipende pure dal contesto in cui ci troviamo, che può prenderci di mira come individui oppure no. Il grande psicologo americano James Gibson aveva formulato il principio: «chiediti non cosa c’è dentro la testa dell’osservatore, ma dentro cosa sta la testa dell’osservatore». Ecco, dentro cosa stiamo? Se vogliamo sapere cosa c’è nelle nostre teste, qual è il nostro segreto e cosa veramente siamo proprio in quanto individui, non dobbiamo guardarci dentro, bensì intorno. Siamo italiani, ad esempio, e dunque chiunque ci individui così deve guardare al nostro paese e alla sua storia per capire cosa siamo.
Per Gibson, il principio valeva già al livello della percezione sensibile. Maurice Merleau-Ponty metteva persino in guardia dall’usare il pronome personale: sarebbe più giusto dire che «qualcosa si percepisce in me», invece di dire «io percepisco». L’io, quello, viene dopo la percezione: come un suo effetto. Figuriamoci se questa correzione non sarebbe opportuna anche per quel che «si» dice o «si» pensa: quanto sono individuali i nostri pensieri? Quanto abbiamo potuto o saputo formarli a partire solo da noi stessi, e quanto invece non risultano da quel che si sente in giro, o più probabilmente dalla televisione? Ma, si dirà, questi rilievi riguardano la personalità o il carattere di un individuo, non l’individuo in quanto tale. Al di sotto di tutto quanto cultura e ambiente depositano su di noi, ci dovrà pur essere un dato ultimo e indiviso che non ci può essere tolto: ebbene, noi saremmo individui grazie a quello.
E però cosa sia questo prezioso, ultimo nocciolo è difficile a dirsi. Né è rassicurante identificarlo con un puro dato biologico. Se lo facciamo, è per disporre di un criterio oggettivo e non aleatorio. Ma guardiamo la cosa dal lato opposto: per reputare gli uomini tutti uguali, abbiamo davvero bisogno del conforto del Dna, o riteniamo che gli uomini hanno gli stessi diritti, comunque stiano le cose dalle parti delle cellule? Per fortuna, i filosofi del diritto non hanno aspettato la nascita della moderna scienza della natura per affermare un tale principio!
Il fatto è che l’individuo è meno una sostanza che un processo. Il che non significa che, dunque, lo si può plasmare come si vuole, ma al contrario che richiede più cura. Se la sua individualità può essere violata, a maggior ragione chiede di essere difesa.
Ma proprio a questo fine dobbiamo smettere di pensare sempre solo a partire dall’individuo. Perché gli individui non sono solo le pedine di un gioco, la società, che risulterebbe dalle loro interazioni. Non va così: non c’è nessun gioco che non presupponga anzitutto delle regole. E la prima e più preziosa è proprio quella che individua le pedine come pedine, le persone come persone, e che non può evidentemente essere, a sua volta, una regola individuale.
E che regola sarà, allora? Beh, per esempio, la prima regola adottata da un popolo, la costituzione, che definisce l’ambiente nel quale stanno le nostre teste di cittadini. Se così troviamo quel che ci precede come individui, non ci perdiamo certo ma anzi ci guadagniamo, scoprendo di cosa dobbiamo sopratutto aver cura.

lunedì 1 agosto 2011

Corriere della Sera 1.8.11
Il giallo Camus
Con Giovanni Catelli Maria Zabranova parla del diario postumo del marito
L’ombra del Kgb dietro la sua fine: una vendetta dopo i fatti di Budapest
di Dario Fertilio

È la scena di un delitto probabile, quasi certo. Muore Albert Camus, 46 anni, di professione scrittore, autore dello Straniero, della Peste, del Mito di Sisifo, della Caduta, il più giovane letterato mai insignito di un Nobel. Il suo è un incidente d’auto inspiegabile e fatale; un caso che pareva destinato a dormire negli archivi francesi, tra i misteri insoluti. Invece la chiave si trovava da tutt’altra parte, molto più a Est, e là sarebbe rimasta se la vedova di uno scrittore ceco non avesse incontrato uno slavista italiano, mostrandogli certi documenti, rivelandogli due nomi. Ed ecco la verità: la ragionevole convinzione che Camus sia stato assassinato dal Kgb, addirittura su ordine di un ministro di Mosca, perché tacesse una volta per tutte dopo le denunce pubbliche sull’invasione sovietica in Ungheria. Dunque è la mattina del 4 gennaio 1960, un lunedì freddo e nebbioso, l’asfalto intorno al villaggio di Thoissey, nella Francia centrale, è coperto di brina. Sono partiti il giorno prima dalla Riviera, e ora viaggiano in quattro alla volta di Parigi, sulla macchina guidata da Michel Gallimard; oltre a Camus ci sono Janine, la moglie dell’editore, e Anne, la figlia, loro due sistemate sui sedili posteriori. La sera precedente l’hanno trascorsa in allegria alla locanda Chapon Fin, con brindisi e auguri di rito per Anne che compiva diciott’anni. Ripartiti dopo colazione, tra le nove e le dieci del mattino, procedono tranquilli, a velocità moderata, su una strada rettilinea e larga nove metri, quasi senza traffico, con buona visibilità. Scherzano sulle avventure sentimentali dello scrittore e sull’identità dell’amica che sembra lo attenda a Parigi. Giunti all’altezza di una minuscola frazione, Petit-Villeblevin, a Janine Gallimard pare di sentire il marito esclamare merde!, e subito dopo una sterzata improvvisa, inspiegabile, seguita da una scossa tanto forte da farle sembrare che «qualcosa crollasse sotto la vettura» . Gli esperti diranno che probabilmente il blocco di una ruota o la rottura di un’asse hanno fatto perdere il controllo a Gallimard, mandandolo a sbattere contro uno dei platani che costeggiavano la strada. Camus era stato estratto dalle lamiere contorte già agonizzante, il cranio fratturato e il collo spezzato. Fine della storia per mezzo secolo. Ma ecco che lo slavista e poeta Giovanni Catelli, oggi di casa in molte università della Repubblica Ceca, incontra Maria Zabranova, vedova di quel Jan Zabrana noto come scrittore ma soprattutto traduttore dal russo (incluso il mitico Dottor Zivago di Pasternak, ottenuto a suo tempo in copia dall’Italia a coronamento di una vicenda romanzesca). Con Maria, redattrice dell’editore Odeon a Praga, Catelli parla del diario postumo del marito: Tutta la vita, pubblicato in edizione ridotta in Francia e in Italia (per Duepunti di Palermo). E rileva che, rispetto all’edizione originale in ceco, manca una testimonianza fondamentale, passata inosservata, quella sul caso Camus. Qui conviene cedere la parola allo stesso Zabrana, che nel brano non tradotto riferisce di un incontro con un suo conoscente russo, evidentemente legato al Kgb: «Da un uomo che sa molte cose, e ha fonti da cui conoscerle, ho sentito una cosa molto strana. Egli afferma che l’incidente stradale in cui nel 1960 è morto Camus è stato arrangiato dallo spionaggio sovietico. Loro hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato lo pneumatico. L’ordine per questa azione è stato dato personalmente dal ministro Shepilov, come "ricompensa"per l’articolo pubblicato su «Franc-Tireur» nel marzo 1957, nel quale Camus, in relazione ai fatti d’Ungheria, ha attaccato quel ministro, nominandolo esplicitamente...» . Il racconto di Zabrana prosegue con altri particolari, ma l’essenziale è già qui. Salvo che, dopo ricerche attente, la sua vedova ha potuto restringere a due sole persone la rosa degli informatori del marito: uno è George Gibian, ceco americano, docente di letteratura russa alla Cornell University e di frequente a Mosca e Praga dagli anni Sessanta in poi. L’altro è Jiri Zuzanek, docente all’università canadese di Waterloo, autore di un saggio importante sull’Urss e a lungo presente a Mosca. Solo quest’ultimo, vivente, adesso potrebbe confermare o smentire di essere lui l’informatore: resta però il fatto che tutti i particolari, e gli indizi, si incastrano perfettamente nel puzzle. Anzitutto Zabrana, riferendo i discorsi del suo confidente, nel 1980, menziona con precisione il discorso antisovietico pronunciato da Camus ben ventitré anni prima in Francia: vivendo a Praga e Mosca, come avrebbe potuto esserne a conoscenza se non attraverso quella fonte? Quanto al testo del discorso, venne riportato dal «Franc-Tireur» il 18 marzo, ma tre giorni prima l’impatto pubblico della conferenza, alla Salle Wagram di Parigi, era stato enorme. Violento e indignato, addirittura temerario, Camus nel clima arroventato dall’invasione dei carri armati a Budapest aveva addirittura denunciato «i massacri coperti o ordinati da Shepilov e da coloro che gli somigliano» . E, come se non bastasse, si era adoperato l’anno seguente, pubblicamente, perché Pasternak ottenesse il premio Nobel: un altro schiaffo al potere sovietico. Ce n’era abbastanza perché partisse da Mosca l’ordine di eliminarlo, certo con l’abituale professionalità degli agenti del Kgb. Manomettere l’auto, parcheggiata di notte e incustodita fuori dalla locanda di Thoissey, doveva essere stato un gioco da ragazzi. Missione compiuta secondo lo stile del servizio segreto più potente di allora: «cuore caldo, mente fredda, mani pulite» .

l’Unità 1.8.11
Berlinguer e la «diversità»: una questione politica
Non si trattava di moralismo ma della capacità di promuovere una profonda trasformazione sociale e costruire un nuovo umanesimo
di Livia Turco

La questione morale, in Enrico Berlinguer, era strettamente connessa alla sua concezione della diversità della politica e dei comunisti italiani. Non si trattava di una diversità antropologica ma politica e di progetto politico come si legge nell’intervista ad Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981, oggi ritornata al centro del dibattito pubblico, in cui Berlinguer collegava la questione morale a tre obiettivi di un programma politico. 1 ̊la scrupolosa applicazione dell’articolo 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato e motiva l’uscita del PCI dal governo di unità nazionale nella mancata rottura da parte dei partiti di governo di queste pratiche di occupazione del potere; 2 ̊ la lotta al privilegio” che va combattuto e distrutto ovunque si annidi.... che la professionalità e il merito vadano premiati.....”; 3 ̊ la creazione di un modello di sviluppo che superasse il capitalismo per dare una risposta ai bisogni umani e sociali della persona a partire dal lavoro.
Nella questione morale di Enrico Berlinguer non c’era solo l’onestà, la lotta alla corruzione ed alla invadenza partitocratica, ma una idea della politica capace di promuovere una profonda trasformazione sociale ed umana e di contribuire a costruire un nuovo umanesimo, una umanità nuova. “Una politica che non si ispirasse ad idealità profondamente vissute si ridurrebbe ad uno scettico politicismo” (E. Berlinguer. La nostra diversità aprile1981). Una politica che doveva essere testimoniata con la forza dell’esempio individuale, come seppe fare la classe dirigente del PCI, con la creazione di una forte comunità quale fu il Partito Comunista e con una azione quotidiana accanto e con le persone per risolvere i problemi e cambiare la società. In questa visione di un cambiamento sociale che fosse anche crescita dell’umanità delle persone vi era la sua speciale attenzione al femminismo e ai nuovi movimenti sociali come il pacifismo e l’ambientalismo. Come sappiamo questa sua idea della diversità della politica e dei comunisti italiani fu contrastata perché scambiata per moralismo ed espressione di un cultura politica incapace di capire la modernità. Letta con gli occhi di oggi, di fronte alle macerie morali e culturali prodotte dal berlusconismo ma anche di fronte alla domanda di senso, di legame sociale, di giustizia, di protagonismo che provengono dalla nostra società, quella idea della diversità, di una politica artefice di una trasformazione sociale che fosse anche crescita umana, quella prospettiva di una umanità nuova costruita con la forza dell’esempio individuale e della comunità, anticipa le sfide che una politica democratica e riformista deve oggi affrontare.
Oggi, infatti, il problema della moralità della politica è tutt’uno con quello della ricostruzione di un senso civico, di un tessuto di valori incentrati sul bene comune, sulla responsabilità, sui diritti e sui doveri. Il problema della moralità della politica è quello della sua autorevolezza, di dare forza e concretezza ai valori della solidarietà, del bene comune e della giustizia sociale. Contano le regole, contano le proposte che ha avanzato Bersani per ridurre i costi della politica e per cambiare la legge elettorale, ma contano soprattutto, la forza della coerenza e dell’esempio individuale. Conta moltissimo una qualità dell’esperienza politica che i partiti, a partire dal PD, dovrebbero essere in grado di proporre,una esperienza politica in cui le persone possano vivere relazioni umane significative, scambi e crescita culturale ed essere protagonisti di fatti e battaglie concrete per migliorare la vita delle persone. L’obiettivo in particolare dovrebbe essere l’applicazione dell’art.3 della Costituzione nel suo comma 2 “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. I partiti devono sentire come proprio tale compito ed essere essi stessi strumenti di lotta al privilegio, di promozione del merito, di inclusione sociale: questa è secondo me la sfida grande della moralità della politica.

domenica 31 luglio 2011

l’Unità 31.7.11
La parola uguaglianza
La fiducia può tornare solo riducendo le diseguaglianze
Tre anni perduti a dire che l’Italia stava meglio degli altri paesi mentre si era incapaci di affrontare la crisi economica Bisogna ricominciare dagli investimenti, dall’occupazione, dai redditi
di Susanna Camusso


Tre anni persi alle spalle. Tre anni passati a raccontare che la crisi non c'era e poi che era finita. Tre anni nel corso dei quali il governo si è vantato del rigore dei conti come unica ricetta per affrontare la crisi. Per non rammentare quando si affermava che l’Italia stava meglio degli altri paesi europei e che non c’era bisogno di alcuna manovra di aggiustamento. Già queste sono ragioni per dire che il governo è stato ed è un fattore di aggravamento della condizione e di certo non artefice di soluzioni. Non si è dimostrato capace, infatti, di capire la situazione e non solo di agire. Per questo motivo serve aprire subito una fase politica nuova, con un governo che sia in grado di fare il proprio mestiere e di rilanciare il Paese.
All’inizio la Cgil è rimasta sola a sollevare queste critiche al governo Berlusconi. Ognuno guardava a sé e non al paese. Cercava una qualche utiità privata o corporativa nelle pieghe dei provvedimenti e non pensava all’effetto finale e depressivo dei tagli. Mentre altri non avevano il coraggio di prendere le distanze da un governo che a lungo li aveva considerati interlocutori privilegiati. Ci sono voluti la speculazione finanziaria, l’attacco all’euro e il rischio default americano per rendere palese a tutti che una manovra che non avvia la crescita è non solo socialmente ingiusta ma anche economicamente inefficace.
Di fronte a questa situazione ci vuole un energico e immediato salto di qualità nella politica economico-finanziaria e reale insieme. Il paese deve tornare rapidamente a crescere e utilizzare le sue migliori risorse siano esse professionali e produttive, di conoscenza e di competenza altrimenti il declino sarà inarrestabile e saremo travolti da un decennio recessivo che ci porterà, manovra dopo manovra, ai margini dell’Europa. Crescere significa favorire gli investimenti privati e l’occupazione: la buona occupazione dei giovani che oggi sono tenuti fuori dal mercato del lavoro da un’assurda politica di «precarizzazione a vita» fatta dal governo. La crescita come obiettivo interno al riaggiustamento dei conti, investendo sui fattori strategici di sviluppo. Non la politica dei due tempi: il riequilibrio senza crescita non ci sarà. Queste le riflessioni della Cgil e le riflessioni anche di molte delle parti imprenditoriali che hanno firmato l’appello per la crescita, pur avendo, ciascuno dei firmatari, una propria agenda poltica.
Agire subito per rilanciare l’occupazione, gli investimenti e i consumi significa per noi difendere i redditi dei lavoratori, dei pensionati e delle famiglie; significa ridurre le disuguaglianze e ridare fiducia al Paese. Le prime reazioni del governo non fanno sperare nulla di buono: l’unica risposta per adesso è la riproposizione di provvedimenti legislativi come il 'processo lungo', quasi come se i problemi del paese reale fossero un oggetto da rimuovere. La Cgil ritiene prima di tutto che si debba correggere la manovra Tremonti. Tenendo fermi i saldi, è possibile agire su voci diverse da quelle scelte dal Governo, in modo da non colpire chi è economicamente più debole, lasciando margini di spesa sul welfare alle Regioni e ai Comuni e reperire risorse per la crescita. Dimostreremo che è possibile farlo senza mettere in ginocchio nessuno ma chiedendo un contributo a tutti gli strati sociali, a partire da chi ha di più. Bisogna risparmiare sulla spesa pubblica, riorganizzando e semplificando la struttura amministrativa istituzionale: consorzi "obbligati" dei comuni piccoli, reti dei servizi e delle municipalizzate, abolizione delle società inutili. In questo quadro anche i costi della politica si possono ridurre a partire dai previlegi.
Bisogna ridare unità al Paese, tradurre in investimenti effettivi le risorse nazionali ed europee che ci sono, a partire dall'alta capacità Napoli-Bari e dal collegamento via mare e via rotaia tra i porti.
Le altre sfide
Legalità, evasione, precarietà, corruzione: metteremo in campo un’altra idea di governo
Legalità, evasione e corruzione sono un altro grande capitolo che va affrontato con una legge contro il caporalato, con norme sugli appalti, con la tracciabilità a soglia molto bassa, con nomine non politiche nella sanità e nei vari enti. Sono tutte strade per far emergere la grande quota di sommerso del nostro paese.
Metteremo in campo un’altra proposta, un’altra idea di governo dell'economia che sarà alla base di una mobilitazione che continuerà in autunno, perché siamo convinti che la manovra è ingiusta, sbagliata e socialmente insopportabile. Chiederemo a Cisl e Uil di mobilitarci insieme, lo proporremo alle altre parti sociali, alle Regioni e alle amministrazioni locali. Con loro vorremmo definire e concordare una piattaforma per la crescita del paese e la valorizzazione del lavoro. Un progetto e un futuro che l'Italia merita di avere.

l’Unità 31.7.11
Intervista a Massimo D’Alema
«È il fallimento del governo Berlusconi non della politica»
Il presidente di Italianieuropei «La destra organizza una campagna contro il Pd ma il nostro problema è l’egoismo titanico del premier Faccia come Zapatero, che ha mostrato responsabilità verso il suo Paese»
di Francesco Cundari

Il problema, dice Massimo D'Alema, non è la «casta», ma Berlusconi. Silvio Berlusconi e il suo «egoismo titanico». Un presidente del Consiglio concentrato solo «sui suoi problemi giudiziari e le sue leggine ad personam», che per nascondere le sue responsabilità nella crisi «aizza campagne contro la politica in generale e contro di noi in particolare». In che senso?
«Nel senso che se il problema è l’assistenza sanitaria per il deputato, meglio affidarsi all’unico che di sicuro non ne ha bisogno. È la filosofia illustrata da Giulio Tremonti: non rubo perché non ne ho bisogno. Dunque, per combattere la “casta” e avere una politica pulita, dovremmo affidarci ai ricchi. Una tesi antica, e discutibile anche nel merito: la storia dimostra che i ricchi rubano molto più dei poveri, perché hanno più esigenze. Ma ovviamente non è questo il punto». E qual è?
«Il punto è che il centrodestra prima boccia in Parlamento le nostre proposte per tagliare costi e privilegi, come il vitalizio. E poi, sui suoi giornali, guida le campagne contro la “casta”. E contro il Pd».
Le inchieste che hanno coinvolto esponenti del Pd come Filippo Penati, però, non sono un'invezione dei giornali. «Prima di tutto vorrei dire che noi non sottovalutiamo affatto il pericolo che un grande partito che ha responsabilità amministrative e di governo possa imbattersi in episodi di corruzione. E non rivendichiamo, ormai da tantissimi anni, una diversità genetica. Riteniamo che la politica debba avere delle regole, rispettare i magistrati e il loro lavoro, e abbiamo detto che non abbiamo nulla da nascondere e nessuno da proteggere. Le persone oggetto di gravi accuse facciano un passo indietro».
Il quadro che emerge dai giornali è preoccupante, non crede? «Si tratta di vicende che se venissero confermate anche solo in parte sarebbero molto gravi. Ma anche qui ci sono aspetti poco chiari, che suscitano almeno due domande. La prima è perché mai, trattandosi di vicende risalenti a molti anni fa, il principale accusatore di Penati non abbia usato quelle informazioni in campagna elettorale, quando si candidò con il centrodestra».
E la seconda?
«La seconda è dove sia finito questo fiume di denaro. Si parla di 20 miliardi di lire dell’epoca. Un’epoca in cui ricordo bene quali fossero le difficoltà economiche del partito milanese. Tanto che si dovette vendere la sede di via Volturno».
L’altro caso al centro delle polemiche è quello del senatore Tedesco, che dal punto di vista politico viene imputato soprattutto a lei.
«È naturale. Non appena qualcuno ha dei guai con la giustizia, subito la stampa lo battezza come “dalemiano”. A quel punto, l’unica speranza che ha di riprendere il suo nome è di essere assolto. Solo allora riacquista la sua identità».
Dunque, il problema non esiste?
«Il problema nasce dall’estrema scorrettezza del Pdl, che ha rifiutato di concedere autorizzazione all’arresto e voto palese in aula, nonostante a chiederli fosse lo stesso Tedesco, e ha rifiutato perché pensava così di crearci un problema. Purtroppo, aveva ragione. Infatti le responsabilità della destra sono subito scomparse dalla scena».
Al di là del voto parlamentare, non ritiene di avere avuto nella vicenda Tedesco qualche responsabilità? «No, l’idea del complotto dalemiano su Tedesco è ridicola. Figuriamoci cosa si sarebbe detto se fossi stato io il presidente della Regione che lo ha nominato assessore alla Sanità. Avrebbero crocifisso me e tutto il Pd. Ricordo peraltro che Tedesco era in quel momento leader di un altro partito, aveva molti voti e il suo passaggio con il centrosinistra fu determinante per la vittoria di Vendola».
Al Pd si rimprovera di averlo portato in Parlamento, mandando in Europa Paolo De Castro... «Forse qualcuno dovrebbe ricordare che Paolo De Castro è presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo. È forse la posizione più importante che abbia un italiano in Europa. L’idea che sia stato candidato non per sue qualità, ma per fare entrare Tedesco in Senato, è ridicola».
A proposito di questione morale, in tutte le vicende di questi mesi, che hanno toccato anche la sua fondazione, non ritiene di avere nulla da rimproverarsi?
«Il mio errore riguarda il fatto di avere lasciato che per un anno Vincenzo Morichini raccogliesse fondi per la fondazione Italianieuropei, cosa del tutto lecita e documentata nel modo più trasparente. Ma la sovrapposizione con le attività private di Morichini ha creato evidentemente un conflitto di interessi che avremmo dovuto evitare, prevenendo ogni possibile rischio del genere. Ecco quel che mi rimprovero. Ma questo non giustifica la campagna inaccettabile scatenata contro di noi in particolare dai giornali che sono direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio, un pulpito da cui davvero non si possono accettare lezioni sulla questione morale».
Non teme che la campagna faccia presa sull’elettorato? «Gli italiani vogliono un’altra politica e lo dimostrano i sondaggi di questi giorni: nonostante tutte le polemiche, il Pd non registra il minimo calo. L’idea di cancellare la politica e di affidarsi al partito-impresa di un miliardario gli italiani l’hanno già sperimentata e gli effetti si vedono».
Alcuni dicono che se lo stato intervenisse di meno nell’economia si correrebbero meno rischi. Che ne pensa? «Siamo stati noi che abbiamo privatizzato e liberalizzato, non certo la destra. Tuttavia il vero grande problema che non solo in Italia ma nel mondo ci troviamo di fronte con la crisi è proprio quello di tornare a un primato della politica sull’economia. Il dominio della finanza e del mercato senza regole, cioè senza la politica, è stato all’origine della crisi di oggi e ha contribuito anche a produrre una caduta di tensione ideale ed etica. Non si esce dal berlusconismo sulle macerie del sistema democratico e dei partiti, ma al contrario rigenerandolo e dando a esso una nuova legittimazione nel rapporto con il Paese». Come?
«Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l’economia italiana, ma anche il sistema democratico. Zapatero mostra senso di responsabilità di fronte al destino del suo Paese, capendo che un governo senza consenso non può affrontare la crisi. Berlusconi, invece, non ha il minimo senso dello stato e si occupa solo degli interessi suoi, non del destino dell’Italia. Credo che anche nella destra ci sia chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio, prima che sia tardi. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità».

l’Unità 31.7.11
Intervista a Desmond Tutu
«La fame non è un fenomeno naturale. La colpa è dei governi»
Il premio Nobel: nel Corno d’Africa i più deboli e i bambini rischiano di morire «L’impegno dei volontari non basta, i Paesi più ricchi devono muoversi»
di Umberto De Giovannangeli


Un «Grande d’Africa» alza la sua voce per «quelli che non hanno più la forza per farlo»: le «sorelle e i fratelli della Somalia e del Corno d’Africa, i più indifesi tra gli indifesi». Alza la voce per lanciare un appello accorato alla Comunità internazionale perché agisca subito, «con determinazione e generosità» per salvare milioni di vite umane messe a rischio dalla carestia che sta segnando la regione dopo due anni di siccità. A parlare è Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984, Arcivescovo benemerito della Chiesa anglicana a Città del Capo, eroe, assieme al suo amico di una vita Nelson Mandela, della lotta contro il regime dell’apartheid in Sud Africa. Vorrei poter dare un nome e un volto al mezzo milione di bambini che nel Corno d’Africa rischiano di morire di fame dice Desmond Tutu Ogni giorno, mentre noi stiamo parlando, nella sola Mogadiscio muoiono 6-7 bambini. Ognuno di loro è una entità unica, irripetibile. Non sono numeri, sono esseri umani». Il Nobel per la Pace è tra le personalità mondiali che hanno aderito alla campagna lanciata a giugno da Oxfam : COLTIVA. Il cibo. La vita. Il pianeta». Nello scritto che ha accompagnato la sua adesione, Desmond Tutu concludeva così: «Naturalmente molti governi e imprese opporranno resistenza al cambiamento delle loro modalità operative, delle loro abitudini, delle loro ideologie e del loro modo di perseguire il profitto. Dipenderà pertanto da noi – da voi, da me – convincerli, scegliendo alimenti che sono prodotti in modo corretto e sostenibile, riducendo al massimo la nostra impronta di anidride carbonica, schierandoci con Oxfam e pretendendo che le cose cambino. Non sarà facile. Ma non è mai valsa la pena lottare per niente di più importante». Un impegno tanto più vitale oggi, a fronte della caastrofe umanitaria in atto in Somalia e nel Corno d’Africa. «In tutto il pianeta ricorda l’Arcivescovo anglicano sono circa un miliardo gli uomini, le donne e i bambini che anche questa notte andranno a dormire affamati. Malgrado tutto, l’esperienza di tutta una vita mi ha insegnato che non esiste problema così grande da essere insolubile, né ingiustizia così radicata da non poter essere estirpata. E tra queste vi è la fame».
Le notizie che giungono dalla Somalia si fanno sempre più drammatiche. C’è chi parla della più grave catastrofe umanitaria oggi al mondo... «Purtroppo è così. Nonostante l’impegno generoso, eroico, dei volontari delle Ong internazionali e delle agenzie delle Nazioni Unite, la situazione rimane gravissima. A rischio è la vita di nove-undici milioni di esseri umani. E a rendere ancor più devastante la situazione è il costo dei generi alimentari, del carburante, e i conflitti regionali che segnano l’area. Il mondo non può chiudere gli occhi di fronte a questa immane tragedia. Nessuno può dire: non sapevo, non potevo”. A cominciare dai Grandi della Terra. E’ a loro che mi rivolgo in primo luogo, ai Paesi ricchi che altre volte in passato hanno dato prova di generosità. A loro dico: Ricordate l’Africa!. L’Onu ha valutato che occorrono 1,4 miliardi di dollari per far fronte alla più stretta emergenza. Cosa sono, chiedo, di fronte al denaro delapidato in armamenti...Usare il denaro per salvare vite e non per spezzarle: quale miglior uso...Un appello sento di doverlo rivolgere anche alle nazioni dell’Africa: non indietreggiate. Diamo il buon esempio. Costituiamo la linea più avanzata di attenzione per i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri bambini e parenti che si trovano in queste terribili difficoltà. Dimostriamo di essere uniti nella solidarietà, ciò ci renderà più forti e autorevoli nel mondo. La malnutrizione è diffusa a Mogadiscio, in una vasta area del centro e nel nord della Somalia, e tra i profughi somali che hanno attraversato i confini del Kenya, spesso a piedi, a centinaia di migliaia. Per tutti loro speranza significa vivere. Spetta a ognuno di noi garantirla. Fare appello ai potenti della Terra non significa in alcun modo delegare un impegno che deve riguardare ciascuno di noi. E’ un concetto a me caro, che ripeto spesso a quanti hanno la pazienza di ascoltarmi: fai la tua piccola parte di bene dove ti trovi; sono queste piccole parti di bene messe insieme che riempiono il mondo».
Quando si parla di carestia, di emergenza-fame spesso si fa riferimento a “catastrofi naturali”... «Non sono d’accordo. La fame non è un fenomeno naturale, bensì una tragedia provocata dall’uomo. Non si ha fame perché non c’è abbastanza da mangiare, ma perché i meccanismi che trasportano i generi alimentari dai campi alla tavola non funzionano bene. I nostri governi dovrebbero addossarsene la responsabilità. Le loro politiche di governo e di amministrazione stanno favorendo un sistema fallito che offre benefici a poche industrie potenti e pochi gruppi di interesse a discapito di molti. Hanno speso miliardi di dollari per il settore dei biocombustibili e per i coltivatori a nord, ma hanno abbandonato 500 milioni di piccoli coltivatori che messi insieme sfamano però un terzo del genere umano. I governi, soprattutto quelli dei potenti Paesi del G-20, devono dare il via alla trasformazione, devono investire nei produttori poveri e assicurare loro il sostegno di cui necessitano per adattarsi al cambiamento del clima. No, la fame non è davvero un «fenomeno naturale».
I primi ad essere colpiti sono i più deboli tra i deboli: i bambini. «È sempre così. Vorrei poter dare un nome e un volto al mezzo milione di bambini che nel Corno d’Africa rischiano di morire di fame. Ogni giorno, mentre noi stiamo parlando, nella sola Mogadiscio muoiono 6-7 bambini. Ognuno di loro è una entità unica, irripetibile. Non sono numeri, sono esseri umani. Di fronte agli appelli lanciati dalle agenzie Onu, dalle organizzazioni umanitarie, in molti, tra i potenti, rispondono facendo promesse. Una promessa fatta ai poveri è particolarmente sacra.
È un atto di grazia e di grande autorità quando vengono fatti tutti gli sforzi per onorare questi patti. A volte, però, queste promesse restano tali. Ciò non deve accadere in questo terribile frangente. Una promessa fatta a un povero è particolarmente sacra. Non mantenerla è un peccato».

il Fatto 31.7.11
Silenzio d’interessi
Nichi non parla Tedesco
di m.trav.


Diversamente da D’Alema, Bersani e perfino Tremonti, Vendola non risponde alle domande scomode. Mercoledì a ilfattoquotidia  no.it   Alberto Tedesco rivela che fu Vendola nel 2006 a proporgli l’assessorato alla Sanità. Tedesco chiese un’altra delega, visto che la sua famiglia ha aziende sanitarie. Ma Vendola fu irremovibile, in barba al conflitto d’interessi. Chiediamo spiegazioni alla sua portavoce: invano. Un cronista le chiede direttamente a Vendola in un incontro ad Amalfi. Nisba: “Su Tedesco non rispondo, parliamo di Milanese”. Ma con Milanese Vendola non c’entra. C’entra con Tedesco, infatti non ne parla. Preferisce dare interviste compiacenti a Panorama e GQ. Ecco perché il centrosinistra se n’è sempre infischiato del conflitto d’interessi di B: per non dover risolvere i propri.

Corriere della Sera 31.7.11
Neonati rubati alle madri Il Dna smaschera i finti genitori spagnoli
Dagli anni 50 a oggi sono 300 mila i bebè sottratti
di Elisabetta Rosaspina


A 59 anni, Mabel è una bambina di 2. Una bambina rubata. Ne aveva 57 quando scoprì ciò che sospettava fin da piccola: la mamma non era la sua mamma. Il papà, un militare franchista mutilato nella battaglia dell’Ebro, non era il suo papà. Sì, l’avevano allevata e amata come una figlia, la loro unica figlia. E lei continuerebbe a considerarsi tale, se le avessero detto in tempo la verità, o almeno una parte della verità. La più confessabile. Adesso è troppo tardi. Sono morti entrambi: non possono più spiegarle le ragioni dell’inganno che il test del Dna ha appena smascherato. Le rimangono soltanto domande senza risposta e una foto, la foto della menzogna: i suoi giovani, felici genitori con in braccio un neonato. Che non è Mabel. Chi ci pensava, allora, che una goccia di saliva sarebbe bastata, 60 anni dopo, a smentire ineccepibili certificati di nascita, bollati e protocollati? Il 10 marzo del 1952, giorno in cui Mabel Escuer probabilmente fu messa al mondo, quasi certamente a Madrid, ma di sicuro da una donna diversa da quella che ha chiamato mamma fino alla morte, la Spagna era da 13 anni sotto il tallone di Francisco Franco. Le carceri erano ancora piene di prigionieri politici; e tra il 1944 e il 1954, secondo le indagini condotte nel 2008 sui crimini della dittatura dall’ormai ex giudice della Audiencia Nacional Baltasar Garzón, la popolazione negli orfanotrofi era passata da 12.042 bambini a 30.960. I genitori erano morti, scomparsi, deportati o detenuti. Spettava allo Stato, o più spesso alla Chiesa, trovare per loro famiglie moralmente e politicamente adeguate, avendo cura di cancellare ogni legame con le loro origini. Oltre mezzo secolo più tardi, la Spagna scopre, con angosciato ma relativo stupore, che questa pratica è andata avanti per tutti gli anni 60, 70, 80, ben dopo la morte di Franco, l’inizio della transizione verso la democrazia e la promulgazione di una legge statale sull’adozione, nel 1987. È andata avanti ancora negli anni 90, sporadicamente, e forse addirittura fino a un paio di anni fa. Sempre meno per ragioni politiche e morali, sempre più per denaro: e i bambini dovevano essere ancora in fasce. Statistiche meno attendibili di quelle giudiziarie ipotizzano che 300 mila bebè siano stati sottratti alle madri biologiche. Ricorrono nomi di ginecologi, monache e funzionari implicati nei casi che continuano a emergere: 160 già in mano alla magistratura su 850 denunce presentate. Il settimanale Interviù ha ritrovato nel suo archivio la foto di un ripostiglio della clinica San Ramon di Madrid con il cadavere di una neonata, che si suppone venisse mostrata alla puerpera di turno, per convincerla che la sua era morta davvero. L’immagine fu pubblicata nel 1982, senza conseguenze. Esattamente 30 anni prima, sospetta Mabel, anche lei fu creduta morta da una donna che uscì dalla Maternità O’ Donnell di Madrid senza la sua bambina. «Per me era stato deciso un destino diverso — racconta — ero la bimba di ricambio per una coppia, i miei genitori ufficiali, che ne avevano comprata un’altra, dopo che la loro era improvvisamente deceduta la settimana prima. Come si sostituisce un capo difettoso ai grandi magazzini» . Peggio di quanto potesse immaginare: «A 14 anni trovai questa foto — mostra i suoi genitori, all’uscita di una chiesa, raggianti con il loro bebè in braccio —. "Chi è?", chiesi a mia madre. "Tu, chi altri?", mi rispose. Fu il suo errore» . Dietro la foto c'era un timbro, «Foto F. Minguez, calle Hermanos del Moral 3, Madrid» e una data, «28 settembre 1951» . Mabel rintracciò il fotografo, che escluse di aver sbagliato anno: «Eppure io quel giorno non ero ancora nata» . Non bastò a far cambiare verità a sua madre, morta 25 anni fa continuando a sostenere di averla partorita lei. Mabel chiese un certificato di nascita integrale e si tranquillizzò: risultava legittima. — si sposò, mise al mondo due figlie, si trasferì in Cile e, due anni fa, guardando alla tivù un servizio sui primi casi di «vite rubate» , tornò a macerarsi. Telefonò al figlio della sua madrina e finalmente ottenne la prima ammissione: sei stata adottata. Dunque il certificato di nascita era falso. La verità completa la seppe dall’unica vicina, oggi 86enne, che abita ancora nel palazzo dove Mabel visse i primi mesi e che vide l’andirivieni di bebè in braccio ai suoi genitori: «C’era un solo programma televisivo proibito in casa — si spiega finalmente— Quien sabe donde» , il Chi l’ha visto spagnolo. Ora Mabel aspetta con impazienza il venerdì, ma non per una trasmissione: è il giorno settimanale della lotteria genetica per i soci di Anadir, uno dei tre gruppi di genitori, fratelli, figli rubati o derubati: arrivano i risultati dell’incrocio dei prelievi di Dna tra vecchi e nuovi iscritti: 1.800 in 3 anni. I casi di figli e madri, o fratelli, che si sono ritrovati però non arrivano a cinque. Sandra Mateo Valverde, 33 anni, aspetta di conoscere suo fratello maggiore, via laboratorio o via internet: «Le date non tornano, niente torna nei documenti che ho consultato— rovescia sul tavolo un pacco di fotocopie —. Juan Carlos nacque in ospedale, a Madrid, alle 5.30 del 17 maggio 1975, dormì sul petto di mia madre per 6 ore, poi entrò una signora delle pulizie, neanche un’infermiera, disse che il bimbo non stava bene e se lo portò via. Alle 21.30 un medico informò mia madre che era morto, asfissiato dal cordone ombelicale. Sei ore dopo la nascita? E perché viene registrato come un feto, risultato di un aborto spontaneo? E perché non le permisero di vederlo?» . Le coordinate della sepoltura portano al cimitero dell’Almudena, ma non risolvono i dubbi: il corpicino, se mai c’è stato, è finito poi in un ossario e infine all’inceneritore. «Magari mio fratello è davvero lì, ma a Cadice sono già state aperte alcune tombe e nelle bare sono stati trovati solo involucri di garze e stracci. Io voglio sapere» . Ma soprattutto vorrebbe che il telefono squillasse, uno dei prossimi venerdì.

Corriere della Sera 31.7.11
Generazione «Pugni in tasca» Così Morandi rifiutò la parte
Bellocchio: vinse il Cantagiro e perse il ruolo poi di Castel
di  Giuseppina Manin


MILANO — Certo, se Gianni non avesse vinto quel Cantagiro... Se Morandi avesse detto sì a Bellocchio... Se il 19enne Gianni e il 25enne Marco avessero giocato insieme la scommessa folle che fu I pugni in tasca... Certo, la storia, neanche quella del cinema, non si fa con i «se» . Eppure incuriosisce immaginare che film sarebbe venuto fuori con il solare ragazzo di Monghidoro al posto del tenebroso Lou Castel, l’eversivo Ale protagonista di una pellicola da quasi mezzo secolo (è del 1965) inscalfibile alle grinze del tempo, la cui carica eversiva resta pietra di paragone di tutte generazioni successive. «Se Gianni avesse accettato forse avrei modificato il copione— ipotizza ora il regista, memore di quel primo set straordinario nella sua Bobbio, tra le mura di famiglia amate e detestate —. Morandi era un ragazzo semplice, un volto interessante e un bel sorriso. Con lui Ale avrebbe avuto un’altra anima» . Risvolti segreti oggi svelati da un libro, Il cinema in rivolta -Marco Bellocchio e i pugni in tasca di Mauro Molinaroli (Dalai editore) che stasera sarà presentato a Bobbio, al bel Festival guidato da Bellocchio, prossimo Leone alla carriera alla Mostra di Venezia. Quanto a Morandi, la tentazione fu forte. «Tutti mi sconsigliavano — ricorda —. Era un ruolo opposto al mio personaggio di quegli anni, ma volevo interpretarlo a tutti i costi» . A mettersi di mezzo fu Franco Migliacci, suo paroliere. Appena seppe di che si trattava, sbottò: «Un figlio che ammazza la madre? Follia pura» . Quel bravo ragazzo adorato dalle mamme d’Italia, quello che va a prendere il latte, che spinge nel burrone la mamma cieca? «Legionetti, il mio scopritore, fu anche più esplicito— aggiunge Morandi —. Se lo fai ti spezzo le gambe, mi disse» . A sbaragliare le ultime esitazioni arrivò «Se non avessi più te» . Fortunata canzone con cui Gianni nel 1965 vinse il Cantagiro. La sua carriera canora era decollata, non poteva permettersi deviazioni di sorta. Ma la provvidenza del cinema lavora dietro lo schermo. Poco dopo Bellocchio si imbatte in un altro giovane: bello, cupo, silenzioso. Lou Castel, colombiano, aspirante regista. Gli fa un provino, e a un tratto lui esplode in una risata. Isterica, ai limiti della follia. Dissonante come le musiche che scriverà per il film Ennio Morricone. «Perfetto per la parte — considera Bellocchio — Lou ha dato vita a un Ale nevrotico, molto criminale e allo stesso tempo molto tenero e dolce» . Combinazione esplosiva. «Un film dinamitardo— lo definisce Carlo Verdone, in questi giorni al lavoro al suo nuovo Posti in piedi in Paradiso —. La prima volta che lo vidi avevo 15 anni: restai turbato. Quel film da un lato distruggeva il mito degli anni 60, per me il periodo più bello e sereno, e dall’altro anticipava rabbia e malesseri del ’ 68 e oltre. Ale è una sorta di prototerrorista, uno che fa fuori la madre e il fratello in nome dell’ideologia, un anarchico del sesso, incestuoso con la sorella. Intollerabile perché, in qualche modo, ti riconoscevi. Non volevamo finire così. Siamo finiti così» . Un film coraggiosamente sgradevole che oggi, sostiene, nessuno produrrebbe più. «Il nostro cinema sta vivendo un momento di grande decadenza. Lo dico io che faccio la commedia. Genere nobilissimo, ma a patto di metterci l’anima, di tentare di far passare con un sorriso messaggi scomodi, fuori dalle righe» . Più giovane di qualche generazione, Andrea Molaioli, 46 anni, stasera a Bobbio con il suo film più recente Il gioiellino. «I Pugni di Marco io li ho scoperti molti anni dopo, una sera in tv...— racconta —. Non potevo credere che fosse un film d’esordio. Così maturo e profondo, capace di raccontare attraverso dinamiche interpersonali i mali nascosti di un’intera società. Una lezione di cinema che ho cercato di seguire anch’io» . Tra i segreti di quel film anche un titolo di straordinaria capacità evocativa. «Un manifesto per tutti i ribelli che, da lì in poi, sarebbero venuti — conclude Molaioli —. Capace di condensare eroici furori e malinconiche frustrazioni» . Un titolo che cita un verso di Rimbaud, poeta maledetto, allucinato, morto giovane: «Me ne andavo con i pugni in tasca /E anche il mio cappotto diventava ideale» .

Repubblica 31.7.11
Quello che i creazionisti non dicono
Corrado Augias risponde a Fabio Della Pergola

Caro Augias, la scienza scopre che un bel numero di differenti specie umane hanno convissuto per migliaia di anni, addirittura incrociandosi fra diversi. Dal momento che i creazionisti affermano che l'uomo è stato creato a immagine di Dio, gli altri tipi di ominidi come li spieghiamo? Diverse immagini divine o diverse divinità? I sostenitori di un "disegno intelligente" potranno sostenere che anche i diversi tipi di ominidi erano stati programmati? Scendendo terra terra, i leghisti come spiegheranno che tra "diversi" ci si incrocia tranquillamente e presumo con passione senza che, per questo, l'umanità ne soffra? La razza umana è una sola, le culture e le tradizioni sono tante, gli scambi e gli incroci portano bellezza e arricchimento. Poi ci sono alcuni religiosi tradizionalisti e combattenti conservatori che odiano tutto questo. Come in Norvegia, dove i termini "malattia mentale" e "fondamentalismo" sono sembrati tragicamente coincidere.
Fabio Della Pergola

C' è un bel libro sull'argomento sollevato dal signor Della Pergola: La vita inaspettata di Telmo Pievani (Filosofia della Scienza, Milano-Bicocca) pubblicato da Raffaello Cortina. Pievani descrive «un'evoluzione che non ci aveva previsto», cioè una serie di casualità, contingenze, biforcazioni che rendono la storia umana complessa e casuale. Per esempio, nel 2008 in Siberia sono stati trovati i resti fossili di un nostro antenato fino a quel momento sconosciuto, l'homo di Denisova. Il tempo profondo, scrive Pievani, è «pieno di ipotesi di vite alternative che hanno fallito per ragioni forse non sempre connesse a una loro inadeguatezza». Vale anche per gli ominidi: «In almeno una fase della nostra storia evolutiva ci siamo ritrovati in pochi: bande sparse di ominini, mobili e intraprendenti, ma con numeri che oggi rasenterebbero il rischio estinzione». Avremmo dunque potuto non esserci, così come avrebbe potuto esserci una specie molto diversa dalla nostra. Gli hominina sono passati per sperimentazioni adattative durate milioni di anni nelle quali è difficile «rintracciare una qualche tendenza inevitabile, una direzione una traiettoria privilegiata, una freccia del tempo». Siamo invece «figli contingenti di "sola storia", cioè di una sequenza di eventi irripetibili e generosi». Quanto al "disegno intelligente" basta leggere come le vespe per assicurare la sopravvivenza delle loro uova, le iniettino nel ventre di un bruco dopo averlo temporaneamente paralizzato con una puntura. Al dischiudersi, i "neonati" divorano il bruco dall'interno senza ucciderlo, portandolo lentamente ad una morte atroce. Se c'è un "disegno intelligente", s'è scritto, è quello di un sadico.

il Riformista 31.7.11
A Termini Imerese la tragedia di un operaio Fiat

Da quando il Lingotto ha annunciato la chiusura dello stabilimento, aumentati depressioni ed uso di psicofarmaci
di Mariella Magazù
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il Riformista 31.7.11
L’operaio che si uccide per 55 euro
di Emanuele Macaluso

qui