lunedì 8 agosto 2011

Repubblica 8.8.11
Il ritorno al pensiero forte
Dalla Germania all´Italia la nuova filosofia realista
 Si riabilita la nozione di "verità" che tanti teorici ritenevano esaurita e poco importante
di Maurizio Ferraris


Un convegno, con Eco e Searle, propone di riportare al centro del dibattito il mondo esterno e i fatti abbandonando il postmoderno
Tra i punti fondamentali il concetto di "ontologia" e quello di "critica"

Uno spettro si aggira per l´Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare "New Realism", e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanic (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di "realismo", che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell´ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan "l´immaginazione al potere", appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com´è.
A far scricchiolare le certezze dei postmoderni ha contribuito prima di tutto la politica. L´avvento dei populismi mediatici – una circostanza tutt´altro che puramente immaginaria – ha fornito l´esempio di un addio alla realtà per niente emancipativo, senza parlare poi dell´uso spregiudicato della verità come costruzione ideologica e "imperiale" da parte dell´amministrazione Bush, che ha scatenato una guerra sulla base di finte prove dell´esistenza di armi di distruzione di massa. Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche "non ci sono fatti, solo interpretazioni", che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l´emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: "La ragione del più forte è sempre la migliore". È anche per questo, credo, che a partire dalla fine del secolo scorso si sono fatte avanti delle rivendicazioni di realismo filosofico.
Il New Realism nasce infatti da una semplice domanda. Che la modernità sia liquida e la postmodernità sia gassosa è vero, o si tratta semplicemente di una rappresentazione ideologica? È un po´ come quando si dice che siamo entrati nel mondo dell´immateriale e insieme coltiviamo la sacrosanta paura che ci cada il computer. Da questo punto di vista, un primo gesto fondamentale è consistito nella critica dell´idea che tutto sia socialmente costruito, compreso il mondo naturale, e sotto questa prospettiva il libro di Searle La costruzione della realtà sociale (1995) è stato un punto di svolta. In Italia, il segnale è venuto da Kant e l´ornitorinco di Eco (1997), che vedeva nel reale uno "zoccolo duro" con cui necessariamente si tratta di fare i conti, portando a compimento un discorso avviato all´inizio degli anni Novanta con I limiti dell´interpretazione. Lo stesso fatto che, sempre in quegli anni, si sia tornati a considerare l´estetica non come una filosofia dell´illusione, ma come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che sta fuori degli schemi concettuali, e che ne è indipendente, proprio come non ci è possibile, con la sola forza della riflessione, correggere le illusioni ottiche, o cambiare i colori degli oggetti che ci circondano.
Questa maggiore attenzione al mondo esterno ha significato, anche, una riabilitazione della nozione di "verità", che i postmoderni ritenevano esaurita e meno importante, per esempio, della solidarietà. Non considerando quanto importante sia la verità nelle nostre pratiche quotidiane, e quanto la verità sia intimamente connessa con la realtà. Se uno va dal medico, sarebbe certo felice di avere solidarietà, ma ciò di cui soprattutto ha bisogno sono risposte vere sul suo stato di salute. E quelle risposte non possono limitarsi a interpretazioni più o meno creative: devono essere corrispondenti a una qualche realtà che si trova nel mondo esterno, cioè, nella fattispecie, nel suo corpo. È per questo che in opere come Paura di conoscere (2005) di Paul Boghossian e Per la verità (2007) di Diego Marconi si è proceduto a argomentare contro la tesi secondo cui la verità è una nozione relativa, e del tutto dipendente dagli schemi concettuali con cui ci accostiamo al mondo. È in questo quadro che si definiscono le parole-chiave del New Realism: Ontologia, Critica, Illuminismo.
Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L´errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c´è e quello che sappiamo a proposito di quello che c´è. È chiaro che per sapere che l´acqua è H2O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l´acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c´è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo "inemendabilità", il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d´appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia.
Critica, poi, significa questo. L´argomento dei postmoderni era che l´irrealismo e il cuore oltre l´ostacolo sono emancipatori. Ma chiaramente non è così, perché mentre il realismo è immediatamente critico ("le cose stanno così", l´accertamento non è accettazione!), l´irrealismo pone un problema. Se pensi che non ci sono fatti, solo interpretazioni, come fai a sapere che stai trasformando il mondo e non, invece, stai semplicemente immaginando di trasformarlo, sognando di trasformarlo? Nel realismo è incorporata la critica, all´irrealismo è connaturata l´acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno.
Veniamo, infine, all´Illuminismo. La storia recente ha confermato la diagnosi di Habermas che trent´anni fa vedeva nel postmodernismo un´ondata anti-illuminista. L´Illuminismo, come diceva Kant, è osare sapere ed è l´uscita dell´uomo dalla sua infanzia. Da questo punto di vista, l´Illuminismo richiede ancora oggi una scelta di campo, e una fiducia nell´umanità, nel sapere e nel progresso. L´umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l´alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell´autorità.

l’Unità 8.8.11
Pro
La guerra al velo fa il gioco dell’ala dura del mondo islamico
Modernizzare non significa «svelare» le donne. Così si offre un pretesto e una bandiera ai settori più tradizionalisti delle società musulmane che hanno trasformato il corpo delle donne in una bandiera di autenticità
di Rubah Sali, antropologa

La commissione Affari costituzionali ha approvato nei giorni scorsi il disegno di legge della deputata del Pdl Souad Sbai sul divieto di coprirsi il volto nei luoghi pubblici. Dopo Olanda, Belgio e Francia, anche in Italia si apre dunque il dibattito sul confine tra libertà religiosa, diritti della donna e compiti della legge.

Anche in Italia, dopo Olanda, Belgio e Francia, un disegno di legge che vieta di coprirsi il viso nei luoghi pubblici si appresta ad arrivare in parlamento, dopo che la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato qualche giorno fa il disegno di legge proposto dalla deputata del Pdl Souad Sbai.
Secondo Sbai, le donne che si coprono il viso sarebbero, «donne segregate, umiliate e oppresse che ogni giorno aiutiamo a risorgere dal proprio triste destino. Questa legge vuole anche rendere chiaro a tutti coloro che le vorrebbero segregate, che un burqa non è un diritto di libertà, ma solo e sempre un’aberrante imposizione».
Non occorre grande acume o conoscenze per demolire queste superficiali dichiarazioni a favore del divieto. Basterebbe leggere qualche studio, o più semplicemente, avere osservato le piazze e le strade di Sa’na, dove i visi coperti non hanno certo impedito alle donne di partecipare massicciamente alle grandi manifestazioni di piazza per la democratizzazione del loro paese.
Prima di analizzare l’incapacità di queste obsolete rappresentazioni di leggere le trasformazioni del presente, mi soffermerei sulle retoriche populiste del disegno di legge, retoriche che a mio parere non paiono affatto più legittime se proposte da una parlamentare di origine marocchina, una tra le tante imprenditrici politiche di cui pullulano i partiti delle destre, anche xenofobe, europee.
Queste ultime confondono volutamente il burqa, indumento diffuso tra l’etnia pashtun in Afghanistan e in altre regioni dell’Asia sud occidentale, che tradizionalmente smboleggia la rispettabilità e la modestia femminile ma più recentemente associato nell’immaginario collettivo occidentale al repressivo regime talebano con il diverso niqab, il velo facciale, che ha ben altre genealogie.
Ma stupisce anche l’incapacità di superare l’antica rappresentazione coloniale, che ha mostrato esiti fallimentari durante l’intervento occidentale in Afghanistan, secondo cui modernizzare significa per forza di cose “svelare” le donne. Si continua a proporre rappresentazioni dove il velarsi e lo svelarsi sono assunti come «barometri del cambiamento sociale nel mondo islamico», e la cui conseguenza è stata che l’Europa e l’Occidente sono divenuti modelli da emulare o da rifiutare a spese dei corpi e dei diritti delle donne. Questa logica, come è noto, ha finito spesso per offrire terreno alle forze più conservatrici delle società islamiche, che hanno trasformato il corpo delle donne velato in una bandiera di autenticità culturale contro la penetrazione economica e culturale occidentale. Ma il punto principale su cui vorrei soffermarmi è che l’ostinazione delle destre, laiche e religiose, contro il velo facciale, il niqab, rappresenta oggi una grande contraddizione rispetto al principio della sacralità della libertà individuale, anche religiosa, che dovrebbe caratterizzare le culture liberali europee.
Il divieto del niqab parte dall’errata assunzione, smascherata da una pletora di studi socio-antropologici, secondo cui coprirsi il corpo, i capelli o il viso sarebbe simbolo di oppressione, specchio della incapacità di agire delle donne, e costituirebbe una limitazione della loro libertà individuale. Basta osservare le giovani donne per le strade di Londra, Roma, Istanbul, il Cairo o Sa’na per capire quanto sia arcaica questa associazione tra velo e oppressione comunitaria e religiosa e comprendere la molteplicipità di significati e pratiche che il velarsi assume oggi. L’uso del hijab, o del niqab, destabilizza e complica le idee che in Europa si hanno di emancipazioneoppressione, visibilità-invisibilità dei corpi femminili, laicità e religiosità, pubblico-privato, e soprattutto libertà di scelta e costrizione, autonomia personale e autorità religiosa. L’hijab, la pratica del coprirsi il capo, seppur estremamente eterogenea, serve in generale la funzione di disciplinare o modulare la soggettività della donna musulmana, senza impedirne la partecipazione alla sfera pubblica delle società contemporanee in cui vive. Ma si potrebbe dire che l’hijab è anche, e sempre più, espressione di una modernità halal, una moderna identità religiosa, dove si coniugano etica ed estetica, modernità e modestia, obbligo religioso e stile o addirittura fashion, separazione tra i generi e partecipazione.
Diversamente, il niqab nelle società europee è indossato da una esigua minoranza di donne, ed è, come dimostrano numerosi studi, frutto di una libera interpretazione su come aderire più fedelmente all’obbligo religioso di modestia e rispettabilità. Chi ha studiato i movimenti di proselitismo religioso o anche chi ha solo parlato con donne che indossano il niqab in Europa sa che esse rispondono contemporaneamente a un volere trascendente e a una scelta individuale che è indipendente dalle costrizioni e dalle tradizioni, anzi spesso si pone in contrasto con queste ultime. Queste donne rivendicano la propria volontà di scegliere come meglio assolvere all’obbligo religioso della modestia femminile e chiedono ai paesi europei, dove sono nate o emigrate, il diritto a esercitare non solo una scelta individuale, ma ciò che esse vedono come un obbligo.
La storia insegna che accanirsi nel divieto a simboli religiosi e culturali porta facilmente a stigmatizzare chi li indossa, a destabilizzarne e alterarne i significati, prestando il fianco a facili strumentalizzazioni, col rischio di contribuire a trasformare i corpi delle donne in bandiere, questa volta certamente inconsapevoli.

l’Unità 8.8.11
Contro
Ma la società aperta chiede riconoscibilità
Si può opporsi alle strumentalizzazioni, non negare il problema. La legge Reale del 1975, adottata negli anni della lotta al terrorismo, vieta l’uso di caschi o di qualsiasi mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona senza giustificato motivo
di Stefano Ceccanti

La riconoscibilità della persona in un luogo pubblico o aperto al pubblico è un bene da tutelare perché esprime la volontà di vivere insieme, di sentirsi interpellati dall’altro, senza che nessuno sia con questo obbligato a perdere la propria individualità e i propri riferimenti culturali. Per questo, cioè per un bene che esprime emblematicamente la scelta per una società aperta, la legge può stabilire dei limiti proporzionati a quel fine. Questo non per utilizzare i timori contro gli immigrati (tentazione di molte destre) non per un’ossessione contro simboli religiosi o culturali (tentazione di qualche sinistra), o per imporre alle persone un modello univoco di liberazione (tentazione bipartisan).
Si può certo opporsi alle varie strumentalizzazioni, ma il problema in Italia esiste davvero, non è creato da chi strumentalizza. Infatti la legge Reale del 1975, adottata durante gli anni della lotta al terrorismo, vieta l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico qualora non sussista un giustificato motivo. A partire da essa ci sono state varie ordinanze restrittive di sindaci tese a vietare veli a copertura del volto, annullate poi dai prefetti che hanno ritenuto, non senza incertezze, che quello religioso e culturale potesse essere un valido motivo. Peraltro la questione si complica perché secondo alcuni, compresa l'antropologa Salih, in realtà la scelta di questi indumenti avrebbe un’origine etnico-culturale più che religiosa. Così come interessante è il caso di un giudice penale di Cremona che nel novembre 2008 ha assolto perché «il fatto non sussiste» la moglie di un Imam che si era presentata col niqab in Tribunale. Nella motivazione della sentenza si legge chiaramente che nel nostro ordinamento manca un’espressa norma di legge equiparabile a quella per l’uso del casco sulla quale possa fondarsi il divieto di indossare burqa e niqab. Insomma, allo stato attuale, non si sa univocamente come applicare la legge né sembra opportuno che si lasci una questione inerente libertà costituzionalmente garantite ad alterne decisioni delle autorità giudiziarie o amministrative. In sintonia con la linea equilibrata sostenuta alla Camera, in prima commissione, dai deputati del Pd, va quindi chiarito attraverso un intervento normativo semplice ed essenziale che, fatti salvi i luoghi di culto e le manifestazioni tradizionali o peculiari di carattere artistico o sportivo, né la religione né motivi culturali possono esonerare dalla riconoscibilità del volto, senza con questo far riferimento nella legge a particolari credenze o appartenenze, che sarebbe discriminatorio.
Non mi sembra neanche opportuno nominare esplicitamente alcun tipo di indumento, cosa che invece fa il testo della relatrice di maggioranza, che potrebbe apparire anch’esso discriminatorio, essendo più giusta e sufficiente la clausola generale di divieto a tutto ciò che impedisce la riconoscibilità, perno irrinunciabile della società aperta. Quella stessa che garantisce al massimo l’inclusione, la libertà religiosa e la libertà di espressione, e che talora ha bisogno di qualche limite, leggero, ragione-
vole e proporzionato. In altre parole si tratterebbe di proseguire nel solco di quanto contenuto, già nel 2007, nella Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, adottata dal ministro dell’Interno pro tempore Giuliano Amato, dove si affermava non solo che l’Italia non pone restrizioni all’abbigliamento della persona, purché esso sia scelto in libertà e preservi la dignità dell’individuo, ma anche che non sono ammesse forme di vestiario che coprano il volto perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e ne ostacola le relazioni interpersonali. Difatti, a salvaguardia della libertà individuale, andrebbe perseguito, come correttamente fa la Francia e anche il testo licenziato dalla Commissione, il comportamento di colui che obbliga una persona a coprire il volto (reato di «Costrizione all’occultamento del volto»).
Senza dubbio, volendo cominciare – finalmente – a intervenire in materia di accoglienza e integrazione, meglio sarebbe stato partire da tre altri interventi quali la riforma della legge sulla cittadinanza, il superamento della legge sui culti ammessi del 1929 attraverso una normativa generale in materia di libertà religiosa e il diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative. I primi due temi avevano visto nella precedente legislatura, e parzialmente nella attuale, dei significativi passi in avanti in prima commissione alla Camera, ma questa maggioranza li ha ormai riposti in fondo alla lista delle proprie priorità, scegliendo di partire dall’intervento forse meno indispensabile di tutti gli altri. Allora, piuttosto che lasciare campo libero alle vuote “norme manifesto” di Pdl e Lega, bene hanno fatto i colleghi del Pd a Montecitorio a reagire, cercando di apportare dall’opposizione il proprio contributo in termini di competenza e ragionevolezza.

l’Unità 8.8.11
Tumulti scoppiati sabato sera dopo la protesta dei parenti di Mark Duggan al commissariato
L’origine sarebbe l’uccisione dell’uomo, 29 anni, di colore, fuggito a un posto di blocco
Guerriglia a Londra nel quartiere nero feriti 29 poliziotti
Una stazione di polizia assaltata, negozi saccheggiati, sassaiole, barricate: notte di fuoco e disordini a Tottenham, sobborgo nord di Londra. Finito con 42 arresti e 29 poliziotti feriti.
di Daniele Guido Gessa

Solo pochi mesi fa il primo ministro del Regno Unito David Cameron, in un discusso intervento, disse: «Il multiculturalismo ha fallito». E sabato notte il vanto della società britannica, l’esser riusciti a coniugare popolazioni provenienti dalle più diverse parti del mondo con successo, è stato messo seriamente a rischio dalle sommosse di Tottenham, sobborgo a Nord della capitale.
Tutto è nato dopo l’uccisione – la dinamica è ancora da accertare – da parte della polizia di Mark Duggan, 29 anni, padre di quattro figli, durante un inseguimento finito nel peggiore dei modi. Così, nella notte fra sabato e domenica, una vera e propria rivolta da parte di parenti, amici e sostenitori del giovane è andata in scena non lonano dallo stadio dell’Arsenal. Un autobus a due piani dato alle fiamme, due macchine della polizia incendiate, bombe alla benzina e veri e propri missili artigianali. Numerosi i negozi presi d’assalto, in quella che già si inizia a chiamare «la rivolta dei carrelli da supermercato». Sui quali si è visto di tutto, dalle televisioni agli strumenti musicali, alle derrate alimentari. Un saccheggio che ha riportato la memoria alle sommosse degli anni Ottanta, quando a finire sotto assedio furono tanti altri quartieri, soprattutto Brixton. Qui come a Tot-
tenham, la percentuale di popolazione di colore è altissima. E la rivolta di sabato è stata soprattutto una rivolta “nera”, a ricordarci che anche nella patria del multiculturalismo europeo le discriminazioni non sono mai finite, l’integrazione spesso riempie solo le bocche dei politici e tanta strada è da fare sul percorso della piena uguaglianza, che deve essere prima di tutto economica e sociale.
LA RIVOLTA
Tutto è iniziato al grido di «giustizia, giustizia!». Soprattutto per la famiglia di quel giovane ucciso che, dicono gli amici, magari non aveva la fedina penale pulitissima, ma non avrebbe fatto male a una mosca. Ora, il risultato fuoco, fiamme e cenere, con 26 poliziotti feriti, di cui 8 finiti in ospedale, 2 in gravi condizioni più 42 persone arrestate nei disordini e una situazione che, ancora ieri mattina, veniva definita «difficile da gestire».
Londra si conferma così come una città dove malessere sociale e discriminazioni non sono mai spariti. La questione razziale è esplosa nuovamente dopo che il giovane Duggan era stato ucciso, giovedì scorso, su un taxi che aveva preso per cercare di sfuggire all’arresto. E il fatto che fosse nero, secondo i suoi sostenitori che sabato hanno marciato contro una caserma di polizia, non avrebbe fatto che peggiorare il tutto. Una presa di coscienza mista a rabbia, e tanta, da parte del «popolo dei benefit», in italiano si direbbe gli assistiti dai servizi sociali.
IL QUARTIERE
A Tottenham, come in altri quartieri di Londra, la percentuale di persone che vivono grazie agli ormai miseri assegni sociali è altissima. Duecento sterline o poco più a persona, più il sostegno per l’abitazione. Pochi soldi che comunque fanno la differenza fra la fame o la pancia piena, soprattutto per giovani senza lavoro, ragazze madri, ragazzi “difficili” sempre in bilico fra la legalità e l’illegalità. E ora che è saltato fuori il morto, che si sono contati i feriti e che le fiamme hanno prevalso, il primo ministro David Cameron starà sicuramente ripensando a quella sua infelice uscita sul multiculturalismo, in una Gran Bretagna dove i sostenitori dell’English Defence League, il partito declamato e ammirato dal massacratore di Oslo Anders Behring Breivik, sono sempre di più, nell’ordine delle migliaia. E dove un morto è la scintilla per una sommossa che avrebbe potuto portare ad altri morti. 

l’Unità 8.8.11
Inferno carceri: l’emergenza non può aspettare
di Sandro Favi

Ho aderito con convinzione all’appello promosso da Rita Bernardini e da diverse associazioni per la convocazione straordinaria del Parlamento di fronte alla drammatica situazione delle nostre carceri, anche se è doveroso ricordarlo, Camera e Senato hanno per ben due volte discusso e approvato mozioni, di maggioranza e di opposizione, con impegni diretti e concreti ai quali, però, l’allora ministro Alfano non ha dato concretezza. Lo stesso Parlamento che ha già impegnato il governo a dare priorità alla ristrutturazione e alla messa a norma degli istituti penitenziari esistenti, a redigere la “black-list” di imprese e consorzi a rischio di inquinamento mafioso alle quali non potranno essere concessi appalti e subappalti, a considerare vincolanti le intese con i comuni per la localizzazione di nuove carceri. Sarebbe opportuno che il ministro Nitto Palma informi le istituzioni e il Paese su cosa è stato fatto. Dai dati che conosciamo veramente poco. Ci sono voluti quasi tre anni per
mettere in campo un Piano Carceri fatto di norme in successione, poteri commissariali sempre più estesi e reiterate ordinanze per uno stato di emergenza che dura da 20 mesi. Nulla di più di quello che l’ordinaria amministrazione non avesse già da anni avviato, in qualche caso anche in tempi più celeri. Solo che molti padiglioni detentivi costruiti sono rimasti vuoti, i nuovi istituti vengono aperti a porzioni o peggio ne vengono ritardati i tempi di consegna perché non si è in grado di redistribuire il personale o decidere quale livello di sicurezza dovranno assicurare. E una volta aperti i cantieri, anche il ministro Nitto Palma immagina di poter far passare sotto silenzio le condizioni disumane del sovraffollamento, il degrado delle strutture, le difficoltà e la frustrazione degli operatori?
Il governo vanta, dal fronte delle carceri, l’efficacia di una politica della sicurezza e della giustizia che avrebbe migliorato le nostre città e contrastato la diffusione dei poteri delle organizzazioni criminali. Le carceri sovraffollate del governo Berlusconi si sono piuttosto riempite delle povertà dei migranti e delle marginalità umane che popolano il degrado urbano, dell’abbandono dei tossicodipendenti e dei sofferenti psichiatrici, con i meccanismi di una giustizia implacabile con i poveri, quanto indulgente con i garantiti.
Un Piano Carceri serio andrebbe concepito non solo come aumento di celle, di vite isolate, segregate, quasi perdute ma come una nuova architettura umana e sociale.
Le carceri del 2011 sono luoghi in cui si esercita la potestà di uno Stato di diritto o si realizza violenza al senso di umanità e alla piena legalità della pena?
Il Pd non si è mai sottratto al confronto nonostante il tema del carcere sia stato solo affrontato con la “politica degli annunci”. Se il governo accetterà di venire in Parlamento per discutere e individuare soluzioni praticabili per risolvere i problemi che affliggono il carcere noi saremo attenti alle proposte che ci verranno avanzate e metteremo a disposizione di tutti le nostre proposte e le nostre idee.

Repubblica 8.8.11L´artista-dissidente cinese arrestato il 3 aprile e poi scarcerato descrive i suoi terribili 81 giorni in cella
Un memoriale pubblicato da Spiegel grazie a un suo amico: "Per grattarmi la testa dovevo chiedere il permesso"
Ai Weiwei: “Luce sempre accesa e minacce vi racconto le mie prigioni"
di Andrea Tarquini


Ogni secondo in quel posto era per me un dolore insopportabile
Mi dissero che era scoccata la mia ultima ora e che mi avrebbero piegato
Mi accusavano di farmi manovrare da una potenza straniera
Ma i carcerieri più giovani avrebbero voluto capire chi fossi veramente

BERLINO. Mai la vista della luce del sole. Una cella con la finestra oscurata, la lampadina accesa tutto il giorno. 24 ore su 24 sotto gli occhi dei carcerieri, interrogatori di continuo, minacce del peggio, e l´obbligo di chiedere loro ogni permesso, anche di potersi grattare la testa. Così l´artista critico cinese Ai Weiwei ha vissuto i suoi 81 giorni in prigionia. Li racconta un suo amico, lo scrittore emigrato Bei Ling, in un articolo uscito ieri su Der Spiegel. Proprio mentre Ai Weiwei, come informa la Bbc, torna a farsi vivo su twitter. Non parla di politica, perché in cambio del suo rilascio è tenuto al silenzio. Descrive però i suoi pranzi, e semplicemente scrive «sono qui, saluti». Dà insomma al mondo prove della sua esistenza.
«Dieci ravioli a pranzo, ho riacquistato tre chili di peso», "cinguetta" Ai Weiwei in uno dei messaggi, ricevuti nelle ultime ore. In un altro: «Cinque spicchi di aglio». Ha anche inviato a Google+ foto in bianco e nero dei suoi soggiorni a New York negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla frase «Sono qui, saluti» e a una descrizione ufficiale di lui, «sospetto fan della pornografia ed evasore fiscale».
Evidentemente, Ai Weiwei vuole fornire prove di essere vivo e di sentirsi meglio. Il racconto della sua prigionia, le sue «prigioni», non lo ha scritto lui: se lo facesse, verrebbe di nuovo arrestato. Lo ha stilato Bei Ling, a quanto pare dopo contatti con familiari e amici dell´artista. Fa rabbrividire, più di "Buio a mezzogiorno" di Arthur Koestler o de "La confessione" di Artur London, celebri racconti delle carceri staliniane in Europa orientale, evoca pagine di Solzhenystin.
Fu arrestato il 3 aprile da poliziotti in borghese, lo ammanettarono e lo incappucciarono, lo portarono in un carcere fuori Pechino, scrive Bei Ling. La sua cella era di appena sei metri quadrati, e per unico mobile aveva una branda. Ogni angolo - della branda, e persino del rubinetto del lavandino - era smussato e imbottito, probabilmente nel timore che egli volesse togliersi la vita. La finestra era oscurata, la luce restava accesa giorno e notte. Lo svegliavano ogni mattino alle sei e mezza; i poliziotti che lo sorvegliavano senza pausa si davano il cambio ogni tre ore, non lo lasciavano solo un secondo. Lo accompagnavano anche alla toilette o alla doccia. Ha trascorso in quella cella 81 giorni, ha perduto 15 chili. «La mia vicenda è una storia semplice», ha detto Ai Weiwei secondo Bei Ling, «ma per me ogni secondo in quel luogo era un momento di dolore insopportabile». Non sapeva dove si trovasse detenuto, né se mai sarebbe tornato in libertà.
Non è stato mai percosso né torturato, ma sottoposto a pressioni psicologiche pesanti. I poliziotti gli vietarono di portare braccia e mani oltre l´altezza del suo torace. Doveva chiedere il loro permesso anche se voleva grattarsi la testa: «Prego la guardia di servizio di autorizzarmi a grattarmi sul capo», doveva dire. Uno dei guardiani gli disse: «Solo perché tu lo sappia, è previsto che i detenuti che violano queste regole siano costretti a restare in piedi assolutamente immobili. Alla fine ci implorano di sedersi anche per un solo istante».
Gli interrogatori erano continui, in totale sono stati almeno 52. Il personale cambiava di continuo. A volte non sapevano chi egli fosse, gli chiedevano quale crimine avesse commesso. Altre volte gridavano per intimidirlo: «Ai Weiwei, sei svergognato. Mettitelo in testa, la superbia precede la caduta! E lasciatelo dire, ti spezzeremo!». Oppure: «La tua ultima ora sta per scoccare, Ai Weiwei, dicci, chi vuoi vedere per ultimo?». Spaventato, egli rispose: «Mia madre». Altri poliziotti gli chiedevano confessioni: «Dietro a tutto c´è una potenza straniera, altrimenti non sfideresti di continuo il governo». Uno di loro si disse convinto che egli avesse tentato di rovesciare l´ordine costituito. Tra i carcerieri, i più curiosi sull´identità e la storia del prigioniero apparivano i più giovani. Avrebbero volentieri saputo qualcosa di più su di lui: come si chiamava, perché era stato arrestato. Ma quei giovani curiosi in uniforme non gli parlavano. Avevano probabilmente paura di finire davanti a un tribunale militare.
Oggi, davanti alla casa e atelier di scultore dove Ai è agli arresti domiciliari, gli agenti sorvegliano in permanenza: hanno installato telecamere su alti tralicci, per vedere e riprendere da dietro le finestre, e lo controllano dal comodo di una garitta costruita apposta per loro. Controllano i documenti di chiunque entri o esca.

Repubblica 8.8.11
 
È baby-boom: in 6 mesi i nati sono stati 25 mila e in Cisgiordania la popolazione araba supera i 4 milioni Mentre, senza una politica per la famiglia, in Israele è stallo demografico. E aumenta la paura del "sorpasso"
E ora la Striscia si affida ai bambini
Nei Territori sono migliorate le condizioni economiche e assistenziali
di Fabio Scuto

   
GERUSALEMME. La battaglia per la Palestina non si combatterà nella Valle del Giordano, sul Golan o lungo la frontiera con Gaza, ma in camera da letto come sostengono da anni i demografi più accreditati del Medio Oriente. La crescita della popolazione palestinese sia nella Striscia di Gaza che nella Cisgiordania supera in termini percentuali quella in Israele - attestata su una percentuale simile a quella dell´Europa - di diversi punti, e in un futuro non molto lontano i residenti palestinesi supereranno per numero i cittadini israeliani. Niente carri armati, niente aviazione, sono i bambini "l´arma del futuro". La bomba demografica viene definita dagli specialisti del ramo, con un sillogismo certamente poco felice, ma che riproduce esattamente la situazione sul terreno in Palestina e in Israele.
Il sostanziale stallo della crescita demografica in Israele viene attribuito alla mancanza di una politica a sostegno delle famiglie, alla crescita dei prezzi e al sostanziale blocco del reddito che porta le famiglie israeliane ad avere soltanto uno-due figli per coppia - dato che cresce solo per la parte ultraortodossa della popolazione. Dal lato palestinese si registra invece un vero e proprio boom delle nascite. Sostanzialmente le famiglie arabe sono sempre state piuttosto "numerose" - quattro-cinque figli per coppia - ma negli ultimi due anni la crescita è stata davvero considerevole. Le condizioni economiche migliorate specie in Cisgiordania - una realtà economica che cresce al ritmo dell´8 per cento l´anno - e il sistema sanitario certamente reso più efficiente, sono alla base della nuova spinta demografica. Situazione che anche a Gaza registra una vera impennata. Nella Striscia soltanto nei primi sei mesi del 2011 i nuovi nati sono stati 25mila. Numeri che in una realtà delicata come quella della Terra Santa sono destinati a incidere molto. Tra le tante chiavi di lettura del lungo conflitto tra israeliani e palestinesi c´è la demografia e gli scenari tracciati ruotano sempre attorno a una parola chiave: "il sorpasso", quello che prima o poi i palestinesi compiranno sugli israeliani, prima o poi.
I dati diffusi dall´Ufficio centrale di Statistica di Ramallah indicano che nei Territori la popolazione palestinese è arrivata a 4,17 milioni. L´ultimo studio sulla materia del professor Sergio della Pergola, il più accreditato demografo in Israele docente all´Università Ebraica di Gerusalemme e autore del libro "Israele e Palestina, la forza dei numeri (pubblicato in Italia da Il Mulino), ci dice che la popolazione ebraica è al momento di poco sopra i 5,2 milioni. Ma componente israeliana è piuttosto complessa perché è a sua volta composta da gruppi molto più eterogenei, per provenienza di origine, per differenziazione politica, etnica e religiosa: un quinto degli israeliani non sono ebrei, ma immigrati russi e arabi, in maggioranza musulmani.
La spinta palestinese intanto prosegue senza sosta, soltanto nella prima settimana di questo mese sono nati 1090 bambini, una media di 155 al giorno che - se rapportata alla popolazione - ci indica che nessun Paese al mondo in questo momento sta crescendo allo stesso ritmo. Funzionari della sicurezza israeliana - perché quello demografico è per Israele un problema di sicurezza e fonte di grande inquietudine - confermano che i dati forniti dall´Ufficio di Statistica di Ramallah sono molto vicini alle valutazioni fatte in Israele sul numero di residenti palestinesi nei Territori. La crescita stimata dagli israeliani era del 3% l´anno circa, ma i numeri diffusi già indicano che la soglia è già stata ampiamente superata. Inoltre il 40,8% della popolazione della Cisgiordania e di Gaza ha meno di 14 anni, e questo rende i palestinesi una delle più giovani popolazioni del mondo.
Lo storico israeliano Benny Morris è fra quelli convinti che la guerra in Israele si consumerà non sul campo di battaglia, ma in campo demografico, e ammette che gli arabi si sono già assicurati la vittoria. A questo ritmo nel giro di cinque-dieci anni gli arabi (gli arabi israeliani sommati a quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) formeranno la maggioranza della popolazione sui territori che si estendono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. E questo molti israeliani non fa dormire sonni tranquilli.

Repubblica 8.8.11
Se l’Onu riconoscesse lo Stato palestinese
di Antonio Cassese


Che la situazione Palestinese sia ad un punto morto, nessuno può negarlo. Si può perciò capire perché i palestinesi vogliono rompere lo stallo con una mossa dirompente all´Assemblea Generale dell´Onu. Il loro intento è duplice. Ottenere dalla maggioranza del 193 paesi membri il riconoscimento che in Palestina non vi è più una "entità", ma un vero e proprio Stato. Essere ammessi come membro delle Nazioni Unite, e non più come semplice "osservatore". Il secondo obiettivo è irraggiungibile, e i palestinesi ne sono consapevoli: infatti, per l´ammissione di nuovi stati all´Onu è necessaria non solo una maggioranza di due terzi all´Assemblea Generale, ma anche un voto favorevole del Consiglio di sicurezza. Ora, si sa già che gli Usa porranno il veto, bloccando qualunque ammissione.
Resta il riconoscimento della Palestina come Stato. Che valore ha, e quali possono essere le sue conseguenze pratiche? Prima di rispondere, riassumerò alcuni fatti di base.
La Palestina, si sa, è composta dalla Cisgiordania inclusa Gerusalemme est (circa 3 milioni di abitanti) e dalla Striscia di Gaza (1.600.000 di abitanti), due zone separate da territorio israeliano. Entrambe le zone dal 1967 sono sotto l´occupazione bellica israeliana, anche se da Gaza le forze armate israeliane si sono ritirate nel 2005 (ma controllano gli accessi alla Striscia, lo spazio aereo e le acque territoriali). Fatah domina la Cisgiordania, mentre Hamas domina Gaza: le due dirigenze palestinesi sono ai ferri corti, lacerate da dissidi ideologici e politici insanabili. In Cisgiordania l´Autorità palestinese è riuscita a costruire un´amministrazione pubblica e un sistema economico abbastanza efficienti, come attestato dalla Banca Mondiale e dall´IMF e ribadito giorni davanti al Consiglio di Sicurezza. Inoltre l´autorità palestinese controlla il territorio della Cisgiordania, almeno in parte, perché l´esistenza degli insediamenti israeliani e le truppe israeliane che li proteggono fanno sì che il 60% del territorio sia di fatto sotto il dominio militare israeliano.
La Cisgiordania costituisce uno Stato? Ritengo di sì, perché ha una struttura centrale organizzata (l´Autorità palestinese) che esercita un controllo effettivo su parte della popolazione stanziata nel territorio, anche se sotto occupazione bellica straniera e con confini incerti. Inoltre intrattiene regolarmente rapporti internazionali, concludendo accordi (il più famoso è quello di Oslo, del 1993) e inviando rappresentanze diplomatiche presso numerosi Stati (tra cui molti paesi occidentali, inclusa l´Italia, che ha elevato il rango del rappresentante palestinese a Roma a quello di ambasciatore). Dunque, la Palestina, finora riconosciuta da 122 membri dell´Onu, ha tutti i requisiti per essere considerata come un vero e proprio Stato.
Cosa cambia se a settembre l´Assemblea Generale dell´Onu approva una risoluzione che definisce la Palestina uno Stato? Beninteso, si tratterebbe di un risoluzione giuridicamente non vincolante. Nondimeno cambierebbero varie cose sul piano politico, e tutte a vantaggio della Palestina (e della messa in moto del processo di pace). Primo, il "riconoscimento" significa che sarà difficile d´ora in poi contestare il carattere statuale della Palestina. Certo, il riconoscimento come tale non "crea" la personalità giuridica internazionale; ma se è conferito da numerosi membri dell´Onu costituisce un´importante attestazione della statualità dell´ente riconosciuto. Secondo, presumibilmente la risoluzione affermerà che la Palestina esiste nei confini pre-1967 ed include Gerusalemme est, così ribadendo una tesi palestinese fortemente oppugnata da Israele. Terzo, la risoluzione non parlerà, si presume, di quella smilitarizzazione della Palestina, richiesta da Israele come condizione essenziale per qualsiasi accordo. Quarto, sarà più difficile per Israele continuare la sua pluridecennale e illegale occupazione bellica: si porranno le premesse per un ritiro di Israele almeno dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est e per l´acquisto, da parte del governo palestinese, della piena sovranità sul suo territorio. Quinto, Mahmoud Abbas avrà in mano carte più forti per negoziare scambi di territori, mutamenti di confine o cospicui indennizzi, oltre a concordare lo status internazionale di Gerusalemme. Sesto, in seno all´Onu la Palestina diventerà uno "Stato osservatore", e quindi avrà una maggiore forza politica e morale. Settimo, il procuratore della Corte Penale internazionale, cui l´Autorità palestinese ha chiesto nel gennaio 2009 di accedere allo Statuto della Corte, non potrà più traccheggiare come ha fatto finora, e sarà costretto finalmente a rispondere sì o no. Se, come dovrebbe, risponde affermativamente, lo Stato palestinese può ribadire la richiesta che siano sottoposti alla giurisdizione della Corte tutti i crimini commessi sul territorio palestinese dal 2002, quindi anche i crimini attribuiti ad Israele da vari rapporti internazionali. Quest´ultima è un´arma possente, che Israele teme fortemente, e il cui possibile uso può indurre Netanyahu ad aprire negoziati sui vari problemi, incluso quello del ritorno dei profughi palestinesi nelle terre in cui vivevano prima di fuggire tra il 1948 e il 1967.
Naturalmente il successo della risoluzione pro-palestinese dipende dal modo in cui Abbas intende comportarsi nei confronti di Hamas. È un fatto che Hamas è politicamente allineata sulle posizioni dell´Iran e della Siria, non esita a lanciare indiscriminatamente razzi contro la popolazione israeliana e persegue una assurda volontà di distruzione di Israele. Perciò è stata definita sia da Gerusalemme sia da Washington «una organizzazione terroristica». L´Autorità palestinese sarebbe saggia se, chiedendo il riconoscimento collettivo dello Stato palestinese, si limitasse ad indicare la Cisgiordania e Gerusalemme est. Oramai Gaza è un´entità a sé, un "governo di fatto" che né l´Autorità Palestinese né Israele riescono a controllare politicamente e militarmente. È una spina nel fianco sia di Israele sia dell´Autorità Palestinese, e costituisce un grave problema di cui prima o poi dovrà farsi carico tutta la comunità internazionale. Molti Stati occidentali potrebbero votare a favore della risoluzione pro-palestinese se Gaza venisse lasciata fuori, a meglio sottolineare che Abbas è un moderato che persegue fini pacifici e non intende negare l´esistenza dello Stato di Israele e tanto meno compiere atti terroristici contro quello Stato.

domenica 7 agosto 2011

Repubblica 7.8.11
Berlino, quando la città si svegliò con il muro
Berlino, 13 agosto 1961 la città si risveglia divisa dalla più grande cortina della Guerra fredda Il racconto di quei giorni
di Peter Schneider


La storia decisiva fu quella di Peter Fechter, raggiunto dalle pallottole della polizia di frontiera durante un tentativo di fuga. Tutti rimasero lì a guardare per quasi un´ora come si dissanguava. Chi di noi avrebbe osato avvicinarsi al moribondo per trascinarlo nel settore ovest? La risposta a questa domanda salvò o spezzò allora molte amicizie
Era la notte tra il 12 e il 13 agosto 1961. Prima con il filo spinato e poi mattone dopo mattone la Ddr eresse la cortina che divise la Germania e il mondo tra Occidente e socialismo reale Quella barriera che cambiò la vita di migliaia di persone sarebbe rimasta in piedi quasi trent´anni, ma, come racconta un testimone dei fatti, la sua ombra non se ne andò mai del tutto

La prima, e ancora primitiva, versione del Muro mi apparve davanti quando scesi alla stazione Zoo di Berlino. Allora nella città era ancora diffusa la percezione che la costruzione di quel mostro fatto di mattoni di cemento, filo spinato e facciate delle case murate fosse un delitto epocale. Migliaia di berlinesi occidentali si erano precipitati per vedere quella frontiera eretta nel grigiore dell´alba, senza capacitarsi di quello che si ritrovavano davanti agli occhi. Subito dopo si erano attaccati al telefono per dire parole d´incoraggiamento ai concittadini nell´Est che osservavano il Muro con lo sguardo pietrificato, e avevano insultato gli operai che lo stavano costruendo lanciando contro di loro anche qualche pietra. In 250mila si erano poi raccolti davanti al palazzo comunale di Schöneberg per sollecitare le potenze che proteggevano le loro zone ad avviare un negoziato. I leader di queste, tuttavia, non ci pensavano proprio a rischiare un´altra guerra mondiale a causa della costruzione di quel muro. Tutti concordavano che, se la Repubblica Democratica Tedesca voleva sopravvivere, doveva porre fine alla fuga di milioni di cittadini. E se la soluzione era un muro, che muro fosse.
La collaborazione dell´Esercito del popolo e di milizie armate della Ddr ai lavori di costruzione sancì in poche ore il destino di centinaia di migliaia di persone; e non solo separando violentemente innumerevoli famiglie per un quarto di secolo, ma anche strappando al loro posto di lavoro decine di migliaia di pendolari della Ddr che lavoravano a Berlino Ovest. I berlinesi dell´Est che per caso quel 12 agosto 1961 avevano dormito da parenti o amici a Berlino Ovest dovettero decidere se restare in Occidente o tornare nella loro zona sigillata così all´improvviso.
Ancora oggi non si dispone di ricerche esaurienti su come i berlinesi dell´Est reagirono al nuovo status di ostaggi del governo Ulbricht. Le dimostrazioni di giubilo organizzate a Est dai partiti devono essere apparse ai più come una fiera delle mostruosità. Eva e Jens Reich, due berlinesi dell´Est dei quali poi diventai amico, si recarono quella sera alla Brandenburger Tor. Nello sguardo di quasi tutti quelli che incontravano si leggeva l´indignazione. Da quel momento in poi la metropolitana non si sarebbe più fermata nelle stazioni di Berlino Ovest e nei vagoni affollati da pendolari la tensione era così alta che sarebbe bastata una scintilla per far esplodere la rabbia trattenuta. Solo una minoranza di funzionari e di scrittori sostenitori del Partito unitario socialista tedesco gioì per le nuove opportunità che grazie al Muro il socialismo avrebbe avuto per costruire una «Germania migliore».
Le immagini dei berlinesi disperati, che riuscirono a saltare in Occidente all´ultimo istante lungo la delimitazione della Bernauerstrasse mentre il piano di sotto era già murato, hanno fatto il giro del mondo. Meno note sono invece le tragedie di chi decise di intraprendere la fuga senza riuscirci nelle settimane e nei mesi successivi alla costruzione del Muro. Una di queste storie, che si svolse subito dopo il 13 agosto, l´ho approfondita assieme a Margarethe von Trotta: un gruppo di maturandi aveva deciso di fuggire in Occidente passando dalle fogne, che non erano ancora state chiuse. Uno dei ragazzi arrivò troppo tardi e dovette tornare dai genitori. Gli altri, tra cui il suo grande amore, raggiunsero l´Occidente. Il film Gli anni del Muro racconta come quel momento mancato determinò il destino di una coppia di amanti per trent´anni, come i due difesero il loro amore nonostante vite molto differenti e come, anche così, gradualmente si allontanarono.
Di queste storie ce ne furono ovviamente a migliaia. Nella parte occidentale però non si raccontavano, se si eccettua il caso unico di Uwe Johnson, che riuscì a trasferirsi a Ovest. Nella letteratura, lo squilibrio fu evidente ben presto. Mentre nella Ddr, negli anni della Germania divisa, non ci fu un solo scrittore importante che, pur con tutta la cautela richiesta dalla censura, non affrontasse letterariamente il dramma della divisione, nella Repubblica Federale il tema non fu affrontato neanche da uno scrittore.
Per me, per quelli arrivati tardi, la storia decisiva fu quella di Peter Fechter, raggiunto dalle pallottole della polizia di frontiera durante un tentativo di fuga, il 17 agosto 1962, vicino al Checkpoint Charlie. I poliziotti, i cosiddetti Grepo, rimasero lì a guardare per quasi un´ora con i fucili caricati come Fechter si dissanguava. Atterriti dalla scena, gli abitanti di Berlino Ovest sollecitarono i soldati americani a intervenire per aiutarlo. L´ufficiale di turno era incerto sul da farsi e telefonò al comandante americano a Berlino, il maggiore generale Albert Watson II, che gli rispose: «Tenente, lei conosce i suoi ordini. Tenga duro. Non faccia niente».
La lotta contro la morte di Peter Fechter e le sue urla di aiuto diventarono per me e per molti dei miei compagni il test di una coscienza politica non ancora messa alla prova: chi di noi avrebbe osato avvicinarsi al moribondo per trascinarlo nella parte occidentale? La risposta a questa domanda salvò o spezzò allora molte amicizie. Alcuni studenti, conosciuti più tardi già negli anni della rivolta, rischiarono la vita e la libertà per diventare soccorritori di fuggiaschi, ma quando sei anni dopo l´anticomunismo diventò tra la nuova sinistra un peccato mortale, smisero quasi del tutto di rivendicare queste azioni eroiche.
Dal progetto folle della costruzione del Muro derivarono logicamente tutte le altre anomalie della politica occidentale e orientale: un commercio di esseri umani per miliardi di marchi, che per non essere politicamente scorretto era chiamato «acquisto della libertà dei prigionieri politici»; le adozioni forzate, a lungo ignorate dalle autorità federali, dei bambini figli di persone la cui fuga era fallita; il sussidio da parte della ricca Rft di una Ddr che si avvicinava sempre di più alla bancarotta. Nei giorni dopo la costruzione del Muro a Berlino Ovest, l´esclamazione più comune fu: Follia! In realtà, la caduta del Muro rappresentò la fine di una follia alla quale si erano abituati tutti e la ripresa di una normalità non presente per un lungo periodo e dimenticata.
È ancora sorprendente quanto l´indignazione dei primi mesi e anni si trasformasse rapidamente in abitudine, quasi si potrebbe dire in accettazione, sebbene con diverse intensità. Se per i tedeschi della Ddr la costruzione del Muro significò la fine della libertà di spostamento, per quelli a Ovest fu presto chiaro che, fatta eccezione per lo struggente «fratelli e sorelle a Est» con cui li martellava il gruppo editoriale Springer, a loro in realtà non era venuto a mancare molto. Gradualmente la rabbia diventò un arrabbiarsi contro le difficoltà alla frontiera. Una crepa cominciò a insinuarsi nella Repubblica Federale e anche a Berlino Ovest nella «questione tedesca». Mentre i conservatori della Cdu e le pubblicazioni della Springer continuavano a parlare, seppure a un pubblico sempre più ristretto, dell´unificazione della Germania, nella sinistra e nel Partito socialdemocratico si era diffusa la convinzione che non ci fosse modo di cambiare lo stato delle cose con i desiderata. Fu in questa terra desolata di uno sterile scontro Occidente-Oriente che Willy Brandt ed Egon Bahr gettarono il seme della politica della distensione. Questo nuovo approccio però poteva essere applicato solo a caro prezzo. Per non mettere a repentaglio il dialogo con i governanti comunisti, i negoziatori dell´Ovest dovettero troncare ogni contatto con i dissidenti della Ddr, dell´Unione Sovietica e della Polonia. Parole provocanti come «Muro della vergogna» o «riunificazione» dovettero essere cancellate dal vocabolario per essere sostituite dal concetto falso ma distensivo che il socialismo in questi paesi fosse riformabile. Di questo pensiero ristretto fu vittima il tema più importante della Germania: la separazione e il suo superamento. Lo slogan contro l´oppressione nella Ddr diventò monopolio della destra; chi si collocava a sinistra preferiva aggirare questi scomodi dati di fatto.
Nel 1980 trascorsi sei mesi tenendo conferenze nell´America Latina. Al mio ritorno, il mio sguardo per quella frontiera nel frattempo modernizzata fu più distaccato: sì, il Muro era la costruzione più assurda del mondo cui nessuno riusciva a sottrarre lo sguardo, pensai, l´antagonista tedesco, per così dire, della Statua della libertà, ma al tempo stesso niente si sapeva su quello che la costruzione aveva fatto alle persone che vivevano nella sua ombra. Quando cominciai le ricerche per Il saltatore del Muro, dovetti scontrarmi con lo scetticismo di quasi tutti gli amici ai quali parlavo del mio progetto. Già il tema stesso mi rendeva sospetto. Innanzitutto cozzava contro i canoni dell´originalità in letteratura. Non c´erano già migliaia di articoli che avevano il Muro come tema? Secondo, e quest´argomento pesava di più, non mi stavo inoltrando nel territorio della destra e della Bild-Zeitung, che una persona di sinistra ben informata avrebbe voluto evitare a tutti i costi? Chi avesse rimestato nella questione del Muro e della divisione della Germania, ritenuto anch´esso un risultato della guerra di Hitler, sarebbe diventato un sostenitore della Guerra fredda e, sì, anche un revisionista e un revanscista.
Non occorreva essere particolarmente brillanti né avere capacità profetiche per scoprire il «Muro nella testa di ciascuno di noi», che io nel mio libro chiamai per nome e descrissi per primo. Bastava la curiosità. Una curiosità che tuttavia, nell´isterico periodo della Guerra fredda e del pensiero ristretto, era merce rara. Una recensione di Die Welt, giornale del gruppo Springer, scrisse allora che era sorprendente che il libro fosse stato scritto proprio da una persona di sinistra. Il libro era decisamente più intelligente del suo autore.
Nel corso degli anni, da entrambi i lati del Muro, incontrai dei dissidenti della Ddr che nel cuore erano ancora dei comunisti - Stephan Hermlin, Stephan Heym, Heiner Müller, Thomas Brasch, Christa Wolf, Christoph Hein e Volker Braun, tra molti altri. Ancora oggi mi chiedo che cosa li abbia spinti a restare fedeli, anche a Muro caduto, a uno Stato che aveva cacciato via tanti loro colleghi e minacciato loro stessi con la censura e con il divieto di pubblicare la loro «critica solidale». Qual era l´origine di quella curiosa lealtà, in qualche modo anche masochista, per i loro aguzzini? Era la convinzione che la Ddr fosse in principio davvero l´unico Stato antifascista sul suolo tedesco? O era forse che non riuscivano semplicemente ad ammettere di aver scommesso per tutta una vita su un progetto mandato a monte dai popoli dell´Europa centrale e dell´Est con una vera rivoluzione? O forse lo Stato li aveva davvero viziati?
La fedeltà di molti intellettuali della Ddr a una dittatura che aveva imposto loro la strada e che aveva trasformato in prigionieri politici decine di migliaia di loro concittadini meno noti continua a essere un fenomeno tutto tedesco e senza analogie in nessun altro paese del blocco dell´Est. È ancora sorprendente, inoltre, che tra gli scrittori di orientamento di sinistra della Repubblica Federale nessuno abbia abbracciato la tempesta della libertà che impazzava nell´Europa centrale e dell´Est. Temo che la classe intellettuale tedesca non si sia ancora ripresa da quella incredibile e finora non ammessa assenza di reazione da parte dei rappresentanti della sua letteratura.
Quando il Muro cadde, ventinove anni dopo la sua costruzione, la tempesta che investì quella mostruosità arrivò indubbiamente da Est. I tedeschi dell´Ovest e le potenze che li proteggevano sono rimasti lì a sfregarsi gli occhi mentre i popoli dell´Europa centrale e dell´Est e infine anche i tedeschi dell´Est assalivano i bastioni della dittatura comunista. Che cosa accadde veramente a Ovest? Perché nessuno vide arrivare quella rivoluzione? Persino nella Cdu, ha ammesso Helmut Kohl un anno fa, nessuno credeva più alla possibilità di una caduta del Muro e della riunificazione. Non è un rimprovero, ma un fatto storico: a Berlino Ovest e nella Germania Federale non c´è stata una sola manifestazione a favore della riunificazione.
Traduzione di Guiomar Parada

sabato 6 agosto 2011

l’Unità 6.8.11
Retate e sequestri nelle ultime settimane a Stoccarda e in altri centri negli ambienti neonazi
I conservatori colgono il clima e chiedono più controlli sui siti e intercettazioni telefoniche
In Germania, sindrome Oslo
Ora è l’ultradestra a far paura
È la sindrome di Oslo, la paura verso il nemico interno che si è fatta densa in Germania. Sotto osservazione i gruppuscoli neonazisti e anche il partito dell’estrema destra Npd. In aumento i crimini politici.
di Laura Lucchini

La Germania osserva con preoccupazione i movimenti dell’estrema destra, in particolare quella violenta, due settimane dopo gli attentati di Oslo e Utoya. Mentre il partito neonazista Npd tappezza Berlino di cartelloni elettorali che incitano all’odio contro gli stranieri, i dati della polizia confermano un numero alto di crimini politici in tutto il Paese nei primi mesi dell’anno. Ancora una volta è l’estrema destra a fare da capolista.
In totale sono stati commessi 11.148 delitti con motivazione politica in Germania nella prima metà di quest’anno. Non sono dati definitivi, ma un resoconto parziale che la polizia ha presentato ai partiti e che è diventato notizia ieri dopo essere stato pubblicato dal quotidiano berlinese Tagesspiegel. Si tratta in particolare di atti vandalici, incendi dolosi, apologia del nazismo, violenze fisiche e due attentati mortali (è il caso di un fanatico musulmano che ha agito da solo uccidendo due soldati americani a Francoforte).
TRISTE PRIMATO
Il triste primato va ancora una volta, come da anni ormai, ai neonazi e ad altri delinquenti di destra, con 6.433 crimini, tra cui 314 atti violenti. Quasi il doppio di quelli commessi dai movimenti di estrema sinistra, che comunque ammontano a 3.381. Molti meno i delitti con movente politico commessi per mano di stranieri, tra cui si contano anche quelli di stampo islamico, che furono in totale 359.
Dopo mesi in cui il governo aveva lanciato un allarme contro possibili attacchi terroristi, di stampo religioso, che portò addirittura alla chiusura della cupola del Reichstag ai turisti per tutto il periodo natalizio e fino alla scorsa primavera, ora cresce ogni giorno la sensazione che il nemico sia in casa, così come in Norvegia, ma con l’aggravante che l’estrema destra è in Germania un problema endemico e non certo un fatto isolato.
Che il livello di tensione è alto lo ha confermato la scorsa settimana un’ampia operazione della polizia a cui hanno preso parte 140 agenti e che ha portato all’arresto di 18 persone tra i 17 e i 49 anni, sospettate di aver dato vita ad una associazione segreta di estrema destra con fini violenti, la Standarte Würrtenberg, fondata appunto nella regione di Stoccarda. Prova di questo sarebbero le armi sequestrate: una pistola Mauser con 100 munizioni, fucili ad aria compressa modificati e coltelli. La retata non aveva alcun nesso diretto con gli attentati di Oslo. Non ci sono nemmeno prove che il gruppo pianificasse azioni violente a breve termine. Non c’è dubbio però che la tragedia andata in scena nella vicina e stimata Norvegia abbia schiacciato l’acceleratore su una serie di indagini che prendono di mira i movimenti dell’ultra destra. Il ministro degli Interni, il conservatore bavarese Hans Peter Friedrich, che nei mesi passati aveva dichiarato che la violenza di destra non era superiore o più preoccupante di quella di estrema sinistra, ha dovuto fare un passo indietro la scorsa settimana. Friedrich ha detto che non si possono escludere in Germania attentati come quelli di Oslo, si è poi detto «particolarmente preoccupato per il gruppo degli Autonomi Nazionali», un movimento di destra violento che cresce rapidamente e conta già un migliaio di membri.
Secondo l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione, nel 2010 in Germania sono state registrate 219 associazioni di estrema destra illegali per un totale di 25.000 simpatizzanti, di cui circa 9.500 potenzialmente violenti. Si tratta però di movimenti illegali la cui vera estensione è incerta. Accanto a questi c’è l’estrema destra legale, il cui organo principale è l’Npd, un partito che alle ultime elezioni politiche ha raccolto 770.000 voti, pari all’1,8% della popolazione. L’Npd non ha fatto che crescere dalla sua fondazione (tranne alcuni cali di voti isolati) e nonostante non sia mai riuscito ad entrare nel parlamento federale, ha però potuto piazzare alcuni dei suoi membri nelle giunte comunali e anche nei parlamenti di alcuni stati federati. Governi successivi hanno provato a farlo dichiarare anti costituzionale senza riuscirci.
L’NPD FUORILEGGE
I politici offrono ricette diverse per far fronte a questa situazione. Secondo Andrea Nahles, segretaria generale del partito socialdemocratico Spd, «sono necessari più agenti di polizia che controllano i movimenti in Internet dell’estrema destra». Nahles, così come altri esponenti di spicco dell’Spd ad esempio il sindaco di Berlino Klaus Wowereit ieri su l’Unità -, ha rinnovato un appello per l’esclusione dell’Npd dallo spettro dei partiti democratici.
Secondo il ministro degli Interni conservatore, «bisogna tener presente che un simile processo di esclusione potrebbe implicare rischi considerevoli». Ciononostante il suo ministero ha creato un gruppo di indagine per valutare se esistono i parametri legali per iniziare un processo di questo tipo. I conservatori di Cdu e Csu hanno colto l’occasione per tirare fuori dal cassetto una proposta di legge a loro molto cara, che riguarda la raccolta e immagazzinamento di dati preventivo attraverso Internet e telefono, di persone sospettate di aver commesso o pianificato crimini. Tanto i Verdi che la Linke, la sinistra, hanno accusato la proposta di «cinismo» e «opportunismo».

l’Unità 6.8.11
Jorge Amado, confesso che ho vissuto
Dieci anni fa moriva il grande scrittore brasiliano Aveva 89 anni. Indimenticabili le sue storie di pescatori, braccianti, prostitute e fazendeiros Militò nel Partito comunista, arrestato ed esiliato
di Riccardo De Gennaro

Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Jorge Amado, che ci ha lasciato il 6 agosto 2001, quattro giorni prima di compiere 89 anni. Al contrario di scrittori molto più osannati di lui dalla critica, il «cantore di Bahia» non è stato dimenticato. Tutt’altro. Era uno scrittore popolare nel senso migliore del termine. Scriveva per il divertimento del popolo ed era vicino al popolo: «La mia creazione letteraria deriva dall’intimità, dalla complicità con il popolo», disse. «Uno scrittore che si rispetti non scrive per ottenere premi, ma per comunicare, esprimersi e riflettere, considerare, capire, ricreare la vita, aiutare l’uomo». Si definiva egli stesso «un trovatore popolare e popolaresco, un infiltrato nel mondo delle lettere, uno scribacchino di feuilleton». Era consapevole dei suoi limiti stilistici, ma non lo considerava un problema: «Nessuno dei miei detrattori conosce i miei limiti di scrittore come li conosco io». Quello che contava per lui – aveva scoperto la letteratura con Alexandre Dumas, Walter Scott e Dickens – era la storia, anzi una moltitudine di storie, che alla fine formavano un grande affresco dove si mescolavano l’epico e il picaresco: storie di pescatori, braccianti, prostitute, avventurieri, «sante», fazendeiros. Voleva farsi leggere da tutti: la «leggibilità», che a un certo punto nel Novecento parve diventare un disonore per uno scrittore, per lui era motivo di vanto.
IL PRIMO SUCCESSO
Amado conobbe il successo fin dal primo libro, Il Paese del carnevale, pubblicato a soli 19 anni, nel ’31, con i soldi prestatigli dal padre Joao, un proprietario terriero che coltivava il cacao. E proprio alla miseria e allo sfruttamento dei lavoratori delle piantagioni di cacao è dedicato il secondo romanzo, intitolato Cacao, appunto. «Romanzo proletario» era il sottotitolo, che ne annunciava il segno realista, privo di qualsiasi concessione esotica: «Nessuno protestava. Tutto andava bene. Vivevamo fuori dal mondo e la nostra miseria non interessava nessuno. Si viveva per vivere». Dopo viene Sudore, la conferma che alla sua formazione di scrittore contribuisce fortemente la militanza nel Partito comunista brasiliano. Questa sua attenzione per il mondo degli umili e dei diseredati (nel 1954 pubblicherà I sotterranei della libertà, una storia in tre volumi delle lotte del Pc brasiliano), il suo incessante impegno a favore della giustizia sociale, la sua grande popolarità gli permettono di ottenere il maggior numero di preferenze tra i deputati dello stato di Bahia eletti nel gennaio del ’46 al Parlamento federale, che avrebbe varato la Costituzione. L’esperienza dura soltanto due anni, perché nel 1948 il Partito comunista brasiliano viene dichiarato fuorilegge.
Amado, che era già stato arrestato nel ’36 per motivi politici («mi accusarono di voler organizzare l’insurrezione degli indios dell’Amazzonia»), si rifugia prima a Parigi, dove fa amicizia con Picasso, poi in Cecoslovacchia. Nel 1951 vince il Premio internazionale Stalin per la Pace, un riconoscimento di cui andrà sempre orgoglioso, anche quando Kruscev gli chiederà di restituire medaglia e diploma per sostituirli con quelli del nuovo e retroattivo Premio Lenin. Nella prima metà degli anni Cinquanta, Amado viaggia in tutti i paesi comunisti come rappresentante del Pcb. A chi gli chiede di descrivergli il Brasile risponde spesso con una battuta: «È un Paese surrealista». Il suo rapporto con Mosca ha bruscamente termine nel 1956 in seguito all’invasione dell’Ungheria. È amico di Anna Seghers, Paul Eluard, Louis Aragon, Ilya Ehrenburg, che continuano a credere nel comunismo anche dopo la denuncia dell’orrore staliniano, ma la sua delusione è talmente grande da spingerlo ad abbandonare la militanza politica e dedicarsi interamente alla letteratura.
Gabriella garofano e cannella è il romanzo della svolta. Il realismo «socialista» diventa realismo «magico», la denuncia sociale permane ma le storie si tingono di fiabesco e affondano le loro radici un passato quasi mitologico. A Dickens e Scott si affiancano Rabelais e Cervantes. Il nuovo romanzo oltrepassa le centomila copie vendute in Brasile e, tradotto negli anni successivi in una cinquantina di Paesi, lo consacra a livello internazionale. In Italia il libro trarrà beneficio del successo di Cent’anni di solitudine del suo grande amico Garcia Marquez, che nel 1968 aprirà le porte della letteratura latino-americana al grande pubblico. Gabriella, o per meglio dire Gabriela, donna sensuale ed estremamente libera in amore, sarà la prima di una serie di fortunate eroine. Dopo di lei verranno Dona Flor, Teresa Batista, Tieta de Agreste, Zezinha di Tocaia Grande, la sua Macondo. Mogli, amanti, puttane. Donne.
Uno degli ultimi libri di Amado, Navigazione di cabotaggio, contiene «gli appunti per un libro di memorie che non scriverò mai». Avrebbe potuto intitolarlo Confesso che ho vissuto, ma l’idea l’aveva già avuta il suo amico Neruda. Tra i tanti episodi della sua vita, Amado ricorda il giorno in cui conobbe Togliatti, a Roma, nella redazione dell’Unità. Era l’anno 1948 e in Italia si tenevano le elezioni. Come altri giornalisti e intellettuali stranieri Jorge era stato incaricato di seguire i risultati elettorali. C’era la diffusa convinzione che il Pci avrebbe vinto. Come sappiamo, non andò così: «I comunisti persero le elezioni, i democristiani si mantennero al potere», ma «la sconfitta non limitò i festeggiamenti, alla riunione in casa di Guttuso c’era mezzo mondo, da Moravia a Zavattini, da Carlo Levi a De Santis, da Emilio Sereni a Giancarlo Pajetta, senza parlare di alcune contesse ferventi comuniste. La mia raccolta di amicizie iniziò a Roma e proseguì a Firenze con Vasco Pratolini e a Milano con Elio Vittorini».
I SUOI FIGLI
La sua longevità lo costrinse ben presto a non avere più padri, ma soltanto figli. Uno era il regista, suo conterraneo, Glauber Rocha, che nel suo primo lungometraggio, Barravento (1962), raccontò la miseria e la fatica dei pescatori del litorale di Bahia. Nei suoi «appunti», Amado parla del ricovero in ospedale di Rocha, nell’agosto 1981 a Lisbona, malato di tumore ai polmoni: «Ci misi un anno a riprendermi da quel mese atroce passato in ospedale accanto a Glauber morente: con gli occhi fuori dalle orbite si sforzava di resistere, bramoso di vivere, si attaccava ansiosamente agli ultimi giorni che gli restavano». Glauber aveva soltanto 42 anni. Autore di 21 romanzi più una valanga di racconti, Jorge Amado non ha fatto altro che scrivere il medesimo libro: «Posso lavorare soltanto sulla realtà che ho vissuto personalmente, è per questo che gli argomenti dei miei libri si limitano a essere le sconfinate terre del cacao e la vita del popolo di Bahia. Mi muovo attorno a questi due temi, ripropongo scenari, personaggi ed emozioni sempre uguali», ha spiegato. Era quello che i suoi lettori volevano. Può continuare a riposare tranquillo, sarà ricordato anche tra cent’anni.

l’Unità 6.8.11
Etiopia, gli orrori dell’Italia di Mussolini
«Inconscio italiano» Presentato fuori concorso al Festival di Locarno il documentario di Luca Guadagnino: è un’indagine sulle radici razziste del nostro popolo. Il regista: «Si tratta di qualcosa che ritorna, come un’eco»
di Paolo Calcagno

A scavare nell’Inconscio Italiano si scoprono le radici del razzismo del nostro popolo, che in buona parte risalgono al passato colonialista del regime fascista e che, a causa di una lunga e pigra rimozione, hanno esteso le loro metastasi sino all’identità italiana del nostro tempo. A spiegarci quest’odioso quanto verosimile fenomeno è il regista e produttore Luca Guadagnino, in giuria al Festival del Cinema di Locarno e autore del documentario (ma lui preferisce definirlo «film-saggio») in bianco e nero Inconscio Italiano, presentato fuori concorso alla rassegna svizzera del «Pardo d’oro».
Guadagnino, 40 anni, siciliano di nascita e con l’infanzia trascorsa in buona parte ad Addis Abeba, dopo aver messo il dito nella piaga del conformismo e delle ipocrisie della borghesia italiana con il fortunato film Io sono l’amore (2009), realizzato 4 anni dopo il successo di Melissa P., stavolta, si rivolge alla forma del documentario per indagare su una certa identità italiana partendo dall’occupazione dell’Etiopia, fermamente voluta dal Benito Mussolini.
«Il mio legame forte con l’Etiopia mi ha spinto a realizzare questo lavoro le cui finalità vanno oltre la natura storica per sottolineare qualcosa che ritorna come un’eco: è una linea unica che continua, si evolve, ma non troppo», ha commentato Guadagnino che ha affidato la parte esecutiva del suo documentario allo sceneggiatore Giuppy d’Aura e al montatore Ferdinando Cito Filomarino.
Inconscio Italiano è costituito da due parti, la prima (di circa un’ora) comprende le analisi, ma in qualche caso anche le diagnosi, di 6 studiosi: gli storici Angelo del Boca e Lucia Ceci, gli antropologi Iain Chambers e Michela Fusaschi, i filosofi Alberto Bugio e Ida Dominijanni; la seconda parte, che si sviluppa senza dialogo sulle note di Harmonium di John Adams, dura 32 minuti e raggruppa immagini d’archivio dell’Istituto Luce, della Bbc inglese e dei cinegiornali russi dell’epoca. Vediamo le truppe italiane, guidate dai generali Graziani e Badoglio, alla conquista dell’Etiopia, gli aerei sgan-
ciare circa 500 mila tonnellate di bombe con il gas, gli effetti di sterminio su truppe e popolazione locale: «Furono circa 400mila i morti, di cui 100mila tra i civili – ricorda del Boca -. Un massacro che fu compiuto con il consenso totale degli italiani».
Le feroci rappresaglie del regime fascista si spinsero fino alle vili eliminazioni di migliaia di monaci etiopici di religione cristiana, che ebbero il torto di non condannare un paio di attentati, peraltro abortiti. C’è il ringhio di Graziani che comunica la sua soddisfazione al Duce che non era mai andato in Etiopia e che, tuttavia, aveva personalmente «guidato» a distanza la spedizione colonizzatrice; c’è il Papa Pio XII, citato quale «elemento di forte propulsione all’azione bellica»; e c’è persino il matrimonio in pompa magna, ad Addis Abeba, della figlia del generale Graziani.
«Abbiamo selezionato il nostro montaggio da ore e ore di filmati – ha spiegato Guadagnino -, stando attenti a destrutturare quei materiali che erano stati realizzati a chiari fini di propaganda di regime e, nel caso delle pellicole inglesi e russe, di critica al fascismo. Il risultato ci ha svelato immagini di puro Cinema su quanto era accaduto in Etiopia.
Quanto alla forma delle due parti staccate del filmato, è stata una scelta netta, come in delle sinassi abbiamo voluto separare i pensieri dalle immagini: sono sempre stato affascinato dai film composti da due metà, di cui una quasi senza dialogo, come Full Metal Racket, di Kubrick. Ho guardato molto anche i film di Abba Gherima, Adua e vari altri, dove si racconta l’invasione dal punto di vista degli etiopici».
Inconscio Italiano è stato realizzato con riprese da Canon 5D, è costato intorno ai 30mila euro e verrà presentato anche al Festival di Torino. «Non abbiamo accordi con reti tv – ha precisato Guadagnino, che si prepara a girare un nuovo “doc” su Bernardo Bertolucci -. Il piccolo budget del filmato ci ha consentito di produrlo senza l’assillo della committenza. Io credo nel mercato del documentario e, magari in dvd, spero in una distribuzione autonoma. Per fortuna, il pubblico è più avanti del sistema che, invece, è stupido. Intanto, come produttore, lunedì, in Toscana, darò il via alle riprese de I Padroni di Casa, con e di Edoardo Gabbriellini. Il cast è super: Elio Germano, Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi, oltre a Gianni Morandi che farà il suo ritorno sul grande schermo. Sto anche lavorando al mio nuovo lungometraggio, sto parlando molto con gli americani: sarà un film interamente “a stelle e strisce”».

venerdì 5 agosto 2011

il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Viaggi pensierosi
Derrida
L’eterno giramondo che seguiva il destino facendo 31 chilometri
di Maurizio Ferraris

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il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Inconscio
Il pilota nascosto che guida la mente
di Giuliano Aluffi

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il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Quelle notti della taranta neel’Italia del boom
Ernesto De Martino 50 anni fa pubblicava La terra del rimorso

di Marino Niola
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il Fatto 5.8.11
Bonelli attacca Vendola: “Rischi pesantissimi”
Taranto dei veleni, lavoro contro salute
Caso Ilva, i carabinieri chiedono il sequestro ma l’impianto continua a produrre (e a inquinare)
di Ferruccio Sansa


Si ritiene necessaria l’emissione di un provvedimento cautelare reale, diretto all’evitare di protrarsi di attività illecite descritte nel-l’arco di 40 giorni di monitoraggio. È altresì fondamentale richiamare l’azienda agli obblighi di legge”. Il rapporto del Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Lecce (di cui Il Fatto è in possesso) è un macigno, perché l’azienda di cui si riferisce ai pm di Taranto è l’Ilva. Si richiede il sequestro dell'impianto di Taranto, che occupa 11.500 persone e produce il 70% del pil della provincia.
LAVORO contro salute: la gente sa che l’inquinamento entra nei suoi polmoni, con ogni respiro. Hanno paura gli abitanti e i lavoratori dell’Ilva, stretti tra il posto di lavoro e le giornate passate a 50 gradi nella cokeria. Timori confermati dalla Procura: disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati tra gli altri Emilio Riva, 84 anni, presidente dell’Ilva sino al 2010, e Nicola Riva, attuale presidente. Accuse che gli imprenditori respingono (Il Fatto ieri ha cercato di raccogliere la versione dell’Ilva, senza risposta).
 Difficile dire che cosa sia più pesante per i cittadini di Taranto che vivono all’ombra dei 220 metri della ciminiera E 312 (la più alta d’Europa): se i timori per la salute e per il lavoro. O l’insicurezza: il 5 luglio è stata chiusa l’istruttoria per dotare l’Ilva del certificato Aia, l’Autorizzazione Integrata Ambientale. In molti hanno gridato a una vittoria per l’ambiente e la salute. Ma ecco arrivare l'allarme dei Noe.
A chi devono credere gli abitanti del quartiere Tamburi, case basse, colori spenti dalla polvere che si accumula su facciate, serramenti, vestiti stesi? Per capire bisogna guardare Taranto da lontano: l’orizzonte segnato dal fumo delle ciminiere, l’aria scura e l’acciaieria grande il doppio della città, a ridosso delle case.
 Un medico disse una volta: “O si sposta l’acciaieria oppure Taranto”. Pare impossibile dipanare il nodo. Mancano dati ufficiali sulla diffusione delle malattie, l’efficacia dei controlli – quando ci sono – è contestata. Il punto di partenza potrebbe essere il rapporto dei Noe: “Sono state osservate… consistenti emissioni riconducibili allo “slooping”, all’utilizzo improprio di sei torce al servizio delle acciaierie”. Segue una tabella con decine di episodi con “una nube rossastra… eccezionale e imponente”. I Noe parlano anche di “intense emissioni non convogliate… capaci di propagarsi oltre i confini dell’Ilva” derivanti dal riversamento sul terreno di scorie per raffreddarle. Si apre un nuovo capitolo sulle “emissioni diffuse”, che sfuggono finora ai controlli. Gli investigatori richiedono “il sequestro degli impianti”.
 Ma allora è giusto concedere l’Aia all’Ilva? Da una parte si schierano la Regione di Nichi Vendola e i sindacati, dall’altra ambientalisti e comitati. “L’autorizzazione mette delle certezze, toglie ogni alibi all’Ilva”, è convinto Rosario Rappa, segretario generale della Fiom Cgil. “Con l’Aia – assicura Lorenzo Nicastro, assessore regionale all’Ambiente – entreranno in vigore limiti emissivi più bassi rispetto a quelli vigenti, in linea con le migliori tecnologie disponibili”. Gli ambientalisti e i comitati contestano: “Si dà una patente di legittimità a un impianto che porta rischi pesantissimi”, è sicuro Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Pierfelice Zazzera (Idv) fa un elenco delle emergenze: “I parchi minerari, colline di sostanze tossiche che appena viene il vento finiscono nei polmoni, sono senza copertura come invece avviene all’estero. I famosi filtri per la ciminiera E312 non funzionano”.
 Fabio Matacchiera, un insegnante che guida il Fondo Anti-diossina aggiunge: “Non ci sono solo le emissioni dei 200 camini dell’acciaieria, ma anche i fumi diffusi non censiti. Poi c’è il nodo dei controlli. Gli uomini dell’Arpa, dai cancelli impiegano novanta minuti per arrivare alla ciminiera. Abbastanza per consentire, a chi lo volesse, di ridurre le emissioni. I campionamenti avvengono poche volte all’anno e di giorno” .
 Dalla cronaca notizie allarmanti. L’anno scorso sono state abbattute 650 pecore imbottite di diossina: pascolavano entro il limite di 20 chilometri dall’acciaieria fissato dalla Regione. Poi le analisi Asl rivelano presenze di policlorobifenili nelle acque del Mar Piccolo. Scatta il divieto di allevare le cozze: 24 operatori su 103 rischiano il lavoro.
 COSÌ SI VIVE a Taranto, dove la diossina si è accumulata per decenni nella terra, nell’acqua. Nell’aria che respiri. Ricorda Rappa: “Ci vuole un risanamento drastico. Ma il Governo ha destinato ad altro i soldi già stanziati”. Interessi enormi ruotano intorno al più grande impianto siderurgico del Paese. Non c’è da stupirsi se chi si schiera va incontro a minacce, anche di morte. Su tutto regna l’incertezza. Nel 2010 il Governo vara la legge “salva-Ilva” che rimanda al 2013 l'obiettivo di un nanogrammo per metrocubo di benzo(a)pirene in aria. La Regione risponde con una norma che prevede limiti più stringenti. “Bene – commenta Rappa – ma occorre dare mezzi all’Arpa per i controlli”.
 Qui si innesta la polemica di ambientalisti e comitati con la Regione: “Vendola annuncia novità che non ci sono. Si continuerà a morire”, sostiene Bonelli. Al governatore si attribuisce un atteggiamento morbido nei confronti dei Riva. Lui, Vendola, risponde così: “Abbiamo imposto all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e poi una normativa anti-benzoapirene, portando controlli a tappeto su tutto il territorio”. Aggiunge: “Dobbiamo uscire dalla contrapposizione tra rispetto dell’ambiente e salvaguardia del lavoro. Non si tratta di cercare un compromesso bensì di conseguire il rispetto delle regole e imporre i giusti livelli di tutela ambientale”.
 I sindacati lo sostengono. Ma Rappa (Fiom) precisa: “In passato abbiamo difeso il posto di lavoro a scapito della salute. Oggi no, speriamo di salvare sia l’industria che la salute. Si può”. Gli ambientalisti non credono più a questa terza via. E neanche molti cittadini.

il Fatto 5.8.11
Viaggio tra i cuori neri che hanno conquistato il Nord
Svezia, alle radici della rabbia xenofoba
di Nicholas Kulish


Landskrona (Svezia) La famiglia Ahlgren, che vive nella cittadina industriale di Landskrona, ci aiuta a fare luce sulle ragioni della rabbia che ha favorito l’ascesa dei partiti xenofobi europei anche in Scandinavia.
 Michael Ahlgren, licenziato poco prima di Natale dalla Croce Rossa dove lavorava nella sicurezza, ha il tatuaggio della bandiera svedese sulla spalla sinistra e ha votato per i Democratici Svedesi, un partito nazionalista che alle comunali del 2006 ha ottenuto quasi il 25% dei voti. Michael e sua moglie non hanno peli sulla lingua: il governo spende denaro per i profughi, dicono, mentre la qualità della mensa scolastica delle figlie è scadentissima e non prevede la carne di maiale per non offendere la sensibilità dei musulmani.
 Ciò nonostante in città gli elettori che per primi hanno fatto suonare in Svezia il campanello d’allarme sulla gravità del sentimento anti-immigrati, stanno cominciando ad allontanarsi dal partito anche perché i principali partiti nazionali hanno fatto propri alcuni dei temi cari ai Democratici Svedesi. Landskrona, che festeggerà 600 anni nel 2013, è in prima linea nella battaglia per il futuro del Paese.
 DA ANNI la città soffre di tutti i mali delle moderne società occidentali: una popolazione sempre più vecchia, un numero sempre maggiore di immigranti e il tramonto delle industrie tradizionali. E naturalmente tutto questo sta mettendo in pericolo il famoso modello dello Stato sociale svedese tollerante e generoso. Lo scorso autunno il partito di estrema destra ha ottenuto per la prima volta 20 seggi nel Parlamento nazionale non solo battendo il tasto della disoccupazione, ma anche a causa di un diminuito senso dell’appartenenza a una comunità nazionale, della crescente criminalità e della sensazione diffusa tra molti svedesi che il governo abbia esagerato nelle politiche di accoglienza di profughi e immigrati.
A Landskrona un terzo della popolazione è costituito da immigrati e il tasso di disoccupazione supera il 10% rispetto al 6% nazionale. “Qui ci sono tutti i problemi tipici della transizione da una società industriale ad una post-industriale”, dice il professor Tapio Salonen che ha scelto questa città per uno studio di tre anni sui mutamenti economici e sociali. “Landskroma è il futuro”. Quando i cantieri Oresund, che davano lavoro a quasi tutta la città, chiusero i battenti nel 1981, molti se ne andarono in cerca di lavoro e gli appartamenti vuoti furono occupati in gran parte da profughi provenienti dall’ex Jugoslavia, prima, e dall’Iraq, dopo.
 IL MASSACRO del mese scorso in Norvegia ha indotto molti europei a porsi qualche interrogativo. Un esponente dei Democratici Svedesi ha dichiarato che la tragedia non sarebbe avvenuta in una “Norvegia norvegese”. Le polemiche sono state furibonde e lo stesso partito ha preso le distanze. Il segretario del partito, Bjorn Soder, condanna l’atto “insensato” di Anders Breivik. Fino al 1995 il segretario del partito era Anders Klastrom, con un passato neo-nazista. Oggi i Democratici Svedesi hanno posizioni più aperte su questioni quali i diritti dei gay e non sono più sostenitori della pena di morte. Soder ribadisce che gli immigrati debbono integrarsi nella società svedese e respinge l’ipotesi secondo cui il successo elettorale del suo partito si deve al voto di protesta del ceto medio: “Stando ai sondaggi abbiamo una base di simpatizzanti che concordano con la nostra piattaforma politica”, dice Sober. In seno al consiglio comunale di Landskrona molti provvedimenti passano con il voto dei Democratici Svedesi. “In passato si rispondeva meccanicamente no a tutte le loro richieste”, dice il presidente del Consiglio comunale, Torkild Strandberg: “Ma era un atteggiamento sbagliato”. Alle comunali del settembre 2010, i Democratici Svedesi hanno perso tre seggi passando dal 22,8% del 2006 al 15,8%. Nello stesso periodo, su base nazionale, hanno raddoppiato i voti. Secondo alcuni qui, coinvolgerli nella gestione della cosa pubblica è la strada giusta, quella che fa dire al costruttore di Landskrona Bengt Persson: “Per lo meno adesso ci ascoltano”.
(c) The New York Times News Service & Syndicate Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

l’Unità 5.8.11
Mediterraneo, tomba per seimila disperati negli ultimi sette anni
Secondo “Fortress Europe” da gennaio a luglio di quest’anno nel Canale di Sicilia hanno perso la vita quasi duemila migranti
di Marzio Cecioni


Da culla di civiltà a tomba per i poveri del mondo. In questo si è trasformato il Mediterraneo. Quasi due mila persone hanno perso la vita negli ultimi sette mesi: uomini, donne e bambini che cercavano una vita migliore in occidente scappando da guerre, carestie e povertà e invece se li è presi il mare. Il racconto dei migranti soccorsi ieri a Largo di Lampedusa, che hanno parlato di decine di cadaveri gettati a mare, conferma che il Canale di Sicilia continua ad inghiottire vite da vent’anni. Ma nel 2011, stando ai dati di Fortress Europe il blog di Gabriele del Grande che tiene il conto di vittime accertate e dei “fantasmi” partiti soprattutto da Libia e Tunisia e mai arrivati si è battuto ogni record: 1.674 tra vittime e dispersi da gennaio al 31 luglio. 239 morti al mese, 8 al giorno. E considerando che cifre ufficiali non ce ne sono, i numeri potrebbero essere maggiori. La maggior parte delle vittime e dei dispersi proveniva dall’area sub sahariana ed era partita dalla Libia in guerra. In molte occasioni, non per scelta: diversi profughi arrivati a Lampedusa in questi mesi hanno infatti raccontato che o combattevano con il regime o si imbarcavano, spesso su carrette stracolme e senza pilota. Secondo Fortress Europe, dal 1994 quasi 6mila disperati hanno trovato la morte nel Canale di Sicilia: ben più della metà (4.547) risultano dispersi. Ecco l’elenco dei principali naufragi nel 2011. 11 febbraio: 40 immigrati dispersi; 14 febbraio: 22 dispersi; 14 marzo: almeno 60 persone erano a bordo di un barcone naufragato non lontano dalla Tunisia. 30 marzo: altro naufragio nel Canale di Sicilia e 7 persone morte, tra le quali una donna incinta e un bambino. 22 marzo: un barcone con 335 somali ed eritrei parte dalla Libia, ma nessuno dei passeggeri risulta sopravvissuto. 25 marzo: nessuna notizia anche di un barcone con 68 persone a bordo. 1 aprile: vengono ritrovati i cadaveri di 27 tunisini, di età compresa tra i 19 e i 23 anni. 3 aprile: 70 corpi sono stati recuperati dopo un naufragio davanti alle coste di Tripoli. 6 aprile: un barcone si rovescia nella notte in acque maltesi. Salvati in 51, ma a bordo erano circa 300. 6 maggio: un barcone con oltre 600 migranti è naufragato all'alba davanti alle coste libiche. Centinaia i dispersi. 2 giugno: almeno 270 dispersi. 1 agosto: 26 cadaveri vengono trovati in un barcone arrivato a Lampedusa.

l’Unità 5.8.11
Salva con nome
Creative Commons: la via moderna al diritto d’autore
di Carlo Infante


Creative    Commons    (comunemente siglato CC) è un nuovo protocollo giuridico relativo all’uso delle opere di creatività per la condivisione e l’utilizzo pubblico. Intorno a questo processo si è creato un vastissimo movimento d’opinione che ha visto protagonista Lawrence Lessig (ora consigliere di Obama) per l’affermazione degli open content, i contenuti aperti alle pratiche creative del remix e del riuso. Le leggi sul copyright inibiscono questi processi ed è per questo che la mission di Creative Commons, nato negli Stati Uniti a cui è, da qualche anno, affiliato Creative Commons Italia, stabilisce dei nuovi margini per l’uso creativo e condiviso delle opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi. Si risponde alla rigidità del modello del copyright che afferma tassativamente “all rights reserved” (tutti i diritti sono riservati) con un nuovo concetto,“some rights reserved” (alcuni diritti sono riservati), proteggendo gli autori dagli abusi commerciali. Le licenze di tipo Creative Commons creano le condizioni per cui chi detiene diritti di copyright possa rilasciare parzialmente alcuni diritti e allo stesso tempo conservarne altri, grazie a una varietà di licenze che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio.
Queste riconfigurazioni del vecchio diritto d’autore dovrebbero essere la risposta alla questione sollevata dalla AGCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che ha minacciato di censurare le informazioni on line che violino il copyright. Le reazioni sono state fortissime: non si tratta di legittimare piraterie e abusi del diritto d’autore bensì di aprire un dibattito parlamentare, politico a tutti gli effetti, sia sulla protezione dei contenuti sia sulla libertà di internet.
Va ripensata una disciplina del diritto d’autore che non si aggiorna dal 1941, inscrivendola nel contesto del web che sta creando straordinarie opportunità di nuova produzione culturale.
Si deve quindi riconoscere un sostanziale diritto degli autori delle opere d’ingegno che troppo spesso la Siae non sa contemplare, concentrata sul premiare pochi benemeriti e su logiche restrittive irragionevoli. Allo stesso tempo va incentivato il libero accesso ai contenuti in rete, per estendere una diffusione sempre più ampia dell’informazione culturale, favorendo sia gli autori sia gli utenti di quel “metamedium” che è internet, piattaforma che ricombina le informazioni, arricchendole del valore d’uso di chi le interpreta con creatività, come accade nel cosiddetto remix.
Gli scenari in cui circola la cultura, nelle sue diverse forme, da quella musicale a quella letteraria, stanno cambiando radicalmente e in questa mutazione risiede sia la nascita di una nuova cultura sia la possibilità di rilanciare le prospettive per possibili nuovi mercati.

l’Unità 5.8.11
Il dossier, all’indomani della morte del piccolo George, folgorato da un cavo in una roulotte
Il flop del sindaco. Avevano parlato di «una rivoluzione copernicana», non si è visto nulla
Il piano rom era solo uno slogan
L’ultimo fallimento di Alemanno
Nel tentativo di «ridefinire gli spazi attrezzati» l’operazione voluta dal sindaco di Roma ha prodotto solo «problematiche legate alla salute e alla sicurezza. E più di 30 bambini hanno perso la scuola».
di Luciana Cimino


George, che a fine agosto avrebbe compiuto un anno, è stato l’ultimo. Prima erano morti Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Per i quattro fratellini carbonizzati in un campo abusivo di via Appia si commosse il presidente della Repubblica che volle incontrare la famiglia. E prima ancora c’era stato Marius, 3 anni, anche lui ucciso dal fuoco nella baracca dove dormiva. Sei bambini rom morti in un anno nella Capitale. E davanti a queste tragedia l’amministrazione comunale chiede alle comunità rom una maggiore «tutela dei loro figli, prima istanza di tutti i genitori» che passa, secondo il delegato alla sicurezza del sindaco, Giorgio Ciardi, «per l’adozione di stili di vita e comportamenti nuovi e corretti». È ovviamente con le condoglianze alla famiglia del piccolo George, Alemanno, vicesindaco Belviso e Ciardi assicurano che «il piano nomadi sarà portato a termine».
Ma a che punto è questo piano, vanto e croce della capitale targata centrodestra, varato a luglio del 2009 cavalcando l’onda emotiva dell’omicidio Reggiani? Alemanno parlò all’epoca di «rivoluzione copernicana», Maroni addirittura di «modello romano da esportare». A distanza di due anni quanto è stato fatto? Quanto è costato fino adesso e quanto si è dimostrato efficace?
Prova a mettere insieme numeri e dati l’associazione 21 Luglio che si occupa di diritti umani e in particolare di minori rom. L’associazione sta preparando un dossier che boccia senza appello sindaco e Giunta. «Un piano discriminatorio, segregativo, che sperpera soldi pubblici inutilmente, che viola costantemente i diritti umani, irrazionale, inefficace», e soprattutto che sta ancora al punto di partenza, nonostante i proclami, sintetizza Carlo Stasolla, presidente di 21 Luglio. «Roma ha ricevuto una montagna di soldi per questo piano: 34 milioni di euro, per prima cosa hanno fatto un censimento con cui spiega Stasolla hanno stabilito che la città poteva “tollerare” fino a 6000 rom, ma una città può mettere un numero chiuso su base etnica?». Alemanno vuol farsi vedere operativo e comincia con gli sgomberi, forse sperando in un ritorno di immagine. «Dagli 80 insediamenti informali che sarebbero dovuti essere smantellati si è passati ai 249 registrati nel maggio 2011. Sono stati più di 400 gli sgomberi forzati realizzati dall’amministrazione comunale con una spesa stimata di 5 milioni di euro». In pratica dopo gli sgomberi gli accampamenti abusivi si sono riformati perché le alternative non c’erano. E le soluzioni previste dal piano nomadi? Quello che tutta Europa ci doveva invidiare? «Secondo il Piano spiega ancora l’associazione si sarebbe dovuto provvedere alla costruzione di nuovi “villaggi attrezzati” perimetrati, videosorvegliati e controllati da vigilanza armata oltre ai 7 già presenti. In realtà lo sgombero del Casilino 900 e de La Martora hanno prodotto una ridefinizione demografica nei 7 villaggi attrezzati già esistenti con un incremento medio di circa il 30% della popolazione residente. La prima conseguenza è stata il grave abbattimento degli spazi vitali che ha portato all’insorgenza di problematiche legate alla salute e alla sicurezza, oltre al fatto che più di 30 bambini hanno perso la scuola».
NESSUN VILLAGGIO REALIZZATO
Ma il vero dato è che «nessun nuovo villaggio è stato realizzato e l’unico in fase di costruzione è quello de La Barbuta situato tra l’altro in una zona archeologica sopra una falda acquifera e all’interno del cono di volo del vicino aeroporto. Solo per i rilievi archeologici e per la bonifica necessaria (sarebbe stata riscontrata la presenza di amianto) è stata già spesa la cifra di 1.530.000,00 euro». Niente di fatto neanche per la struttura di transito: «Non è stata mai realizzata denuncia l’associazione al contrario sono stati aperti tre centri di accoglienza in cui sono accolti più di 500 rom con una spesa annua di gestione di circa 4 milioni di euro». Secondo i calcoli di 21 Luglio quindi il Campidoglio avrebbe già speso 24 dei 34 milioni previsti per il Piano. «I soldi stanno finendo senza fare nulla». E poi c’è il versante dei diritti umani. «In un rapporto del 2010 Amnesty afferma che quella di Alemanno è una risposta sbagliata, noi diciamo che ci sono una serie di violazioni infinite». Nota Stasolla: «Concentrare le persone in un posto su base etnica è come dire che tutti gli ebrei di Roma devono vivere in un ghetto, sarebbe concepibile oggi?». Secondo 21 Luglio «per gli sgomberi esistono delle convenzioni internazionali che vengono disattese, il fotosegnalamento non andrebbe fatto ai cittadini italiani e a chi è già in possesso di documenti, così com’è è una schedatura. I regolamenti dei campi, che sono militarizzati, violano i diritti alla privacy, alla salute, all’istruzione».
L’associazione vede nero sul futuro dei rom che vivono nella Capitale. «Con Alemanno non se ne esce, ma dubitiamo che le cose cambino anche con una giunta diversa. Nessuno candidato a sindaco vince le elezioni annunciando “voglio dare le case ai rom”. Occorre coraggio politico, si ottiene più consenso con la paura».

La Stampa 5.8.11
Cirenaica 1941 C’erano ancora i lager italiani
Dopo la conquista di Bengasi sono stati aperti gli archivi Spunta un documento su tre greci internati per spionaggio
di Lucia Annunziata


Ifratelli si chiamavano Nicola, Leonida e Stati, di cognome Nikoforais. Greci, dunque «cittadini di una nazione alleata all’Inghilterra», ma abitanti a Bengasi. Contro di loro «nessuna prova è stata riscontrata», ma ugualmente, il 23 settembre del 1941, il capitano dei CC.RR. Giovanni Agrigento, ne propone «l’internamento in un campo di concentramento». «Campo di concentramento»: la più cupa idea del Secolo Breve, indicata con burocratica indifferenza, rispunta in questi giorni su un documento italiano in Libia, ritrovato in un archivio di Bengasi, facendo riaffiorare dal dimenticatoio la storia di una famiglia e un altro frammento di verità sul passato imperiale italiano in Africa.
Il documento di cui parliamo è una nota dell’Ufficio Speciale di Istruzione di Polizia, di Bengasi, inviato, secondo la intestazione «Alla Regia Prefettura e Al Regio Avv Mil Tribunale Speciale per la difesa dello Stato in Libia». È stato trovato a Bengasi, insieme ad altri documenti di archivio, grazie alla ricerca di due uomini coraggiosi, uno dei quali è rimasto ucciso nel conflitto libico. Parliamo di Peter Bouckaert, che è il capo della Emergencies Unit (il gruppo che viene inviato nelle emergenze) di Human Right Watch, e Tim Hetherington, fotografo inglese che nel 2010 aveva avuto una nomination all’Oscar per il suo documentario «Restrepo» sulla Guerra in Afghanistan.
Hetherington è rimasto ucciso in aprile a Misurata nel corso di un bombardamento delle forze di Gheddafi. I due sono stati in Libia dall’inizio del conflitto, e insieme si sono concentrati sulla apertura degli archivi dopo la conquista da parte dei ribelli della municipalità di Bengasi. L’apertura degli archivi è uno dei momenti più importanti di ogni Guerra, di ogni caduta di potere: è lì dopotutto che è celata la verità su quello che è successo – basti ricordare qui, tanto per restare ai tempi recenti, all’importanza che ha avuto l’accesso agli archivi iracheni dopo la caduta di Saddam. Per Human Right Watch, che è la maggiore organizzazione internazionale di monitoraggio dei diritti umani, è di solito uno dei primi compiti.
In quello di Bengasi erano custoditi materiali inediti che rivelano oggi di cosa era davvero formato il consenso entusiastico intorno al raiss. Dagli scaffali saltano fuori infatti, insieme alle foto celebrative, anche le sconvolgenti riprese di alcuni esecuzioni: la più crudele (e significativa) è datata 1984 – cioè l’altro ieri in termini di periodo storico.
«Era un giorno di sole intenso. Migliaia di studenti di ogni classe erano stati trasportati in autobus allo stadio di basket di Bengasi racconta Bouckaert - al centro del quale c’è un giovane con tanti ricci scuri, una barba corta, che in ginocchio chiede pietà». Il giovane si chiama Sadiq Hamid Shwehdi, ha 30 anni ed è accusato di aver fatto parte di un complotto per uccidere Gheddafi. Un complotto ordito, secondo l’accusa, dai Fratelli Musulmani per conto degli Stati Uniti. Il filmato è su pellicola, sgranato dal tempo, in bianco e nero, e il condannato piange, solo al centro dello spazio del campo di basket, e confessa i suoi crimini,ma la sentenza viene eseguita comunque. La folla applaude. Una giovane donna si distingue per il suo entusiasmo per l’esecuzione, al punto da spingersi avanti a tirare una delle gambe che il condannato sbatte in aria mentre viene appeso per il cappio. Il cartellone dei risultati delle partite fa da sfondo anche a questo ennesimo lavoro di Huda Ben Amer, il boia preferito del Colonnello Gheddafi. Ben Amer ha lasciato la sua Bengasi solo pochi mesi fa, dopo la caduta della città in mano ai ribelli.
L’esecuzione di Shwehdi è parte di dodici simili condanne eseguite dopo un fallito attacco al Colonnello da parte del Fronte Nazionale di Salvezza della Libia, cui seguirono migliaia di arresti e queste spettacolari esecuzioni portate a termine, con ironica scelta, durante il Ramadan.
Il materiale italiano viene alla luce insieme a tutti gli altri – si tratta di un fascicolo intero e di alcuni fogli separati. Bouckaert legge l’italiano a sufficienza per capirne l’interesse e ce lo invia. Dalle carte risulta bene soprattutto una storia, quella dei tre fratelli greci, dalla quale, pur sotto il peso del greve linguaggio burocratico, viene fuori il clima di sospetto, ma anche di insicurezza, degli italiani in Libia. Questi tre fratelli hanno un negozio di fotografie nella piazza più importante di Bengasi, dedicata all’ammiraglio Cagni. Ci sono anche due sorelle che, come si vede dai documenti, a un certo punto vengono anche loro arrestate, ma poi rilasciate per mancanza di ogni indizio di crimine.
Il business dei Nikoforais va molto bene. All’epoca, va ricordato, le foto sono l’ultimo grido della tecnologia – l’intero secolo, si può dire, con i suoi conflitti e i suoi poteri totalitari, ha dato un’enorme spinta allo sviluppo di ogni attività su pellicola. Film e foto per la prima volta lasciano un corredo di testimonianze storiche, ma anche private: proprio le campagne d’Africa, con tutto il loro esotismo, concorrono a suscitare l’entusiasmo dei militari che inviano a casa migliaia di immagini. Le foto sono anche per la prima volta usate per le carte di identità diventate obbligatorie in aree di conflitto e in continenti attraversati da flussi migratori.
Anche a Bengasi i militari fanno la fila per entrare nel negozio e farsi fotografare. Il Circolo degli Ufficiali è tra Piazza Cagni e Via Torino, e il centro è un viavai continuo di giovani ufficiali agghindati nelle loro bianche uniformi e accompagnati da eleganti signorine.
L’attività va così bene che se ne accorgono anche le autorità e i soldati italiani. Sarà invidia, sarà sospetto nei confronti di cittadini stranieri, fatto è che arriva più di una segnalazione sul comportamento «ambiguo» (dice un documento) dei fotografi. Tuttavia, le autorità non trovano nessuna prova di «spionaggio» e archiviano la pratica. Viene poi l’attacco inglese a Bengasi, la fuga di molti italiani, la sconfitta per le nostre truppe, cui seguono i 56 giorni di «occupazione» inglese della città. È il 1941. Una occupazione breve che ancora oggi viene discussa dagli storici: perché gli inglesi si fermano e non vanno a Tripoli? Quando gli italiani riprendono il controllo della città si è ormai in piena mentalità di guerra. I fratelli greci vengono immediatamente arrestati, anche alla luce del fatto che durante l’occupazione, leggiamo sul documento dell’internamento, «hanno ottenuto dagli inglesi l’esclusiva delle foto tessera per la carta di identità obbligatoria», con «evidente vantaggio economico». Dopo questo contatto con i nemici, anche il passato sembra spiegarsi meglio, consolidando la convinzione che le foto negli anni «sono servite a schedare tutti i soldati italiani» per passare informazioni agli inglesi.
Anche di questo servizio di spionaggio non c’è prova. Ma ormai la guerra galoppa e la vecchia Bengasi è decisamente finita, con i suoi ufficiali in bianco, le sue partite di pallone e i suoi sogni di gloria. Alla fine, forse, quel negozio non aveva nemmeno più senso. I fratelli vanno nel campo di concentramento italiano. Nessun documento ci informa come e se ne sono mai usciti.

La Stampa 5.8.11
Intervista
“Credevamo che i campi fossero già stati chiusi”
Lo storico Del Boca: negli Anni 30 Balbo provò a smantellarli
di Paolo Mastrolilli


L’ esistenza dei campi di concentramento italiani in Libia era conosciuta, ma il fatto che fossero ancora aperti negli Anni 40 è una notizia. Le informazioni più interessanti che potrebbero ancora uscire dagli archivi di Tripoli, però, riguardano secondo me soprattutto i rapporti economici che abbiamo avuto con la Libia dopo la guerra». Lo storico Angelo Del Boca è un’autorità in materia: nessuno ha studiato la presenza italiana in Libia come lui. Perciò gli abbiamo chiesto di aiutarci a mettere nel contesto i documenti trovati da Human Rights Watch a Bengasi.
Che cosa si sa dei campi di concentramento?
«Erano una quindicina. Li avevano aperti negli Anni 30 Graziani e Badoglio, per combattere l’insurrezione di Omar el Mukhtar. Siccome l’esercito italiano non riusciva a sconfiggerlo, Graziani decise di fargli terra bruciata intorno, deportando l’intera popolazione della Cirenaica che lo sosteneva. Circa centomila persone furono rinchiuse nei campi e molte migliaia morirono. Alla fine lo stesso Omar el Mukhtar venne catturato e fu impiccato nel 1931 proprio a Soluch, uno di questi campi».
Soluch è anche la prigione dove nel 1941 la polizia italiana di Bengasi chiede di internare i fratelli greci Nikoforais, accusati di collaborare con gli inglesi.
«Questo dimostrerebbe che il campo era ancora aperto, ed è una novità. Dopo l’uccisione di Omar el Mukhtar, infatti, quei centri di detenzione avevano perso il loro scopo. Balbo, quando era diventato governatore della Libia, aveva deciso di cambiare completamente politica, anche perché odiava Graziani, e in parte lo stesso Mussolini. Tra le sue decisioni c’era stata anche quella di chiudere i campi di concentramento».
Come mai allora Soluch era ancora aperto nel 1941?
«Probabilmente a causa della guerra, che aveva riproposto la necessità di avere campi per i prigionieri. Del resto eravamo impegnati in un conflitto totale, anche se sbagliato, e avevamo il diritto di difenderci. Gli stessi inglesi avevano aperto campi per i prigionieri italiani in Egitto, Kenya, Sudafrica e India. Non era raro che in queste strutture finissero collaboratori e spie, che c’erano da una parte e dall’altra».
La scoperta di questi documenti a Bengasi significa che l’eventuale caduta di Gheddafi potrebbe far emergere nuove verità?
«A Bengasi si può trovare poco, piccole operazioni locali di polizia. A Tripoli potrebbe esserci qualcosa in più. Tempo fa, visitando il castello della città, entrai in una stanza dove c’era una montagna di fascicoli sull’epoca coloniale e la dominazione britannica: un omino veniva ogni tanto a metterne in ordine qualcuno. Informai il ministro degli Esteri, Andreotti, che mandò una delegazione per recuperarli. Gheddafi, poi, ha fatto registrare circa 30 mila cassette di interviste con i familiari delle vittime della politica coloniale italiane: io ne avrò sentite sessanta o settanta, ma il resto è ancora inedito».
Quali sono le informazioni più interessanti che la Libia potrebbe ancora rivelare?
«Sul periodo coloniale e la guerra sappiamo già molto, e non credo che Gheddafi avesse interesse a nascondere qualcosa. Però mi piacerebbe molto sapere come hanno investito i loro soldi ricavati dal petrolio, e che tipo di relazioni economiche hanno stabilito con l’Italia dopo il conflitto. Ad esempio sul rapporto con l’Eni, da Enrico Mattei in poi, ci sono sicuramente parecchie cose interessanti da scoprire negli archivi della Libia».