martedì 27 luglio 2010




l’Unità 27.7.10

«Vendola? Non usate i giovani per battaglie interne»
Il segretario degli under 30 Pd apre oggi la festa a Torre del Lago. «I leader discuteranno le nostre proposte, non verranno a spiegarci la lezione»
Intervista a Fausto Raciti di Simone Collini


Pier Luigi Bersani sarà intervistato venerdì da Diego Bianchi alias “Zoro”, Massimo D’Alema stasera dovrà parlare di una cosuccia come “Il mondo dopo la crisi”, mentre Beppe Fioroni interverrà giovedì, giusto prima della finalissima di Miss Drag Queen 2010. Sono alcuni degli appuntamenti della Festa dei Giovani democratici, organizzata da oggi a sabato a Torre del Lago col titolo «Nessun Dorma». Fausto Raciti, il ventiseienne segretario degli under 30 del Pd, è soddisfatto prima ancora di cominciare: «Al campeggio parteciperanno oltre 600 ragazzi provenienti da tutta Italia. Non è il primo che facciamo. Semplicemente, questa volta è di dimensioni mai viste. Sarà il più grande incontro di una organizzazione giovanile di partito».
Perché la scelta di Torre del Lago?
«Perché è una meta abbastanza nota di turismo gay, perché qui hanno costruito un’economia basata sulla tolleranza e hanno dimostrato che in questo modo può esserci vero sviluppo. Questo modello è uno dei pochi che non sta pagando la crisi».
I temi al centro del programma?
«Quelli economico-sociali. Vogliamo offrire una ricetta per uscire dalla crisi. Non sarà una kermesse in cui ogni leader viene a spiegarci la lezione». I leader ci saranno...
«Sì, ma li chiameremo a discutere le nostre proposte». Che sono? «Un fondo speciale per le città sedi di ateneo per finanziare interventi su mobilità e alloggi, e quindi sostenere il diritto allo studio. Una proposta di social housing per mettere a disposizione abitazioni a basso costo, perché questo è uno dei grandi temi su cui si costruisce l’autonomia generazionale. Stiamo costruendo una campagna di accesso alle professioni e proponiamo una riforma che modifichi gli stage, che vanno remunerati perché non continuino ad essere una forma dequalificante di lavoro a costo zero».
Avete invitato anche il ministro Giorgia Meloni: perché? «È un’interlocutrice del governo con la quale non siamo d’accordo su molte cose ma con la quale non rifiutiamo il confronto».
Vendola invece non l’avete invitato: perché? «Perché non ci piace un certo grado di personalismo che sta utilizzando, perché preferiamo richiamare il Pd al suo compito piuttosto che fare da trampolino ad altri. E perché noi non vogliamo farci fare una lezione da sinistra da Vendola. Pensiamo che debba essere il Pd ad offrire alcune risposte da sinistra alla crisi. Ragione per cui sul caso Pomigliano, ad esempio, noi ci siamo schierati in maniera molto forte dicendo che quel referendum non andava fatto. Si può contrattare finché si vuole sul salario o sui turni, ma sulla malattia e sul diritto di sciopero non si può fare un passo indietro. Non si può pensare che la via d’uscita dalla crisi preveda l’abbassamento degli standard dei diritti. Dalla crisi, perché sia veramente un’opportunità, si deve uscire in condizioni di nuova uguaglianza».
Giorni fa un quotidiano titolava sul Pd, i giovani e la “guerra dei campeggi”. «Intanto sarebbe buona norma evitare di utilizzare i giovani per le proprie battaglie interne. Se qualcuno vuole sentire la voce dei giovani democratici chiamassero noi, che glielo spieghiamo come la pensiamo. E qui alla Festa i giovani sono i veri protagonisti, non strumenti di cui servirsi. Quanto a certe “guerre”, non ci interessano. Il brand di Giovani democratici non ce lo possiamo togliere, ma la competizione a chi è più giovane la lasciamo ad altri. Vogliamo portare la competizione sul piano politico e lasciamo pensare ad altri che i campeggi giovanili siano una loro invenzione. Il nostro è un campeggio alternativo ai narcisismi, non è costruito attorno a una personalità, le risposte le vogliamo costruire tutti insieme».

Repubblica 29.7.10
Vendola in testa, gelo nel Pd il sondaggio della discordia
di Paolo Russo

La prima reazione è il gelo. Nel Pd la notizia di Vendola in testa nella sfida con Bersani nel sondaggio di Ipr marketing getta il partito sull' orlo dell' ennesima crisi di nervi. Da Roma l' ordine di scuderia è quello di non commentare il clamoroso sorpasso del leader di Sinistra e libertà sul segretario Pierluigi Bersani. O al massimo, minimizzare. Il governatore pugliese non commenta il dato, come tace anche il sindaco di Bari e presidente regionale del Pd Michele Emiliano. Dal Senato Nicola Latorre riflette: «Vendola e Bersani, insieme, sono una risorsa». Massimo D' Alema commenta: «Non vorrei che questo fosse il nuovo tormentone dell' estate». Vendola in testa è una notizia che gela il Pd. Il sondaggio di Ipr marketing che conferma, anche su scala nazionale, il maggiore appeal elettorale del governatore pugliese rispetto all' establishment dei democratici, getta il partito sull' orlo dell' ennesima crisi di nervi. Da Roma l' ordine di scuderia è quello di non commentare il clamoroso sorpasso del leader di Sinistra e libertà sul segretario Pierluigi Bersani. O al massimo, di minimizzare. Come fa Nicola Latorre: «Questo sondaggio è lo stesso che ribadisce come Bersani sia considerati dagli elettori di centrosinistra un leader preparato e competente - osserva il senatore Pd - Vendola, insieme al segretario del nostro partito sarà una risorsa importante per battere Berlusconi. I leader, però, si scelgono al momento opportuno e saranno scelti attraverso le primarie. Non certo con i sondaggi». Anche il capogruppo del Pd in consiglio regionale Antonio Decaro considera Vendola più come una risorsa che come una minaccia: «Il pluralismo è un valore fondamentale nel centrosinistra. Bersani e Vendola - dice - più che due antagonisti, potrebbero essere un ottimo tandem d' attacco per battere Berlusconi». Decisamente più freddo il deputato barese Dario Ginefra: «Stiamo ragionando su qualcosa che non esiste. Per il momento - osserva - Vendola è l' unico ad essersi autocandidato in una competizione che non è neanche in agenda. Normale che raccolga più preferenze. Ma bisognerà riparlarne al momento opportuno e valutare non solo l' appeal dell' uomo politico, ma anche il suo progetto e la coalizione che riesce a riunire intorno ad esso». Parole che rievocano la recentissima Waterloo del centrosinistra pugliese alle ultime primarie stravinte da Vendola ai danni di Boccia, del suo programma e della sua alleanza con l' Udc. Ieri come oggi, un' ampia fetta del Pd voltò le spalle al candidato ufficiale per puntare sul governatore pugliese. «Non è una sorpresa che il popolo democratico consideri Vendola una propria risorsa - commenta Guglielmo Minervini - in fondo è la replica di ciò che è avvenuto nelle primarie della scorsa primavera. Ma adesso il governatore deve fare molta attenzione a gestire questa sfida - spiega l' assessore ai Trasporti del Pd - la forza di Vendola oggi deriva più dal suo buon governo in Puglia che dalla sua azione politica in quanto leader di Sinistra e libertà. Se facesse l' errore di distrarsi dalla guida della Puglia, il suo feeling con l' elettorato di sinistra si affievolirebbe». Parole che in parte suonano come una replica al sindaco di Bari Michele Emiliano. «Vendola oggi rappresenta il futuro della politica italiana - ha detto nei giorni scorsi il presidente del Pd pugliese - nonostante non abbia ben governato in questi cinque anni». Ma se i sondaggi profilano la terza vittoria di Vendola alle primarie, questi numeri trionfali hanno anche un rovescio della medaglia tutto pugliese. Se il gradimento del governatore pugliese sarà confermato anche dai gazebo, questi numeri potrebbero sancire anche la terza sconfitta (su tre) per Massimo D' Alema. Nel Pd è lui che più esplicitamente si è espresso contro l' autocandidatura del presidente della Regione. «Non vorrei che questo fosse il nuovo tormentone dell' estate - ha commentato tagliente - ho difficoltà a definirlo un riformista: lo conosco da 35 anni, quando lui era un esponente della Fgci e io ero il segretario nazionale. Se è nuovo lui siamo nuovi insieme, ed è una cosa che mi fa anche un po' piacere». Il "Lider Maximo" ha colto l' occasione per un ritratto al veleno del suo antagonista: «Uno che è bravissimo a cancellare le sue tracce, e la rimozione dei fatti in politica talvolta può essere anche un disastro». D' Alema non ha mostrato pentimento per aver puntato su Boccia: «Il Pd doveva fare quella battaglia per tenere aperta una porta al centro e forse Vendola il giorno dopo avrebbe anche potuto dire grazie». Ma i commenti, un po' rancorosi, dell' ex presidente del consiglio non piacciono agli altri democratici pugliesi. Anche per una ragione di calcolo: «Lanciare messaggi tesi a sminuire Vendola, in questo periodo, sortisce l' effetto contrario - ha sottolineato il deputato Gero Grassi - Vendola sta giocando al rischiatutto e se D' Alema continua a pungerlo gli fa solo un favore». Grassi ci ha visto giusto. E non è solo Ipr marketing per Repubblica a sancire la continua ascesa del governatore pugliese. Ieri anche l' istituto Crespi ha misurato in un più 2,6 per cento l' aumento del gradimento dei pugliesi nei confronti del loro governatore. Oggi al nono posto tra i presidenti più graditi. Ma con un trend di crescita da primato.

Corriere della Sera 27.7.10
Cultura. Il libro Esce finalmente anche da noi un testo edito in Germania nel 1923 L' analisi Sergej Mel' Gunov descrive la politica repressiva dei bolscevichi
Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore
di Paolo Mieli

Vicende tragiche Bibliografia Uscirà in autunno da Jaca Book il libro di Sergej Mel' gunov Il terrore rosso in Russia. Altri testi che evidenziano la continuità fra Lenin e Stalin sono Tre perché della rivoluzione russa di Richard Pipes (Rubbettino), La coscienza della rivoluzione di Robert V. Daniels (Sansoni), L' epoca tremenda di Maurizio Campa (Morcelliana), Sospetto e silenzio di Orlando Figes (Mondadori). Da segnalare il saggio di Andrea Graziosi Stalin e il comunismo, nel volume I volti del potere (Laterza). Allo stesso Graziosi si deve un' ampia storia dell' Unione Sovietica edita dal Mulino in due volumi: L' Urss di Lenin e Stalin e L' Urss dal trionfo al degrado.

Le stragi cominciarono subito dopo la presa del potere Contro i contadini Lo storico Andrea Graziosi: nelle campagne vi fu il ricorso sistematico alla presa di ostaggi, inclusi donne e bambini, e alla loro esecuzioneMolto spesso la Russia zarista viene descritta dagli studiosi come il «regno delle tenebre» ma era molto meno dispotica rispetto al regime sovietico

Quasi novanta anni. Tanto c' è voluto perché fosse pubblicato in Italia (in autunno, da Jaca Book) il fondamentale libro di Sergej Petrovic Mel' gunov Il terrore rosso in Russia 1918-1923. Mel' gunov - scrive Sergio Rapetti in un bel ritratto a lui dedicato che compare nelle prime pagine del libro - discendente di un alto dignitario e governatore ai tempi del regno di Caterina II, collaboratore di Tolstoj (e successivamente curatore della sua opera), socialista, responsabile degli Archivi dopo la rivoluzione di febbraio del 1917, perseguitato dalla Ceka tra il 1918 e il 1922, emigrò a Praga, Berlino (dove nel ' 23 diede alle stampe la prima edizione di questo volume) e poi a Parigi, dove si stabilì definitivamente. Fu un convinto e attivo anticomunista; ma durante la Seconda guerra mondiale, a differenza di moltissimi francesi, rifiutò di collaborare con i tedeschi. Morì nel maggio del 1956, avendo avuto la fortuna di conoscere, pochi mesi prima del decesso, il rapporto sui crimini di Stalin che Nikita Krusciov aveva presentato al XX Congresso del Pcus. Il terrore rosso è stato pubblicato, come si è detto, in Germania, ma anche in Francia, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti e un po' ovunque. Ma non in Italia, nonostante sia da tempo considerato un classico da cui non può prescindere chiunque si occupi dell' argomento. Il libro è stato scritto alla vigilia della morte di Lenin e spiega, a ridosso degli eventi, come tutte le degenerazioni del sistema sovietico siano riconducibili, appunto, a Lenin. «Gli esponenti bolscevichi», osservava già allora, all' inizio degli anni Venti, Mel' gunov, «sono soliti presentare il terrore come conseguenza della collera delle masse popolari: i bolscevichi sarebbero stati costretti a ricorrere al terrore per le pressioni della classe operaia... il terrore istituzionalizzato si sarebbe limitato a ricondurre a determinate forme giuridiche l' inevitabile ricorso alla giustizia sommaria invocata dal popolo». Niente di più falso: «È difficile immaginarsi un punto di vista più farisaico di questo», proseguiva Mel' gunov, «e si può agevolmente dimostrare, fatti alla mano, quanto tali affermazioni siano lontane dalla realtà». Ed è quel che lui fa, anticipando di decenni il giudizio sull' inscindibile rapporto tra Lenin e Stalin che poi sarà nella Storia dell' Urss (Rizzoli) di Michail Geller e Aleksandr Nekric, nei Tre perché della rivoluzione russa (Rubbettino) di Richard Pipes, ne La coscienza della rivoluzione (Sansoni) di R.V. Daniels. Se ancora oggi qui in Italia, quantomeno nella pubblicistica, è uso comune scaricare su Stalin e solo su Stalin gli orrori della Russia post rivoluzionaria, ciò è frutto anche della mancata pubblicazione di libri come questo. Nell' interessante saggio introduttivo al libro di Mel' gunov, Paolo Sensini accusa senza mezzi termini «la vulgata storiografica compiacente, fraudolenta omertosa e quasi sempre mistificante» che per anni e anni ha impedito di far luce su questi aspetti. Se la prende, Sensini, con la «favola tenacemente radicata in Occidente» secondo la quale - per dar luce alla stagione successiva «splendente» sotto la stella di Lenin - l' epoca zarista viene dipinta come «avvolta dalle tenebre». Menzogna, sostiene Sensini: nella Russia prerivoluzionaria la «società civile esisteva e stava strutturandosi anche grazie a una libertà di stampa che si estendeva ogni giorno di più». A partire dal 1912, Lenin poté far uscire per anni, legalmente e senza che nessuno ne minacciasse la chiusura, il suo giornale «Pravda», sul quale tra il maggio del ' 12 e il luglio del ' 14 apparvero ben trecento suoi articoli. Il numero delle famiglie contadine titolari di proprietà passò da due milioni e ottocentomila (pari al 33 per cento dei dodici milioni di famiglie) nel 1905 a sette milioni e trecentomila nel 1915 (pari al 56 per cento delle famiglie che nel frattempo erano cresciute a tredici milioni) con un aumento percentuale del 260 per cento in appena dieci anni. Fu lo stesso Lenin che, dopo la rivoluzione d' Ottobre, trasformò quel mondo in un incubo; Stalin fece il resto. Nel saggio introduttivo al libro da lui stesso curato, L' età del comunismo sovietico (anch' esso pubblicato da Jaca Book), Pier Paolo Poggio si sofferma sulla circostanza che «le interpretazioni sulla rivoluzione e l' Urss debbono fare i conti con una formidabile costruzione mitologica, senza pari nel corso del Novecento, affermatasi in Occidente e nel mondo, in singolare contrasto con la realtà». L' azione di Lenin e quella di Stalin vengono viste, e giustificate, quali «vettori della modernizzazione e industrializzazione, sia pure a costi spaventosamente alti». Un giudizio che secondo Poggio è da tempo «improponibile» e definitivamente «smentito dall' abbondante storiografia ormai a disposizione». Ma che resiste, osserva ancora Poggio, in virtù della «forza mitopoietica della rivoluzione russa a fronte delle continue smentite che essa ricevette da subito e poi nel corso di tutta la storia dell' Urss». È venuto invece il momento di chiamare le cose con il loro nome: dispotismo, tirannia, sterminio, genocidio, crimini contro l' umanità. Fin dai primi passi della rivoluzione. Se oggi questi termini possono essere usati anche in Italia, lo si deve in particolare agli approfonditi studi di Andrea Graziosi, il quale, nel fondamentale L' Urss di Lenin e Stalin (Il Mulino), così come nel saggio Stalin e il comunismo comparso nel libro I volti del potere (Laterza), ha messo in evidenza l' assoluta continuità tra i due «tiranni» che guidarono l' Unione Sovietica tra il 1917 e il 1953. «Stalin apprese da Lenin la gestione spietata del potere, l' uso elastico dei precetti ideologici a seconda delle circostanze», ha scritto. Leninismo e stalinismo possono essere definiti «tirannie»? Sì, risponde Graziosi: ancorché diverse («perché diversi furono i problemi che Lenin e Stalin furono chiamati ad affrontare e diversa era la personalità e la cultura del tiranno»), le si può definire in tutto e per tutto tirannie. Il culto della violenza fu tale fin dall' inizio. Già nel 1906 Lenin scriveva che per la presa del potere si doveva procedere a una guerra rivoluzionaria «disperata, sanguinosa, di sterminio». Ma quel che poi capitò fu in più occasioni dettato dalle circostanze. Alla fine del 1916, pochi mesi prima della rivoluzione d' Ottobre, Lenin era sostanzialmente un isolato. I contatti con il partito in Russia glieli teneva la moglie, Nadezda Krupskaja, nella cui agenda si trovavano solo ventisei indirizzi, sedici dei quali appartenevano a militanti non più attivi e, dei restanti dieci, sette erano a Pietrogrado, a Mosca o al confino e tre nel restante impero russo. Le idee in principio erano poco chiare. Subito dopo la rivoluzione, alla fine del 1917, Lenin confuse l' arretramento in cui versava il Paese a causa della guerra con una nuova fase economica che prefigurava il futuro, si compiacque del fatto che la necessità economica avesse «condotto la Russia ad uno scambio in natura» e sostenne che «in questo si trova il germe dell' economia socialista». I problemi si fecero presto assai complicati. L' uso della forza servì ad affrontarli (e, per così dire, risolverli) in tempi rapidi. Riprendendo una citazione di Marx su Pietro il Grande, Lenin nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare contro gli avversari della rivoluzione «metodi barbari». Sempre contro quei nemici furono mossi reparti detti «di sterminio», esortati a reprimere «senza pietà». Accanto alle uccisioni, scrive Graziosi, «vi fu il ricorso sistematico alla presa di ostaggi, inclusi donne e bambini, e alla loro esecuzione; alla deportazione, prima di elementi ostili come i proprietari terrieri e i loro famigliari, poi di famiglie contadine e anche di interi villaggi». Nel maggio del 1918, c' è il primo spostamento forzato di popolazione dell' era sovietica, a danno degli abitanti di quattro villaggi cosacchi. Su ordine di Lenin, prosegue Graziosi, vi furono in quel periodo «impiccagioni e torture di massa», esecuzioni all' impronta per punire l' uccisione di un comunista (la cui vita «valeva» da dodici a cinquanta vite contadine), per castigare i villaggi «covi» delle rivolte o del «banditismo» (nei decreti si giunse a minacciare la fucilazione di tutti i maschi tra i diciotto e i cinquant' anni), bombardamenti aerei e distruzione non solo di questi covi, ma anche di interi villaggi colpevoli di essersi dedicati al «libero commercio». Questa offensiva viene definita da un dirigente, in una lettera dell' epoca al Comitato centrale, «una politica di sterminio di massa senza alcuna discriminazione». Le prime repressioni «preventivo-categoriali», come la «decosacchizzazione» nel 1919, avvengono ai tempi di Lenin, e pure l' uso della carestia del 1921-22 per liquidare i nemici, accompagnata dalla deportazione degli intellettuali e dalla repressione dei religiosi, «insegnò qualcosa a Stalin». Anche se, avverte lo storico, «il salto di qualità e di scala da lui (Stalin) operato dopo il 1928 è innegabile». Appresa la lezione applicata da Lenin ai cosacchi, Stalin, negli anni Trenta, fece deportare i cittadini sovietici di origine coreana, «colpevoli» di vivere ai confini con la Manciuria, ciò che - secondo lui - avrebbe favorito l' infiltrazione di spie giapponesi. Duecentomila di questi coreani furono spostati in Asia centrale e trentamila morirono durante il viaggio, «pagando un prezzo altissimo alla metodica, e lucidamente paranoica, sospettosità del despota». Ma torniamo agli anni che precedettero l' ascesa di Stalin. Quando, ai tempi della guerra civile, il generale Judenic marciò su Pietrogrado, Lenin scrisse che era «diabolicamente importante massacrarlo». Nell' agosto del 1921, per liquidare la rivolta di Tambov, il generale bolscevico Tukhacevskij ricorse a gas asfissianti per eliminare i ribelli rifugiati nei boschi. Sempre a Tambov, Antonov-Ovseenko, l' eroe dell' Ottobre, fece fucilare decine di ostaggi nelle piazze principali dei paesi per convincere gli abitanti a denunciare i rivoltosi e le loro famiglie. Nella fase finale della guerra civile, scrive Graziosi, nacque un «culto della violenza» che trovò seguaci in rappresentanti locali del regime leninista, i quali sostenevano che era «giunta l' ora di abbandonare le pretese umanitarie» ed esortavano all' applicazione di «misure durissime, inumane». E, come traccia del culto della violenza diffuso tra i bolscevichi, Graziosi cita un passo del romanzo L' Armata a cavallo di Isaac Babel' , in cui vi è la descrizione compiaciuta di come si impara a schiacciare sotto i piedi con gusto la testa di un' oca. In Crimea, ultimo baluardo dei militari «bianchi» avversari della rivoluzione, gli uomini di Lenin chiedono ai giovani ufficiali di presentarsi, promettendo loro la libertà in cambio di una semplice registrazione, dopodiché li uccidono uno ad uno con i metodi descritti ne La scheggia di Vladimir Jakovlevic Zazubrin: esecuzioni individuali di centinaia di persone compiute da boia professionisti. Vengono così massacrate circa dodicimila persone. Lo stesso sistema che sarà poi adottato da Stalin nel 1937-38 e ancora, dopo la spartizione della Polonia, con gli ufficiali polacchi a Katyn. Del resto è ormai accertato che i Gulag nacquero e divennero subito operativi già ai tempi di Lenin. Come si racconta, con un' ampia documentazione, nell' interessante L' epoca tremenda. Voci dal Gulag delle Solovki (Morcelliana) di Maurizio Campa. Nel libro si parla di quei primi campi di concentramento creati nel 1923 nelle isole Solovki, nel Mar Bianco, campi nei quali si registrarono casi di antropofagia: gli internati, disperati per la fame, giunsero a cibarsi di fegato, cuore e polmoni asportati ai defunti. Che tra l' era di Lenin e quella di Stalin in tema di orrori ci sia una sostanziale continuità lo si ritrova anche, ampiamente documentato, in Sospetto e silenzio di Orlando Figes (Mondadori). Negli anni Trenta perirono centinaia di migliaia di persone non perché le si volesse sterminare, come sarebbe accaduto con il nazismo, ma per quella che Andrea Graziosi definisce una «negligenza criminale» nei confronti di un gruppo sociale che Stalin aveva chiesto di «liquidare». Fu «una politica di sterminio» che in Ucraina e in Asia centrale «prese caratteri genocidi» come è evidente anche dal modo con cui «Stalin giustificò l' adozione, in piena carestia, di una legge che puniva con anni di lavoro forzato i contadini trovati a rubare poche spighe». E qui i morti furono milioni. Vennero liquidati persino i cantastorie di villaggio per tagliare le radici della cultura contadina. Furono colpiti addirittura i collezionisti di francobolli per recidere ogni legame tra l' Urss e la comunità internazionale. Molte delle politiche staliniane, ribadisce Graziosi, «presentarono caratteri genocidi, tesi cioè ad eliminare il problema attraverso l' eliminazione del gruppo al quale ne veniva imputata la responsabilità». «Stalin e il suo regime», è il verdetto dello storico, «furono responsabili a più riprese e su grande scala di crimini contro l' umanità». Poi però (nonostante alcuni rilevanti errori di strategia militare) Stalin fu uno dei vincitori della Seconda guerra mondiale. La vittoria su nazismo e fascismo «fu anche di Stalin e certi modi di celebrarla non possono prendere le distanze da lui». Il che - sostiene Graziosi - costituisce la «maledizione della storia russa», dal momento che Stalin, malgrado l' immenso danno da lui arrecato al suo Paese, è «incancellabile». Questo intreccio ha in qualche modo determinato «la distruzione, o forse l' autodistruzione, di una parte significativa della sinistra occidentale», che non ha saputo fare i conti con il dittatore «né sul piano morale, dove pure sarebbe stato facile, né, e soprattutto, forse per salvare la sua utopia, su quello intellettuale». Ha scritto Vasilij Grossman che già negli anni di Lenin la violenza aveva cessato «di essere uno strumento per diventare l' oggetto di un' adorazione quasi mistica e religiosa». Con il che, secondo Pier Paolo Poggio, l' eterogenesi dei fini è giunta a compimento. Nel Terrore rosso Mel' gunov scriveva che si era in presenza di «un sistema di metodica attuazione della violenza e dell' arbitrio dell' apoteosi senza remore dell' omicidio inteso come strumento di dominio, alla quale apoteosi non era ancora mai arrivato nessun potere al mondo. Non si tratta di eccessi per i quali si può cercare questa o quella spiegazione nella particolare psicosi indotta dalla guerra civile... L' atrocità morale del terrore, la sua azione disgregante sulla psiche umana, consistono più che nei singoli omicidi in sé, o nel loro numero più o meno consistente, proprio nel suo essere elevato a sistema». E leggendo queste pagine si può dire che tutto era sufficientemente chiaro (ed elaborato) già nel 1923.

Corriere della Sera 27.7.10
Il Pd sbaglia a sottovalutare la sfida di Vendola
Vendola, il guascone populista che sfida lo stagnante silenzio del Pd
di Paolo Franchi

Chiaro, chiarissimo. Le possibilità di Nichi Vendola di imporsi, quando ci saranno, nelle primarie, sparigliando i giochi del centrosinistra e ripetendo sul piano nazionale quel che ha fatto per due volte in Puglia, sono molto limitate. E ancora più difficile, per non dire impossibile, sarebbe vincere, con lui candidato premier, le elezioni. Ma bisogna fare attenzione. Con questi chiari di luna, la sua decisione di mettersi con larghissimo anticipo in gara, che in situazioni «normali» (sempre che ne esistano) sarebbe un diversivo o poco più, non si lascia liquidare con un’alzata di spalle e una battuta. Piaccia o no, la scommessa di Vendola, che non riguarda solo quel che resta della sinistra cosiddetta radicale, smuove le acque stagnanti del Pd e dintorni. E già questo è un bene.
È il caso, dunque, di seguirla con serietà, e anche con rispetto. A cominciare dal suo tratto più originale e qualificante. A differenza dei suoi (futuri) competitori, Vendola non gioca di rimessa. Prova a prendere per le corna una questione, quella dell’identità, della capacità (e prima ancora della voglia) di mettere insieme un punto di vista autonomo, una soggettività, in una parola un’anima: tutte cose che la sinistra e il centrosinistra italiani, dopo tanto affannarsi senza costrutto, sembrano considerare ormai materiale d’archivio. E non sembra preoccuparsi troppo di chi mette polemicamente l’accento sulla forte dose di populismo del suo discorso e della sua stessa figura di leader politico. Anzi, il suo populismo democratico e di sinistra apertamente lo rivendica, nella convinzione che non si tratti di un retaggio del passato, ma di una forma ineludibile della politica moderna, sempre che questa possa e voglia ancora produrre passioni e cambiamenti. A destra come a sinistra.
A chi, comprensibilmente, si preoccupa e storce un po’ il naso, è pronto a replicare che anche di questo ci parla il lungo spariglio vittorioso di Obama, l’outsider per eccellenza dei nostri tempi. E il realismo, la moderazione, la conquista di una quota consistente del centro, senza la quale la parola vittoria è per la sinistra addirittura impronunciabile? Se si tratta di virtù (e non è detto che anche Vendola, molto meno estremista di quanto si creda, non le consideri tali), vanno declinate in una chiave assai diversa da quella utilizzata, con scarso successo, sin qui. In ogni caso, pensare di farlo affidandosi alla pura manovra politica, senza aver prima ricostruito una convincente «narrazione» (parola magica del lessico vendoliano) di sé, del Paese, del mondo, porta dritto alla sconfitta. Peggio: impedisce di giocare la partita, per il semplicissimo motivo che la partita continuerà ad essere giocata nel campo avversario. Sempre che, naturalmente, non si immagini che tutto consista nel trovare un modo per inserirsi in qualche combinazione che consenta di scalzare Silvio Berlusconi. Ma, dice Vendola, non si va lontano cercando «le forme dell’estromissione del sovrano senza rendersi conto che il punto è mutare la cultura del regno». Su questa esigenza almeno, è difficile dargli torto.
È giusto riconoscere a Vendola notevoli capacità affabulatorie. Se è per questo, è lecito anche diffidarne un po’. Ma la novità della scommessa rimane. E resterebbe anche se, alla fine, servisse solo a scaldare il cuore di una parte (non necessariamente piccola, e non necessariamente «radicale») della sinistra che in questi anni, delusa e intristita, si è ritirata, e a richiamarla in campo. Non riguarda solo il presidente pugliese. Riguarda pure, eccome, i dirigenti del Pd e del centrosinistra che da Vendola sono stati chiamati pesantemente in causa, e il rapporto che hanno con la loro gente. Possono far finta di niente, limitarsi a dei sarcasmi, alludere a qualche gioco di sponda. Ma sarebbe l’ennesimo errore. Se Vendola un merito lo ha, è quello di dire la sua, come si conviene agli sfidanti, per guasconi che siano: lo fa confidando sull’afasia degli sfidati. Sta a loro, se ne sono capaci, smentirlo. In caso contrario il discorso di Vendola rischierà di restare, a sinistra, l’unico discorso riconoscibile e compiuto.

il Riformista 27.7.10

il Riformista 27.7B.10
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