mercoledì 28 luglio 2010




l’Unità 28.7.10

«Arabi ed ebrei insieme. Ecco il mio nuovo partito»
L’ex presidente della Knesset: «Bisogna cambiare. Il governo è ostaggio di una destra che ci ruba il futuro. L’opposizione è ormai inconsistente»
di Umberto De Giovannangeli

La doppia sfida di Avraham Burg. Ad un governo, quello guidato da Benjamin Netanyahu, «ostaggio di una destra che sta sequestrando il futuro d'Israele», e a una opposizione «inconsistente, in perenne oscillazione tra testimonianza e bramosia di poltrone». Avraham Burg, ex presidente della Knesset, il più giovane nella storia dello Stato d'Israele, già dirigente laburista, scende di nuovo nell'agone politico. E lo fa proponendo la costituzione di un nuovo partito. «Sarà un partito arabo-ebraico – anticipa Burg – e si chiamerà “Shivion-Israel” (Eguaglianza per Israele)».
Un partito arabo-ebraico. Cosa c'è dietro questa caratterizzazione? «C'è la volontà di contrastare una deriva fondamentalista dell'identità nazionale. C'è la determinazione a unire una comunità che la destra oltranzista vorrebbe dividere, emarginandone una parte, quella araba, che rappresenta oltre il 20% della popolazione. C'è l'ambizione di ridefinire l'essere israeliano in base alla condivisione di principi e valori comuni, piuttosto che sulla base di una appartenenza etnica, religiosa». Un programma ambizioso, qualcuno potrebbe dire utopistico...
«Viva l'utopia se serve a risvegliare le coscienze, a ridare un senso alto e nobile all'impegno in politica. Non è l'utopia a minacciare Israele, ma l'appiattimento sull'esistente, un'assoluta mancanza di respiro strategico che accomuna oggi chi governa e chi è all'opposizione. La sfida è a un ceto politico che s'illude di poter fermare il tempo in un eterno presente, finendo così per tenere in ostaggio il futuro del Paese, e in particolare quello delle giovani generazioni. Questa sfida nasce dalla convinzione che la più grande minaccia interna per Israele è l'erosione del suo tessuto democratico, che ha già perso buona parte della sua sostanza, dei suoi valori. Quello che intendiamo realizzare sarà il partito di coloro che si sentono impegnati a difesa dei valori universali della dignità umana, che credono nella ricerca della pace, mossi da un insopprimibile desiderio di libertà, giustizia e eguaglianza».
Insisto ancora sul carattere ebraico-arabo del nascente partito. In termini di agenda politica, cosa significa questa connotazione identitaria? «Significa essere in prima fila nella lotta contro il razzismo e la discriminazione, superando i paradigmi del sionismo classico, che ignora l'esistenza degli arabi-israeliani. Unire identità e storie diverse è un'avventura affascinante in una fase storico-politica in cui è più facile costruire muri di separazione che ponti di dialogo. Chi decide di farne parte accetta la definizione di Israele come uno Stato il cui regime è democratico ed egualitario, e che appartiene a tutti i suoi cittadini. Lo Stato in cui gli ebrei hanno scelto di rinnovare la loro sovranità e dove realizzano il proprio diritto all'autodeterminazione, senza che questo significhi esclusione, ghettizzazione, verso le altre comunità. L'espressione di questo impegno sarà lo sforzo collettivo di modificare l'equilibrio sociale del potere, che è profondamente ingiusto, per dari pari opportunità a tutta la popolazione in Israele, indipendentemente dall'origine etnica, di sesso o religiosa. Credo davvero che sia giunto il momento per un partito israeliano arabo-ebraico, che innalzi con orgoglio, e sostanza, la bandiera di un impegno totale verso l'uguaglianza, senza traccia di discriminazione e di razzismo. Cristallizzare la separazione significa fare il gioco di chi punta al mantenimento dell'attuale status quo: la nascita di “Shivion-Israel” è anche un'opportunità per gli arabi israeliani di uscire dall'immobilismo post-1948. Ciò che vorrei contribuire a realizzare, infine, è un partito che abbia il coraggio di dire la verità alla gente per ciò che riguarda il riconoscimento delle ragioni e dei diritti dell'”Altro da sé”: il popolo palestinese».
Quale sarebbe questa verità per Avraham Burg? «Dire che la pace non può essere a costo zero per Israele, che non è possibile tenersi tutto quanto senza pagare un prezzo. Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto lo stivale israeliano, e al tempo stesso pensare di essere l'unica democrazia del Medio Oriente. Questa è una improponibile “quadratura del cerchio”. Non può esservi democrazia senza uguali diritti per tutti coloro che vivono qui, arabi come ebrei. Non possiamo tenerci i Territori, disseminandoli di colonie, e conservare una maggioranza ebraica nell'unico Stato ebraico al mondo. Non con mezzi umani, morali, ebraici».
La destra ultranazionalista non ha accantonato il sogno di dar vita al Grande Israele... «Più che di “sogno” parlerei di incubo che può sfociare in tragedia... Anche qui: si abbia il coraggio di dire la verità. Volete il Grande Israele? Non c'è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro Paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Kalkilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c'è problema: o mettere a forza gli arabi sugli autobus e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto. Una via di mezzo non c'è».
Il che significa?
«Significa smantellare tutti, ma proprio tutti, gli insediamenti e tracciare un confine internazionalmente riconosciuto fra il focolare nazionale ebraico e il focolare nazionale palestinese».
Il discorso ci riporta all'essenza della democrazia... «E al coraggio di dire la verità. Dire: se è la democrazia ciò che volete, avete due opzioni: o rinunciare al sono del Grande Israele nella sua totalità, alle colonie e ai loro abitanti, oppure concedere a tutti, compresi gli arabi, la pienezza della cittadinanza con diritto di voto alle elezioni politiche. In quest'ultimo caso, coloro che non volevano gli arabi nello Stato palestinese vicino li avranno alle urne, a casa propria. E loro saranno maggioranza, noi minoranza».
Lei non è la sola personalità che ha deciso di tornare alla politica attiva. A scegliere questa strada sono anche l'ex capo di stato maggiore, il generale Dan Halutz, l'ex ministro ortodosso degli Interni Arye Deri... «È una compagnia con cui non ho nulla a che spartire....Costoro sono come pesci freschi che vanno a sostituire i pesci morti. Ma moriranno anch'essi, perché è l'acqua della piscina-Israele che è avvelenat».
Non sente di “tradire” il suo ex partito: il Labour? «No, perché il Labour si è “tradito” da solo, scegliendo l'illusoria scorciatoia del potere per mascherare una crisi drammatica di progettualità, di radicamento sociale, di leadership. Una crisi che viene da lontano ma che Ehud Barak (l'attuale leader del Labour e ministro della Difesa, ndr) ha contribuito a rendere ancor più lacerante. Non è rincorrendo la destra sul suo terreno che si costruisce un'alternativa degna di questo nome».
In definitiva, qual è l'obiettivo, l'ambizione di “Shivion-Israel”? «È contribuire alla rinascita di uno Stato di Israele basato su un regime democratico ed egualitario, che appartenga a tutti i suoi cittadini e a tutte le sue comunità. Shivion-Israel vuol essere il partito che esige la piena parità per tutti i cittadini d'Israele, il tipo di parità che chiediamo anche per gli ebrei della Diaspora ovunque essi vivano».
Lei parla di uno Stato che “appartenga a tutti i suoi cittadini e a tutte le sue comunità”. Ma nel governo e nella società d'Israele vi è chi, e non è una sparuta minoranza, punta sull'affermazione di Israele come Stato a totale identità ebraica. «Una prospettiva contro cui mi batterò con tutte le mie forze. Perché è una prospettiva eticamente sbagliata, politicamente nefasta. E perché non può funzionare. Definire Israele come Stato ebraico è la chiave per la sua fine. Uno Stato ebraico è un esplosivo».

Repubblica 28.7.10
Sondaggio sulle primarie Vendola batte Bersani
di Paolo Russo

NICHI Vendola batterebbe facilmente Pierluigi Bersani nelle eventuali primarie a premier del centrosinistra. A sostenerlo è la società Ipr Marketing che ha appena concluso un sondaggio: Vendola raccoglierebbe il 49 per cento dei voti mentre Bersani il 31. Il segretario del Pd appare però più credibile.

NICHI Vendola batte Pierluigi Bersani 49 a 31. Non sono ancora le primarie ma il sondaggio realizzato da Ipr marketing per Repubblica chiarisce, qualora ci fossero ancora dubbi, come mai il Pd abbia accolto così freddamente l' autocandidatura del governatore pugliese. E lo fa a partire dall' ultima domanda posta al campione qualificato di elettori del centrosinistra: "Se domani si dovesse votare per le primarie del centrosinistra lei chi sceglierebbe tra Nichi Vendola e Pierluigi Bersani». Un intervistato su due voterebbe per il Presidente della Regione. Meno di uno su tre esprimerebbe la propria preferenza per il segretario del Pd. Gli altri sono ancora indecisi. Ma ciò che fa tremare i polsi ai democratici è soprattutto l' identikit dei potenziali elettori di Vendola. Sembra scontato che il governatore pugliese prevalga negli ambienti dell' Italia dei Valori e degli altri partiti di centrosinistra. Meno che batta Bersani in casa propria e in maniera così netta: il 52 per cento degli elettori Pd preferisce Vendola al segretario nazionale del partito fermo al 29 per cento. Eppure scorrendo il sondaggio a partire dai primi quesiti posti dai ricercatori d Ipr marketing si ha l' impressione che sia Bersani e non Vendola, il leader che gli elettori del centrosinistra vorrebbero lanciare nella sfida contro Berlusconi o chi per lui. Il segretario del Pd è considerato più onesto, preparato, competente e sincero del suo antagonista pugliese. Il governatore della Regione prevale, ma di poco, solo nelle categorie "parla chiaro" e "vicino alla gente". Anche per questo l' indice di fiducia che gli elettori del centrosinistra hanno per Pierluigi Bersani supera di molto quella del leader di Sinistra ecologia e libertà. Il 77 per cento degli intervistati si fida molto o abbastanza del segretario del Pd. Vendola raccoglie solo il 63 per cento della fiducia. Eppure, al momento del voto, iscritti e simpatizzanti del centrosinistra sceglierebbe lui senza elezioni. E questo, al netto della campagna elettorale: arte in cui il Presidente di Terlizzi eccelle. Per questo, confortato da questi numeri, ieri Vendola si è sbilanciato: «I sondaggi dicono che il centrosinistra zoppica mentre il centrodestra cede spazio. C' è uno spazio vuoto» ha fatto notare il governatore pugliese. Lui è pronto a riempirlo.

Vendola e i motori scaldati in anticipo
«SCALDARE troppo i motori prima dell'inizio della gara è sbagliato. E scaldandoli dopo la conclusione si rischia di fonderli». Così il presidente toscano Enrico Rossi torna a parlare dell'autocandidatura del governatore della Puglia Nichi Vendola alla guida della futura coalizione di centrosinistra. Ed è di fatto un'altra bocciatura. «La gara che c'è stata e che ha visto Vendola vincitore in Puglia - sostiene Rossi - dovrebbe anzitutto vederlo impegnato a rispondere al mandato che gli hanno dato gli elettori. Lo dico senza voler aprire polemiche». Governare la Puglia, aggiunge Rossi, «credo che sia una cosa molto complicata e impegnarsi in questa partita forse sarebbe importante anche per tutto il Paese». In sostanza, prima di pensare a candidarsi alle primarie per la guida del centrosinistra farebbe bene a pensare a fare il presidente. A proposito della campagna acquisti lanciata dall'Italia dei valori tra i consiglieri comunali alleati del Pd, Rossi ha sottolineato che «le campagne acquisti, soprattutto nello stesso schieramento, forse vanno evitate. Bisognerebbe vedere se si riesce a convincere di più i cittadini che ci votano e casomai a conquistare qualche deluso tra i cittadini, in primo luogo chi è nello schieramento avversario». Rossi parla anche del coordinatore Pdl Denis Verdini: «Non entro nelle vicende di carattere giudiziario, ci penserà la magistratura. Mi sembra però che dalle accuse e dalla lettura delle intercettazioni emerga un sistema che ha connotati affaristici, un sistema dove non c'è un principio di trasparenza e legalità: questo non fa bene al Paese, alla credibilità della politica».

Corriere della Sera 28.7.10
Freud e il suicidio dell' allievo per una psicanalisi negata
Il rapporto tormentato e la fine di Viktor Tausk, che si sentì tradito dal maestro
di Paolo Di Stefano

Neurologo Viktor Tausk nasce nel 1879 in Slovacchia, da una famiglia di origini ebraiche L' incontro Nel 1908 si trasferisce a Vienna, si iscrive a Medicina e frequenta la Società freudiana

C' è uno scheletro nell' armadio di Sigmund Freud. Uno scheletro cui l' americano Paul Roazen, uno dei maggiori storici della psicoanalisi, si è dedicato a più riprese sin dagli anni Settanta. È una vicenda che, comunque la si veda, non fa onore al medico viennese il quale, come illustra bene Roazen in Freud e i suoi seguaci (Einaudi), volle assicurarsi la fedeltà quasi assoluta dei suoi adepti. Uno di questi, Viktor Tausk, è rimasto avvolto nell' ombra al punto da non essere nemmeno citato in quel monumento agiografico che è la biografia di Freud scritta da Ernest Jones. In realtà, la storia di Tausk venne espunta dalle cronache ufficiali dei circoli freudiani, rimanendo un capitolo oscuro della formazione di quella vera e propria impresa culturale che ebbe come epicentro il padre della psicoanalisi. Proprio chiedendosi banalmente se Freud fosse una brava persona, Roazen apre un saggio dedicato alle ragioni della tragica fine di Tausk. Viktor Tausk nacque nel 1879 in Slovacchia, da una famiglia di origini ebraiche, e visse la giovinezza a Sarajevo. Divenuto controvoglia avvocato, ebbe due figli da un matrimonio sfortunato durato pochi anni; dopo un soggiorno a Berlino, dove precipitò nella depressione, nel 1908 decise di darsi alla psicoanalisi e di trasferirsi a Vienna, dove si iscrisse alla facoltà di medicina cominciando a frequentare la Società freudiana e il suo leader. Fu accolto ben presto sotto le ali del maestro, che lo aiutò economicamente e ne promosse gli studi considerandolo uno dei cervelli migliori del suo staff. Nel 1912 comincia una relazione con Lou Andreas-Salomé (di diciotto anni più anziana di lui), tra le più celebri presenze del giro freudiano: anche questa destinata a naufragare, come altri rapporti sentimentali di Tausk, un bell' uomo, biondo, occhi azzurri, baffi, continuamente in preda a crisi emotive, oltre che a dissesti economici. Pure la stima incondizionata di Freud viene meno, o meglio alla stima si aggiunge qualche sospetto, del resto ampiamente ricambiato: «Ciascuno - scrive Roazen - riteneva che l' altro non tributasse il dovuto riconoscimento alle sue idee. Ed entrambi avevano fondati motivi per pensarlo. Freud era convinto che le idee di Tausk appartenessero in ultima analisi a lui. E a Tausk sembrava che per quanto lontano si fosse spinto, Freud avrebbe comunque messo il suo marchio ai suoi contributi. Entrambi ritenevano di essere unici e geniali e avevano paura di essere distrutti dall' altro». Tausk si era distinto, nei suoi contributi scientifici, per lo studio clinico della schizofrenia e degli stati maniaco-depressivi. In privato Lou Andreas-Salomé avvertiva in lui, oltre che la reverenza per il maestro, la conflittualità di un allievo che puntava sull' originalità del suo approccio. D' altra parte, la stessa Lou ebbe modo di parlare della faccenda con Freud (cui era legata da un rapporto di intima confidenza), raccogliendone il risentimento e stabilendo così una strana triangolazione. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, Tausk viene chiamato alle armi come ufficiale psichiatra dell' Esercito Imperiale e comincia a esercitare da clinico: scrive un saggio pionieristico sulla psicologia del disertore e rivela uno slancio umanitario che più volte mette in pericolo la sua vita. Il ritorno a Vienna rispolvera le antiche ruggini con Freud, aggravate dalla precarietà economica e dalla solitudine. Tausk cerca di coronare il suo sogno: essere analizzato dal maestro. Ma la sua richiesta si imbatte in un deciso rifiuto. Freud gli consiglia di affidarsi a una sua giovane allieva, Helene Deutsch, che a sua volta il maestro aveva preso in analisi poco tempo prima. Nel gennaio 1919, iniziano le sedute con la Deutsch, alla quale Freud non aveva nascosto il sospetto di plagio. Una situazione per lo meno ambigua: Tausk, umiliato dal rifiuto del caposcuola, rovesciava sulla Deutsch il suo odio-amore e la sua rabbia per Freud. Helene, dal canto suo, non esitava a rivelare al suo analista ogni dettaglio delle sedute con Tausk. Un pastrocchio «incestuoso» cui Freud, in marzo, decide di porre fine ordinando alla sua allieva di abbandonare o il trattamento di Tausk oppure l' analisi con lui. La Deutsch non ha scelta. Il 3 luglio 1919 Tausk, angosciato anche dal fallimento di un matrimonio possibile, dopo aver sorseggiato un bicchiere di «Slivoviz», il liquore nazionale jugoslavo, si annoda al collo il cordone della tenda e con la pistola d' ordinanza si spara un colpo alla tempia. Qualche ora prima aveva annunciato il suo gesto a Freud in una lettera che non lasciava trasparire nessun risentimento: «La ringrazio per tutto il bene che mi ha fatto. Lei ha fatto davvero tantissimo per me e ha dato un significato agli ultimi dieci anni della mia vita. Il Suo lavoro è sincero e immenso». E proseguiva: «In me non vi è malinconia: il mio suicidio è il gesto più sano e decoroso della mia vita fallita». In un necrologio pubblico, Freud sembrava ricambiare la stima parlando di un «uomo eccezionalmente dotato» che «verrà certamente ricordato con onore» e attribuendo alle conseguenze psicologiche del conflitto mondiale la scelta di farla finita: «Tra le vittime, fortunatamente poco numerose, che la guerra ha mietuto fra gli psicoanalisti, dobbiamo annoverare anche il neurologo viennese Viktor Tausk». Salvo poi precisare in una lettera privata a Lou Andreas-Salomé: «Devo confessarLe che non ne sento affatto la mancanza: già da tempo lo consideravo una persona del tutto inutile, anzi una minaccia per il futuro della disciplina». Righe espunte dall' edizione delle lettere all' amica e poi reintrodotte su segnalazione di Roazen. Il quale non arriva però ad addebitare in toto la tragedia al maestro, come fece Paul Federn, un analista e caro amico di Tausk, in una lettera indirizzata alla moglie del medico all' indomani del suo suicidio: «La motivazione della sua morte è stata il voltafaccia al quale Freud lo ha sottoposto (...). Se Freud gli avesse mostrato almeno un minimo interesse umano, e non un generico riconoscimento e sostegno, forse suo marito avrebbe potuto continuare a sopportare ancora per un po' la sua esistenza da martire».

il Fatto 28.7.10
Campagne d’odio
Caccia a Saviano
Lo scrittore: Lega disattenta sull’ndrangheta al Nord Il Carroccio insorge: “Antimafioso a pagamento”

Due milioni e mezzo di copie dopo, nulla è illuminato. Una vita a metà, gli spostamenti segreti, la cattività per difendersi dalla cattiveria. Tutto in un’intervista per raccontarsi e trasmettere a chi saprà capire, cosa significhi essere Roberto Saviano. Vanity Fair, archiviato il grottesco esperimento di Max (lo scrittore morto sul lettino di un obitorio) gli dedica la copertina senza giochi di prestigio. E lui risponde, descrivendo l’allegria perduta, l’inatteso successo, il rimpianto ingabbiato in un meccanismo irreversibile. “Non posso più incontrare mio fratello all’aria aperta perché non si sappia che faccia abbia”. Gomorra, la sua famiglia e un giovane Icaro con la penna che spicca il volo e poi, precipita, confessando la stanchezza per un’identificazione assoluta che superato il confine, non permette più sdoppiamenti. “E' un libro che non rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Perchè mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore. A centomila copie ero felicissimo, mi pubblicano importanti case editrici straniere e mia madre dice che in quei giorni sembrava che volassi, ma io non mi ricordo niente. Volevo comprare con mio fratello una moto, lo sognavamo da tempo. Poi arrivano la scorta, le minacce. Io volevo essere quello di prima. Mi è scoppiato tutto in mano”. E tra le dita, pare di capire, sono scivolate soprattutto le naturali inclinazioni di un ragazzo di quell’età. La libertà, tra una conferenza e l’altra è un vetro fumè, un’auto blindata, lo stillicidio quotidiano di accuse e controaccuse, servizio che storicamente il Paese ama offrire a chi senza preavviso, ottiene riconoscimenti e attenzione facendo un giro dalle parti della verità. Più in là, un complicato rapporto di equilibrio non risolto, criticato e fitto di dubbi e tormenti con Mondadori, la casa editrice del Premier e presieduta da sua figlia Marina: “Resterò in Mondadori e Einaudi fino a quando le condizioni di libertà saranno garantite fino in fondo, anche per non lasciare alla proprietà di decidere i libri e le prospettive culturali di una casa editrice che ha una storia gloriosa. E’ ovvio che dopo l'attacco di Marina Berlusconi per me molto è cambiato. Devo valutare molti fattori: quanto la proprietà incide sulle scelte, quanto permetterà ancora che ci sia libertà e su alcuni libri si possa continuare a puntare. Marina Berlusconi dice che non si dovrebbero più scrivere libri 'che danno quest’immagine dell’Italia’. Allora, forse, non ha letto Gomorra. Lì ci sono storie di resistenza, soprattutto. Se stiamo
zitti, diamo una cattiva immagine del Paese. Un giorno mi piacerebbe spiegarle che raccontare del potere criminale ha significato dire al mondo che non siamo un Paese di omertosi. E che il miglior apporto che si possa dare a un Paese è quello di non nascondere i propri problemi”. Con replica di Marina B. che dice di aver letto Gomorra, apprezzandolo: “Saviano riapre a sorpresa una polemica sopita tirandomi in ballo. La mia famiglia controlla la principale casa editrice italiana da vent'anni, e, anche se Saviano evoca inesistenti quanto impossibili contrapposizioni tra 'buoni' e 'cattivi', e' esattamente quello che abbiamo sempre voluto che fosse: e' la migliore e la piu' concreta dimostrazione di come noi Berlusconi intendiamo e interpretiamo il mestiere dell'editore”. Oltre la querelle editoriale, l’intervista libera anche Il disprezzo denigratorio della politica. A scatenare il risentimento, la valutazione di Saviano sullo iato tra intenzione e azione: “La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia racconta una realta' diversa", per giungere poi alla conseguenza logica: "Dov'era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?” Roberto Castelli, spalleggiato da Borghezio, brucia tutti. Il vice ministro ai Trasporti dopo essersi lodevolmente diviso nell’ultimo ventennio tra tentativi di espulsione dei giornalisti sgraditi dal ristorante della Camera (Frasca Polara dell’Unità), difesa del turpiloquio del suo capo e giuramenti alla bandiera, non usa perifrasi: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti”. Per poi proseguire ammantando di gloria l’epopea leghista, tra le battaglie contro i clan della ‘ndrangheta a Lecco (dove recentemente, da candidato sindaco, Castelli ha constatato il deciso rifiuto del suo popolo a eleggerlo) e insistendo sul dato economico: “Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta, perché gli antimafia a pagamento sono sempre meno credibili”. Di qui, a cascata, la difesa di De Magistris dell’Idv: “La Lega in Parlamento mai ha fatto e farà mancare il voto a provvedimenti criminogeni come processo breve, ddl intercettazioni, revisione delle norme sui pentiti. Mentre il ministro Maroni ha introdotto la possibilità di vendere all'asta i beni confiscati alle mafie assestando, anche dal punto di vista simbolico, un colpo mortale alla lotta contro il crimine organizzato” e di Veltroni: “Attacchi vergognosi”. Ammesso che qualcuno, in questa distratta alba agostana, si vergogni veramente.

il Fatto 28.7.10
La libertà mannara

Cosa hanno in comune Sergio Marchionne e Silvio Berlusconi? A prima vista nulla. Cosmopolita l’uno (ha tre nazionalità: italiana, canadese, svizzera), con un curriculum strepitoso nel mondo finanziario e imprenditoriale di due continenti, e una carriera che nulla ha dovuto a commistioni con la politica. Provincialissimo italiota l’altro, gorgheggiatore di crociera per tardone benestanti, tycoon dei media e monopolista televisivo in Italia solo grazie agli intrallazzi col suo amico Bettino Craxi. Due mondi agli antipodi, si direbbe.
Condivisioni e punti di convergenza
E INVECE condividono la cosa essenziale: un’idea di libertà proprietaria, di libertà solo per i potenti. Libertà di calpestare le libertà dei più deboli, pretendendo di stracciare le regole che ne garantiscono i diritti. Libertà come privilegio per gli “happy few”, obbedienza e silenzio per gli altri.
Questa libertà non ha nulla a che fare con la libertà nata con le rivoluzioni borghesi americana e francese. Nulla a che fare con la libertà ricamata solennemente nelle moderne Costituzioni, che si accompagna sempre a “eguaglianza e fratellanza” e da loro prende senso (vale anche il reciproco, beninteso).
La libertà di Marchionne e di Berlusconi non è la libertà democratica, non è la libertà liberale, e a guardar bene non è neppure la libertà “liberista”, è la libertà dell’oppressione, la distruzione dei diritti dei “senza potere”.
Norberto Bobbio, da buon liberale “classico”, pensava che libertà e diritti dovessero progressivamente estendersi dalla sfera strettamente politica a quella della vita civile: la fabbrica, la scuola. Marchionne e Berlusconi pensano invece che anche lo Stato sia solo un’azienda, e debba dunque tutelare la logica del massimo profitto a dispetto e prevaricazione di qualsiasi altro valore.
A questo punto si apre il capitolo delle differenze, delle “contraddizioni in senso al privilegio”. A Marchionne interessa uno Stato che si faccia carico delle aziende quando sono penalizzate dal mercato, con sovvenzioni di ogni tipo (da “liberista” sui generis, dunque), e che non metta bocca nelle “relazioni industriali” quando il padrone è più forte, e anzi sopprima le leggi conquistate a tutela dei lavoratori in un paio di secoli di lotte operaie.
Salari e rivoluzione industriale
CHE INSOMMA in fatto di diritti del salariato allinei l’Italia alla Serbia, e se poi non bastasse alla Cina di un Partito comunista da sogno, che consente di spremere gli operai peggio che a Birmingham e Manchester inizi Ottocento. Garantite queste “libertà”, il manager cosmopolita è magari anche favorevole a porre argini alla corruzione dei politici che spolpano il Paese, e assieme alle Marcegaglia di turno e d’ordinanza a promuovere qualche convegno su “etica e affari”.
Berlusconi ha invece una visione più ampia, un orizzonte storico. Ha l’ambizione di “fare epoca”, di diventare un vivente mausoleo di se stesso. Non è in concorrenza con Napoleone ma col “Re sole”. Vuole tornare ai fasti premoderni di “L’Etat c’est moi”, benché nella versione volgarmente meneghina del “ghe pensi mi”. Non gli basta uno Stato che protegga i potenti a prevaricazione del cittadino “senza santi in paradiso”, che garantisca impunità a sé, ai suoi amici e ovviamente agli “amici degli amici”, e “attenzionamento” illegale contro i suoi avversari per imbastire ogni provocazioni o persecuzione possibile. Vuole uno Stato che sia la sua azienda, un governo illimitato (poveri “padri fondatori” degli Usa, comunisti inconsapevoli o comunque “utili idioti”, che tanto insistevano sulla democrazia come “governo limitato”!). Vuole la costituzionalizzazione del crimine e la “implementazione” delle peggiori fantasie orwelliane in fatto di totalitarismo (dal “ministero dell’amore” alla “neolingua” che significa l’opposto del linguaggio ordinario, non dimenticando il “tutti gli animali sono eguali ma qualche animale è più eguale degli altri”, dove i “più eguali” sono i maiali).
Se il modello di Marchionne è il “progressista” Hu Jintao, la stella polare di Berlusconi è Putin, e il suo regime di ex Kgb e oligarchi.
Marchionne e Berlusconi sono perciò certamente i dioscuri della libertà, ma nel senso della LIBERTÀ MANNARA.
La negazione compiuta delle libertà tout court, che ancora dovrebbero essere le nostre, stante la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.