lunedì 1 agosto 2011

Corriere della Sera 1.8.11
Il giallo Camus
Con Giovanni Catelli Maria Zabranova parla del diario postumo del marito
L’ombra del Kgb dietro la sua fine: una vendetta dopo i fatti di Budapest
di Dario Fertilio

È la scena di un delitto probabile, quasi certo. Muore Albert Camus, 46 anni, di professione scrittore, autore dello Straniero, della Peste, del Mito di Sisifo, della Caduta, il più giovane letterato mai insignito di un Nobel. Il suo è un incidente d’auto inspiegabile e fatale; un caso che pareva destinato a dormire negli archivi francesi, tra i misteri insoluti. Invece la chiave si trovava da tutt’altra parte, molto più a Est, e là sarebbe rimasta se la vedova di uno scrittore ceco non avesse incontrato uno slavista italiano, mostrandogli certi documenti, rivelandogli due nomi. Ed ecco la verità: la ragionevole convinzione che Camus sia stato assassinato dal Kgb, addirittura su ordine di un ministro di Mosca, perché tacesse una volta per tutte dopo le denunce pubbliche sull’invasione sovietica in Ungheria. Dunque è la mattina del 4 gennaio 1960, un lunedì freddo e nebbioso, l’asfalto intorno al villaggio di Thoissey, nella Francia centrale, è coperto di brina. Sono partiti il giorno prima dalla Riviera, e ora viaggiano in quattro alla volta di Parigi, sulla macchina guidata da Michel Gallimard; oltre a Camus ci sono Janine, la moglie dell’editore, e Anne, la figlia, loro due sistemate sui sedili posteriori. La sera precedente l’hanno trascorsa in allegria alla locanda Chapon Fin, con brindisi e auguri di rito per Anne che compiva diciott’anni. Ripartiti dopo colazione, tra le nove e le dieci del mattino, procedono tranquilli, a velocità moderata, su una strada rettilinea e larga nove metri, quasi senza traffico, con buona visibilità. Scherzano sulle avventure sentimentali dello scrittore e sull’identità dell’amica che sembra lo attenda a Parigi. Giunti all’altezza di una minuscola frazione, Petit-Villeblevin, a Janine Gallimard pare di sentire il marito esclamare merde!, e subito dopo una sterzata improvvisa, inspiegabile, seguita da una scossa tanto forte da farle sembrare che «qualcosa crollasse sotto la vettura» . Gli esperti diranno che probabilmente il blocco di una ruota o la rottura di un’asse hanno fatto perdere il controllo a Gallimard, mandandolo a sbattere contro uno dei platani che costeggiavano la strada. Camus era stato estratto dalle lamiere contorte già agonizzante, il cranio fratturato e il collo spezzato. Fine della storia per mezzo secolo. Ma ecco che lo slavista e poeta Giovanni Catelli, oggi di casa in molte università della Repubblica Ceca, incontra Maria Zabranova, vedova di quel Jan Zabrana noto come scrittore ma soprattutto traduttore dal russo (incluso il mitico Dottor Zivago di Pasternak, ottenuto a suo tempo in copia dall’Italia a coronamento di una vicenda romanzesca). Con Maria, redattrice dell’editore Odeon a Praga, Catelli parla del diario postumo del marito: Tutta la vita, pubblicato in edizione ridotta in Francia e in Italia (per Duepunti di Palermo). E rileva che, rispetto all’edizione originale in ceco, manca una testimonianza fondamentale, passata inosservata, quella sul caso Camus. Qui conviene cedere la parola allo stesso Zabrana, che nel brano non tradotto riferisce di un incontro con un suo conoscente russo, evidentemente legato al Kgb: «Da un uomo che sa molte cose, e ha fonti da cui conoscerle, ho sentito una cosa molto strana. Egli afferma che l’incidente stradale in cui nel 1960 è morto Camus è stato arrangiato dallo spionaggio sovietico. Loro hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato lo pneumatico. L’ordine per questa azione è stato dato personalmente dal ministro Shepilov, come "ricompensa"per l’articolo pubblicato su «Franc-Tireur» nel marzo 1957, nel quale Camus, in relazione ai fatti d’Ungheria, ha attaccato quel ministro, nominandolo esplicitamente...» . Il racconto di Zabrana prosegue con altri particolari, ma l’essenziale è già qui. Salvo che, dopo ricerche attente, la sua vedova ha potuto restringere a due sole persone la rosa degli informatori del marito: uno è George Gibian, ceco americano, docente di letteratura russa alla Cornell University e di frequente a Mosca e Praga dagli anni Sessanta in poi. L’altro è Jiri Zuzanek, docente all’università canadese di Waterloo, autore di un saggio importante sull’Urss e a lungo presente a Mosca. Solo quest’ultimo, vivente, adesso potrebbe confermare o smentire di essere lui l’informatore: resta però il fatto che tutti i particolari, e gli indizi, si incastrano perfettamente nel puzzle. Anzitutto Zabrana, riferendo i discorsi del suo confidente, nel 1980, menziona con precisione il discorso antisovietico pronunciato da Camus ben ventitré anni prima in Francia: vivendo a Praga e Mosca, come avrebbe potuto esserne a conoscenza se non attraverso quella fonte? Quanto al testo del discorso, venne riportato dal «Franc-Tireur» il 18 marzo, ma tre giorni prima l’impatto pubblico della conferenza, alla Salle Wagram di Parigi, era stato enorme. Violento e indignato, addirittura temerario, Camus nel clima arroventato dall’invasione dei carri armati a Budapest aveva addirittura denunciato «i massacri coperti o ordinati da Shepilov e da coloro che gli somigliano» . E, come se non bastasse, si era adoperato l’anno seguente, pubblicamente, perché Pasternak ottenesse il premio Nobel: un altro schiaffo al potere sovietico. Ce n’era abbastanza perché partisse da Mosca l’ordine di eliminarlo, certo con l’abituale professionalità degli agenti del Kgb. Manomettere l’auto, parcheggiata di notte e incustodita fuori dalla locanda di Thoissey, doveva essere stato un gioco da ragazzi. Missione compiuta secondo lo stile del servizio segreto più potente di allora: «cuore caldo, mente fredda, mani pulite» .

l’Unità 1.8.11
Berlinguer e la «diversità»: una questione politica
Non si trattava di moralismo ma della capacità di promuovere una profonda trasformazione sociale e costruire un nuovo umanesimo
di Livia Turco

La questione morale, in Enrico Berlinguer, era strettamente connessa alla sua concezione della diversità della politica e dei comunisti italiani. Non si trattava di una diversità antropologica ma politica e di progetto politico come si legge nell’intervista ad Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981, oggi ritornata al centro del dibattito pubblico, in cui Berlinguer collegava la questione morale a tre obiettivi di un programma politico. 1 ̊la scrupolosa applicazione dell’articolo 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato e motiva l’uscita del PCI dal governo di unità nazionale nella mancata rottura da parte dei partiti di governo di queste pratiche di occupazione del potere; 2 ̊ la lotta al privilegio” che va combattuto e distrutto ovunque si annidi.... che la professionalità e il merito vadano premiati.....”; 3 ̊ la creazione di un modello di sviluppo che superasse il capitalismo per dare una risposta ai bisogni umani e sociali della persona a partire dal lavoro.
Nella questione morale di Enrico Berlinguer non c’era solo l’onestà, la lotta alla corruzione ed alla invadenza partitocratica, ma una idea della politica capace di promuovere una profonda trasformazione sociale ed umana e di contribuire a costruire un nuovo umanesimo, una umanità nuova. “Una politica che non si ispirasse ad idealità profondamente vissute si ridurrebbe ad uno scettico politicismo” (E. Berlinguer. La nostra diversità aprile1981). Una politica che doveva essere testimoniata con la forza dell’esempio individuale, come seppe fare la classe dirigente del PCI, con la creazione di una forte comunità quale fu il Partito Comunista e con una azione quotidiana accanto e con le persone per risolvere i problemi e cambiare la società. In questa visione di un cambiamento sociale che fosse anche crescita dell’umanità delle persone vi era la sua speciale attenzione al femminismo e ai nuovi movimenti sociali come il pacifismo e l’ambientalismo. Come sappiamo questa sua idea della diversità della politica e dei comunisti italiani fu contrastata perché scambiata per moralismo ed espressione di un cultura politica incapace di capire la modernità. Letta con gli occhi di oggi, di fronte alle macerie morali e culturali prodotte dal berlusconismo ma anche di fronte alla domanda di senso, di legame sociale, di giustizia, di protagonismo che provengono dalla nostra società, quella idea della diversità, di una politica artefice di una trasformazione sociale che fosse anche crescita umana, quella prospettiva di una umanità nuova costruita con la forza dell’esempio individuale e della comunità, anticipa le sfide che una politica democratica e riformista deve oggi affrontare.
Oggi, infatti, il problema della moralità della politica è tutt’uno con quello della ricostruzione di un senso civico, di un tessuto di valori incentrati sul bene comune, sulla responsabilità, sui diritti e sui doveri. Il problema della moralità della politica è quello della sua autorevolezza, di dare forza e concretezza ai valori della solidarietà, del bene comune e della giustizia sociale. Contano le regole, contano le proposte che ha avanzato Bersani per ridurre i costi della politica e per cambiare la legge elettorale, ma contano soprattutto, la forza della coerenza e dell’esempio individuale. Conta moltissimo una qualità dell’esperienza politica che i partiti, a partire dal PD, dovrebbero essere in grado di proporre,una esperienza politica in cui le persone possano vivere relazioni umane significative, scambi e crescita culturale ed essere protagonisti di fatti e battaglie concrete per migliorare la vita delle persone. L’obiettivo in particolare dovrebbe essere l’applicazione dell’art.3 della Costituzione nel suo comma 2 “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. I partiti devono sentire come proprio tale compito ed essere essi stessi strumenti di lotta al privilegio, di promozione del merito, di inclusione sociale: questa è secondo me la sfida grande della moralità della politica.

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