venerdì 16 luglio 2010




l’Unità 16.7.10

Ispezione in sei ospedali giudiziari. La situazione peggiore a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Celle come loculi. Due metri quadrati a detenuto. Il dossier di «Antigone e A buon diritto»
Ignazio Marino: «Abbiamo visto scene di due secoli fa. Raccapriccianti»
Legati e sedati, i detenuti «pazzi» trattatti come nell’Ottocento
di Maria Zegarelli

Orrore nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gozzo, in Sicilia. Detenuti legati al letto, buche per raccogliere gli escrementi e sovraffollamento. La denuncia della Commissione sul Ssn.

Nudo, sedato, coperto da un lenzuolo, polsi e caviglie legati «agli assi metallici del letto» e poi, proprio sotto, un buco centrale per «feci e urine a caduta libera in una pozzetta posta in corrispondenza del pavimento». Nei bagni, bottiglie di acqua legate con una cordicella e calate nello sciacquone del water, per mantenere fresca l’acqua da bere. Barcellona Pozzo di
Gotto, Sicilia, Italia, giugno 2010, ospedale pschiatrico giudiziario: benvenuti nell’inferno. Un inferno di lenzuola cambiate sempre troppo tardi, di «luride celle» con fino a nove detenuti, contenzioni protratte per 3 o 4 giorni, pene espiate anche da 16 anni eppure lunghe come ergastoli perché fuori dall’inferno non c’è niente, nessuna struttura dove ospitare malati che non sono mai stati curati, condannati a vivere nel non luogo.
Eccolo qui l’estremo riassunto dei risultati di un ciclo di ispezioni nei sei ospedali psichiatrici giudiziari del nostro paese, effettuati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul funzionamento del Servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Pd Ignazio Marino.«A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina ci sono le situazioni peggiori», dice in conferenza stampa. Impressionanti le trascrizioni delle audizioni del direttore dell’istituto Nunziante Rosania, del cappellano Giuseppe Levita e dei parlamentari che l’11 giugno scorso hanno fatto il sopralluogo.
LO SCONCERTO
«Ciò che abbiamo avuto modo di vedere è tale da destare sconcerto, turbamento e profonda indignazione. Scene ottocentesche», osserva Marino. Ogni giorno gli internati prendono fino a cinque farmaci diversi, tutti sedativi, i medici accertano il diabete attraverso la spremitura della pancia, nessun antidolorifico nella farmacia interna, ma stupefacenti e metadone, nessun frigorifero per mantenere freschi i cibi e le bevande, perché, secondo la direttrice «danno fastidio». Ottanta detenuti che hanno scontato la pena ma non possono uscire, tre operatori socio-sanitari per 320 pazienti. «Incuria disumana», la definisce l’onorevole Saccomanno, Pdl.
Il direttore Rosania racconta di budget dimezzato «praticamente abbiamo solo la possibilità di pagare le parcelle dei professionisti convenzionati con noi e degli infermieri», di personale ridotto all’osso, di terapie psichiatriche «obsolete» per mancanza di fondi, di uno Stato che ha abbandonato «gli ultimi, i derelitti», di un istituto che è un «residuato bellico» eppure è lì, con persone in carne e ossa. Il cappellano aggiunge: «È un carcere, mancano farmaci, personale idoneo, igiene personale e dell’ambiente».
CARCERI
Nelle carceri vere e proprie invece la situazione non è migliore. Lo spazio in cella per ogni detenuto arriva a essere due metri quadrati: è così nel piccolo Carcere di Pistoia (3 persone nelle celle di 6 metri quadri senza servizi) come in quello di Milano-San Vittore (nella sezione nuovi giunti 5-6 persone in camere di 9 metri con letti a castello a tre piani). Le presenze sono doppie, quando non quasi triple, come nel caso di Bologna (450 posti e 1.150 detenuti), rispetto alla capienza regolamentare. Le ore d’aria come dice il dossier Antigone e A buon diritto sono in alcuni casi solo due. Come a Poggioreale (Napoli), dove per altro non si svolgono al momento attività formative o scolastiche.

il Fatto 16.7.10
Stretta sulla pedofilia, ma il Vaticano non denuncia
di Marco Politi

Pubblicate le nuove regole per i religiosi C’è il reato di pedopornografia, nessun ricorso ai Tribunali civili
Sono state emanate da Ratzinger norme più stringenti per reprimere la pedofilia all’interno della Chiesa. Introdotto il reato di pedopornografia ma nessun accenno alle denunce ai Tribunali civili da parte dei vescovi.

Norme più stringenti e procedure più rapide sono state emanate da Benedetto XVI per reprimere la pedofilia all’interno della Chiesa. Vengono allungati i termini di prescrizione: vent’anni dopo il raggiungimento della la maggiore età. Viene ammesso il ricorso a decreti, che possono punire i colpevoli saltando le lunghe procedure giudiziali. Viene favorito l’appello diretto al pontefice per casi particolarmente gravi che richiedano giustizia immediata. Inoltre viene equiparato al crimine di pedofilia l’abuso di disabili psichici a prescindere dell’età.
LE NUOVE NORME sono contenute in una Lettera, approvata personalmente dal Papa, che il prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale William Levada, ha inviato ai vescovi di tutto il mondo. Un’importante innovazione apre la porta ad una rivoluzione nella composizione dei tribunali ecclesiastici diocesani, chiamati a giudicare i crimini: non dovranno più essere necessariamente composti da sacerdoti né da persone provviste del dottorato in diritto canonico. Ne potranno far parte anche fedeli cattolici: uomini e soprattutto donne, in prima fila nel contrastare la pedofilia nel clero.
Il desiderio di purificazione della Chiesa cattolica, che anima Benedetto XVI, traspare anche dalla formulazione di un nuovissimo “delitto”, il possesso di materiale pedopornografico. È un effetto tragico della modernità: milioni di preti possiedono computer ed è noto che solitudine, curiosità, istinti di perversione portano spesso a perdersi nel labirinto di siti crudissimi. Papa Ratzinger adombra un pugno di ferro. “Dimissione o deposizione” del prete, del religioso o della religiosa colpevoli sono le massime pene minacciate. Ma nel documento diffuso ieri si trovano anche gravi ambiguità. Permane il “segreto pontificio” – sotto pena della scomunica – per chi viola la riservatezza dei procedimenti. Ora un conto è il segreto istruttorio in tempi ben limitati (o la norma per cui solo su autorizzazione del denunciante si può diffonderne il nome) e un conto è il “segreto pontificio” generalizzato, che in passato è sempre stato usato per insabbiare e che tuttora impedisce di sapere che fine hanno fatto certi processi, mai iniziati o arenatisi strada facendo.
Più grave ancora è la mancata menzione (un vuoto legislativo espressamente voluto) dell’obbligo di denunciare alle autorità civili il crimine di abuso di minori. Benedetto XVI nella sua Lettera agli Irlandesi era stato chiarissimo: i preti colpevoli si sottomettano ai tribunali statali. E recandosi in Portogallo, il Papa aveva ribadito che non sono sufficienti né pentimento né perdono, perché “è necessaria giustizia”. Poi dal Vaticano era già arrivato un annacquamento. Le istruzioni pratiche invitavano a cooperare con le autorità giudiziarie “in quanto previsto” dalle leggi dello stato. In parole semplici: denunciare dove è obbligatorio, come per esempio in Francia, regolarsi caso per caso come ad esempio in Italia, (dove non è mai arrivata ai tribunali la denuncia di un prete pedofilo da parte di un vescovo).
DURANTE la conferenza stampa il portavoce vaticano padre Lombardi ha spiegato che “trattandosi di norme interne all’ordinamento canonico, non trattano l’argomento della denuncia alle autorità civili”. Una sottigliezza giuridica. Aggiungere, poi, che il segreto pontificio “non deve impedire” la denuncia alla magistratura – come ha detto il procuratore generale (promotore di giustizia) della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Scicluna – porta semmai confusione.
Dopo secoli di silenzi omertosi soltanto il chiaro obbligo di denuncia ai tribunali può costituire il segno tangibile che si volta pagina. Che Papa Ratzinger abbia arretrato dinanzi a una indicazione trasparente di obbligatorietà sembra rivelare la forza frenante dell’apparato vaticano che già in passato gli impedì – da cardinale – di appurare i crimini del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcelo Macial. D’altronde l’insofferenza della macchina curiale all’operazione trasparenza, che si stava mettendo in moto, è testimoniata d’altronde dal duro silenziamento imposto al cardinale di Vienna Schoenborn (unico porporato a sollevare il velo sugli insabbiamenti degli anni Novanta).
IN OGNI CASO dal Vaticano è venuto l’annuncio che il Sant’Uffizio sta lavorando a ulteriori indicazioni per gli episcopati affinché le direttive nazionali anti-pedofilia siano “sempre più rigorose, coerenti ed efficaci”. In Italia, peraltro, la Cei non ha emanato finora nessuna di-
rettiva generale né ha istituito una commissione d’inchiesta nazionale sui casi di pedofilia. Nell’ambito delle modifiche normative sui “Delitti più gravi”, contenute nella Lettera del cardinale Levada, viene indicato come delitto gravissimo degno di scomunica anche l’ordinazione di donne-sacerdote. Segno della crescente paura vaticana anche alla luce della decisione della Chiesa anglicana di ammettere donne-vescovo. Maria Vittoria Longhitano, prima italiana a essere ordinata prete per la Chiesa vetero-cattolica, rigira l’annuncio in positivo: “Significa che la Chiesa cattolica ammette il problema, ammette il fenomeno e ci deve fare i conti”.

il Fatto 16.7.10
“Sfido anche Bersani”
Vendola raduna le Fabbriche e annuncia che correrà alle primare
di Luca Telese

Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con la regia del suo braccio destro Nicola Fratoianni e della banda di giovanissimi creativi che lo hanno portato alla vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle fabbriche di Nichi”. L’obiettivo politico, ormai non è più un segreto, provare l’impresa: la scalata alla leadership del centrosinistra in vista delle primarie. Lui, Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha già iniziato a girare l’Italia. E questa sera verificherà se la pioggia di adesioni raccolte via Internet sono una realtà o un bluff. Governatore Vendola, chi è il popolo delle fabbriche? Sappiamo che sono 2 mila; la metà ha meno di quarant’anni. Ma non sono apparato, non sono burocrazia politica: è la prima volta che si mettono insieme, li conosceremo stasera.
Suvvia, non scherzi...
Non scherzo! C’è una grande speranza, avverto un’onda di entusiasmo, ma nulla è pianificato o pianificabile.
Le Fabbriche di Nichi sono la cinghia di trasmissione di Sinistra e libertà? Ma nemmeno per sogno! Sono fatte di gente che vota nel modo più diverso, di moltissimi che tornano alla politica dopo le delusioni degli apparati, di molti alla prima esperienza politica. Lei, di fatto, sta lanciando la sua candidatura.
Detto così è un problema di ambizioni, di carriera personale. Bè, se fosse questo non me ne frega nulla, la partita è un’altra. Quale?
Io voglio capire se c’è la possibilità di rimettere in moto una una speranza. Adesso parla in Obamese... Al contrario. Io non sono un fenomeno, ma un epifenomeno. Provo a rispondere a un’esigenza di novità, non me la invento. Probabilmente sfiderà Bersani: per via dello statuto il candidato del Pd dovrebbe essere lui...
Le primarie, come si è visto, non sono una gara distruttiva, ma una gara feconda. A quale domanda lei vuol dare risposta?
In un momento drammatico come quello che viviamo, la ripetizione delle vecchie logiche di partito e di apparato viene percepita come una cerimonia cimiteriale. Anche il centrosinistra si deve rinnovare, deve costruire una nuova alleanza. Intanto lei a Mestre ha raccolto gli applausi dei militanti della Festa democratica. Che fa, ruba consensi fuori casa? Non mi sento il rappresentante di una frazione di partito. Durante le primarie dicevo di essere “il vero” candidato del popolo Pd: sono stati anche loro a darmi in consenso per vincere.
Non teme di essere troppo radicale? Non sono stato mai percepito come il leader di una estremità,
ma come il punto di sintesi tra il bisogno di diritti dei settori marginali della società e gli interessi dei ceti produttivi più forti.
In Veneto corteggia il popolo delle partite Iva, a Pomigliano difende gli operai, a Vicenza, scrive Ilvo Diamanti, la applaude Confindustria...
Sì, ma facendo in tutti posti lo stesso discorso! Semmai, se ho un punto di forza, è che voglio rompere la sindrome di Zelig del vecchio centrosinistra...
Zelig? Il camaleontico personaggio di Woody Allen? Proprio lui. Esattamente come Zelig, in questi anni, la sinistra tende a mimetizzarsi con i suoi interlocutori: padronale con i padroni, vescovile con i cattolici... Io invece provo ad offrire una nuova sintesi, un nuovo alfabeto di priorità.
Mi faccia un esempio.
Sono stato pochi giorni fa all’Expo universale di Shanghai. Visitare i padiglioni della vecchia Europa è stato più istruttivo di mille convegni.
In che senso?
Padiglione tedesco: lo spettacolo penoso del karaoke sull’inno alla gioia. Padiglione francese: una pinacoteca di finti quadri, un Louvre di cartapesta.
E Il padiglione più bello?
Quello cinese. Sali su un tapis roulant, che poi è un fiume, che poi scorre davanti a un murales animato con delle stampe cinesi. Si parte dal villaggio denghiano per arrivare alla nuova Cina.
E il padiglione italiano?
Ecco il punto. Meglio di tedeschi e francesi. Ma cosa ci salva? Il lavoro degli artigiani e il belcanto, l’industria del bello. Ovvero: quello che stiamo smantellando e definanziando nel nostro Paese. Capisce le conseguenze politiche?
Quali?
Perché non possiamo rispondere noi a questa domanda? Perché non è la sinistra a difendere questa idea di innovazione? Questo progetto può tenere insieme gli industriali produttivi del Nord-est e gli operai del Sud Secondo Tremonti è la mano-
dopera cinese a fare concorrenza ai nostri operai. Quando mi hanno intervistato, ho detto che bisogna difendere sia i panda che gli operai di Shenzhen. Bè, non mi hanno censurato. Il regime permette ai giornali di raccontare le tante lotte operaie che si concludono con le multinazionali che raddoppiano gli stipendi.
Agli operai della Fiat è andata peggio... Quando sono andato a Pomigliano i giornali italiani non hanno scritto una riga. La Fiom, trattata dai media – tranne voi e Il Manifesto – come una setta integralista ha raccolto, sola contro tutti, il 40% dei consensi!
Lei dice che in questi giorni Tremonti è più pericoloso di Berlusconi. È una battuta? È sotto gli occhi di tutti: siamo all’inizio della fine. Siamo sull’uscio di una fase che può preludere alla dissoluzione del sistema paese.
E Tremonti?
Berlusconi è stato di fatto commissariato da un potere economico, di cui Tremonti è l’espressione e il dominus.
Mi spieghi meglio...
L’attacco alle Regioni messo in atto con questa Finanziaria è usato anche come manovra per mettere fuori i possibili competitor del dopo-Berlusconi.
Si riferisce a Formigoni.
Le do due numeri. Alla Puglia vengono tagliati 365 milioni su un bilancio di un miliardo: una follia. Ma alla Lombardia vengono tagliati 1 miliardo e 600 milioni in due anni!
Cosa le resta dopo i tagli?
Pagati tremila stipendi, nulla. Vuol dire che nel 2011 non è finanziato il fondo per i non autosufficienti, che a pagare sono gli ultimi e i deboli.
A sinistra c’è anche chi lo apprezza, Tremonti. Negli ultimi due anni l’evasione è aumentata di 20 miliardi, una manovra finanziaria. E il 50% della ricchezza nazionale è finito nelle mani del 10% del Paese. Io preferirei definirlo il ministro dei ricchi. Sono angosciato.
Da cosa?
Dal quadro che emerge: una classe dirigente inquinata di camorristi, massoni e faccendieri strangola il Paese. Anche gli elettori e gli uomini della destra perbene se ne rendono conto. Dicono che le Regioni devono tagliare gli sprechi inutili.
Ma chi lo dice? Le veline tremontiane? Se è la casta dei ministeri a chiedere sobrietà, in un Paese in cui è vietato tassare le rendite, mi permetto di dubitare. C’è un’Italia pacchiana da battere. È il triangolo dei bermuda e delle bandana... Tremonti-Briatore-Cosentino.
E la Lega?
Mentre a Napoli la camorra attacca manifesti che inneggiano a Cosentino, ieri Bossi cambiava rotta sulle intercettazioni, forse spaventato dalle ultime inchieste: Padania Ladrona?
Ma le primarie ci saranno?
Si sono rivelate il metodo migliore per avvicinare il nostro popolo alla sinistra. Le abbiamo già fatte per Prodi. Non solo sarebbe assurdo: ormai è impossibile non farle.

il Fatto 16.7.10
Sporche, affollate, violente le nostre prigioni fuorilegge
Il peggio negli ospedali: detenuti legati ai letti
di Luca De Carolis

Ufficialmente sono ospedali psichiatrici giudiziari, di fatto sono inferni. Ghetti per dannati, come quello di Barcellona Pozzo di Gotto, vicino Messina, “dove i detenuti vengono tenuti legati ai letti, con un buco per la caduta degli escrementi”. Il peggiore di quegli ospedali dove i reclusi sono sdraiati su “letti di contenzione d’altri tempi, con le lenzuola sporche, e nei quali le bottiglie sono lasciate nei water, per tenere in fresco l’acqua”. Si usa così, nei luoghi raccontati dal senatore del Pd Ignazio Marino, presidente della commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Ne ha parlato ieri alla Camera, nel corso della presentazione del rapporto di Antigone e A Buon Diritto sul sovraffollamento carcerario. Una relazione che conferma l’ordinario degrado negli istituti di pena, troppo spesso parenti stretti di luoghi di tortura. Marino ha aggiunto l’orrore, visto nelle ispezioni della commissione in sei ospedali psichiatrici giudiziari: “Abbiamo assistito a scene ottocentesche. Certi letti di contenzione li avevo visti solo nei disegni, pensavo non esistessero più”.. Il senatore ha raccontato di celle con nove detenuti, lenzuola luride e tanta sporcizia. “Ma la situazione peggiore è a Barcellona Pozzo di Gotto, dove c’è una struttura che non ha niente dell’ospedale sottolinea I detenuti vengono sedati con farmaci, e se le medicine non fanno effetto vengono legati ai letti”. Marino, che l’ha visitata l’11 giugno scorso, vi ha trovato un recluso con i lacci. Altri dettagli li ha appresi dalle audizioni in commissione del direttore e del cappellano dell’ospedale. Ma c’è tanto da ispezionare, nelle carceri sovraffollate e sporche. In una parola, fuorilegge. Una condizione comune ai 15 penitenziari esaminati nel dossier di Antigone e A Buon Diritto. I rappresentanti delle due associazioni le hanno visitate tra il 21 giugno e il 2 luglio scorsi, assieme a consiglieri regionali e parlamentari. E hanno visto celle con un detenuto ogni due metri quadri, dove dai bagni alla turca spuntano topi, l’aria è irrespirabile e in estate le temperature si fanno tropicali. Vergogne consuete, in penitenziari che spesso ospitano il doppio dei detenuti previsti dai regolamenti. Una lunga teoria di violazioni dei regolamenti carcerari e delle leggi, nonché “della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, come denunciano Antigone e A Buon Diritto in un esposto inviato lo scorso 13 luglio a direttori delle carceri, dirigenti delle Asl, assessori regionali e sindaci. Le autorità competenti sui penitenziari, a cui le associazioni chiedono di ripristinare entro 30 giorni le condizioni minime di “igiene, sicurezza e giustizia” nelle celle. In caso contrario, si rivolgeranno alle procure per il reato di omissione d’atti d’ufficio. “Il nostro è un grido d’allarme” spiega Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto. Che sottolinea: “I detenuti superano i 68.200, un record assoluto per l’Italia, e nei primi sei mesi del 2010 i suicidi e gli atti di autolesionismo nei penitenziari hanno raggiunto punte altissime. Detesto la cattiva retorica di chi ogni estate dice che le carceri esploderanno, ma la situazione è davvero difficile”. Il rapporto dà le dimensioni dell’emergenza. A Poggioreale, il carcere di Napoli, le celle ospitano sino a 14 detenuti, con i letti a castello “impilati per tre” e un solo bagno. Il sovraffollamento è tale, che le ore d’aria sono solo due a settimana. Nel penitenziario romano di Regina Coeli, celle per due detenuti ne ospitano sino a sei, e una sola cucina serve oltre 1000 reclusi, quando le norme ne prevedono una ogni 200 detenuti. A San Vittore (Milano) i visitatori hanno trovato topi e scarafaggi. A Gorizia hanno visto celle con pareti scrostate, crepe e cavi elettrici scoperti. In molte carceri l’acqua calda è disponibile solo due o tre volte a settimana. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ricorda: “Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa prevede che ogni detenuto debba avere almeno sette metri quadri se è in una cella singola, mentre le norme italiane parlano di nove metri quadrati per detenuto e di 14 metri quadrati per due persone”. L’anno scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti, perché nel carcere di Rebibbia, c’era un detenuto ogni due metri quadrati. Ma c’è anche una buona notizia. La commissione guidata da Marino, che ha indagato sul caso Cucchi (su cui è imminente la sentenza, ndr) ha fatto cambiare il regolamento per i detenuti nell’ospedale Pertini di Roma, dove Stefano è morto. Prima per i familiari era complicatissimo avere notizie dei parenti ricoverati in stato di fermo. Con le nuove regole, i medici sono obbligati a fornire ogni giorno alle famiglie dettagli sui ricoverati nella cosiddetta “zona protetta”, e a comunicare subito novità importanti sul loro stato di salute.

il Riformista 16.7.10

il Riformista 16.7B.10