martedì 9 agosto 2011

l’Unità 9.8.11
Il contagio Brixton dopo Tottenham, scontri anche in centro: oltre 200 arresti
Polizia sotto accusa Inchiesta sulla morte del giovane all’origine dei tumulti
Un’altra notte di fuoco nelle strade di Londra Il governo: «Criminali»
Dai sobborghi di Tottenham alla centralissima Oxford street e poi Brixton e di nuovo in centro. Scontri, saccheggi, vandalismi un po’ ovunque ieri a Londra. Il sindaco Boris Johnson rientra dalle ferie, governo in allarme.
di Daniele Guido Gessa

Londra si sveglia stamattina come una città messa a ferro e fuoco. Ieri i disordini si sono estesi a tutta la fascia urbana della metropoli. Non solo il sobborgo nord di Tottenham dove la violenza di piazza è scoppiata sabato notte ma anche la zona a Sud del Tamigi e persino la centralissima Oxford Street è stata interessata da incendi, devastazioni e sassaiole nella seconda notte di disordini.
Gli scontri sono ripresi nel pomeriggio di ieri nei dintorni di Mare Street, nel centrale quartiere di Hackney e sono ricomparsi nel Peckham, dove un bus è stato dato alle fiamme, poi vicono all’ospedale di Lewisham al tramonto. I tumulti, sostengono le forze dell’ordine, sono passati dalle rivendicazioni razziali per l’uccisione di un giovane nero da parte della polizia giovedì scorso alla criminalità gratuita e confusa di quelli che i tabloid del Regno Unito si sono affrettati a chiamare «anarchici». Una cosa è certa, solo i microblog su Twitter sono riusciti a seguire le tracce di questi «fuochi».
LA POLIZIA NEL MIRINO
La Metropolitan Police ha fatto sapere che le sommosse di ieri sono state, appunto, organizzate sui social network. Assalti e saccheggi, incendi di auto, accoltellamenti, poliziotti feriti – oltre un centinaio – e risse furibonde. Ora, monta anche la polemica. Il sindaco, il conservatore Boris Johnson, ieri sera ha alla fine accettato di interrompere le vacanze per tornare in città, su caldo invito del ministro degli Interni Theresa May, evidentemente, che ne ha dato l’annuncio. Le critiche hanno investito la stessa Metropolitan Police, che, dicono i giornali, non è stata in grado di prevenire le violenze – con uno degli alti ufficiali partito in ferie alla vigilia dei riots – e ha sottovalutato le conseguenze dell’uccisione del giovane Mark Duggan, colpito da un proiettile durante un inseguimento per il suo arresto. È emerso persino che Duggan non avrebbe sparato contro la polizia, come invece la Met si era premurata di sostenere. E così, anche se il vice premier Nick Clegg ha chiarito che «la violenza che abbiamo visto nulla ha a che fare con la morte del signor Duggan», oggi partirà un’inchiesta sulla vicenda presso la High Barnet Coroner's Court, a partire dai referti dei test balistici sulla sparatoria.
Intanto i vandali i più giovani appartenenti al «popolo dei benefit», cioè alla larga fascia di popolazione a cavallo fra disoccupazione e disagio sociale, che vive grazie ai sempre più magri aiuti di Stato si sono accaniti contro i negozi anche a Brixton, teatro, negli anni Ottanta dei più violenti scontri di piazza che Londra abbia mai visto. C’è il rischio che quel record di violenza venga superato, visto che persino le vie centrali dello shopping sono state colpite e che gli arresti sono già 215, 25 dei quali con una precisa incriminazione.
A Londra si teme che i riots, cioè i tumulti di piazza, possano continuare per giorni, se non per settimane. Con una macchia sempre più indelebile sull’efficienza della Metropolitan Police, tanto che il Comitato olimpico per sedare la polemica ha riconfermato la sua stima per i bobbies londinesi in prospettiva dei giochi dell’anno prossimo.
Negli scontri per la verità di politico, questa volta, pare esserci ben poco. Anche il ministro dell’Interno May è arrivata alla conclusione che «abbiamo a che fare con criminalità pura e semplice».
Le gang di giovani che assaltano Londra non rivendicano un cambio di regime, non urlano contro il primo ministro David Cameron e non ce l’hanno con la coalizione di governo fra conservatori e liberaldemocratici. Eppure per l’ex sindaco di Londra, il laburista Ken Livingston «la colpa di tutto è anche il taglio alla spesa pubblica fatto dal governo. Quando si chiudono i centri per i giovani, questa è la conseguenza». 

l’Unità 9.8.11
Giovani senza futuro e senza istruzione
Coesione sociale in tilt
È una società fortemente classista, forgiata dal thatcherismo e non del tutto corretta dal Labour: ha minato le prospettive di una generazione. Che ora esplode in una rabbia cieca
di Marco Simoni

Londra aveva conosciuto manifestazioni di grave violenza solo pochi mesi fa, in occasione delle proteste per l’aumento delle tasse universitarie. Alla luce dei fatti di questi giorni, anche quella violenza era indicativa di qualcosa di più profondo, di un particolare malessere inglese in un fenomeno che coinvolge molti Paesi europei: fratture sociali che si allargano e il dato generazionale sempre presente sia pur in modi che cambiano da Paese a Paese. Negli ultimi anni il crimine a Londra è diminuito, ma sono aumentati i reati e le violenze a colpi di coltello che hanno coinvolto giovani e giovanissimi.
Chi deve crescere dei figli a Londra, nel resto del Paese la situazione è meno critica, impara presto che la scuola pubblica non è uguale per tutti. Dopo il terzo compleanno del primogenito bisogna scegliere a quale scuola elementare mandarlo. Le scuole ammettono i bambini sulla base della distanza fisica dalla porta di casa all’edificio scolastico, si tratta pertanto di una scelta solo teorica. In pratica, le poche scuole pubbliche di qualità pur ricevendo centinaia di domande possono offrire un posto solo ai bambini che abitano nel raggio di cinquecento metri. Ognuno pertanto va alla scuola che capita, o a quella che si può permettere.
Il sistema pubblico era stato affossato nel ventennio della destra thatcheriana, e i pur massicci investimenti del Labour hanno lasciato ancora molta strada da compiere. Mancano le risorse alle scuole e sono insufficienti i servizi di comunità per contribuire a tessere una trama sociale degna di questo nome. Di conseguenza, nella maggior parte dei quartieri poveri di Londra, sterminate periferie di case basse che distano ore sui mezzi pubblici dal centro, le scuole elementari continuano ad avere risultati disastrosi, con anche il 40% dei bambini che non supera l’equivalente del nostro esame di quinta.
In Inghilterra non c’è una discussione sulla precarietà, per due ragioni opposte. Per la corposa classe media con accesso – sia pur faticoso – all’istruzione di buona qualità, i lavori precari sono comunque accompagnati da tutele minime sconosciute ai nostri standard e sono normale gavetta di un futuro più stabile. Invece, per le masse, minoritarie ma nutrite, di lavoratori non qualificati, la precarietà occupazionale è l’unica forma esistente. Certo, in presenza di diritti fondamentali, ma con limitatissime prospettive di crescita economica intergenerazionale, e persino di stabilità economica individuale.
Questo non vale solo per le comunità di origine afro-caraibica, protagoniste dei saccheggi di Tottenham, ed è l’evidente conseguenza di un sistema formativo molto classista che accentua le problematiche economico-sociali. In tempi di crisi economica, il destino di un limbo da lavoratore povero senza prospettive diventa ancora più realistico, e i desideri consumistici e commerciali sempre più irrealistici. Tuttavia i saccheggi organizzati con i messaggini del telefonino di ultima generazione non rappresentano alcuna rivolta o protesta politica. Sono organizzati da persone che rimangono fuori dai meccanismi di rappresentanza collettiva e che non sono portatrici di identità al di fuori del piccolo orizzonte di quartiere. Essi rimangono, e vengono giudicati, per quel che sono: saccheggi, devastazioni, rapine operate con la scusa della motivazione antipoliziesca per rimediare l’ultimo modello di scarpe da ginnastica.
Allo stesso tempo, essi pongono con forza la questione politica della coesione sociale che il governo del Labour aveva provato ad affrontare, anche con qualche successo: con serie misure contro la povertà; nella scuola e nella sanità; nei centri per l’orientamento di giovani e giovanissimi, centri anche di socialità e incontro fondamentali in una città come Londra frammentata in quartieri dai debolissimi legami sociali autonomi. Questi centri sono sorti ovunque negli scorsi quindici anni e sono stati i primi a essere colpiti – letteralmente chiusi – dai tagli del governo di Cameron.
La lezione di oggi è che si trattava di politiche insufficienti, ma semplicemente tornare indietro fa apparire lo slogan della Big Society di David Cameron come un espediente retorico privo di contenuti.

Repubblica 9.8.11
Il 19 agosto di 20 anni fa il tentato colpo di Stato che sconvolse l´Urss
Gorbaciov: vi racconto il golpe minuto per minuto
di Fiammetta Cucurnia


Vent´anni dopo, Mikhail Gorbaciov racconta i tragici giorni del golpe di Foros. Quello che accadde nella dacia sul mare di Crimea tra il 18 e il 21 agosto 1991 si è impresso nella sua memoria. E dalle sue parole trapela la rabbia di quei tre giorni che sconvolsero l´Urss.

L´isolamento nella Dacia in Crimea, i telefoni bloccati, il malore di Raissa. Vent´anni dopo Mikhail Gorbaciov racconta gli ultimi giorni dell´Urss

Vent´anni dopo, Mikhail Gorbaciov racconta i tragici giorni del golpe di Foros. Quello che accadde nella dacia che guardava il mare di Crimea tra il 18 e il 21 agosto del 1991 si è impresso nella sua memoria in modo indelebile, minuto per minuto. E dalle sue parole ancor oggi trapela tutto lo sgomento e la rabbia di quei tre giorni che segnarono la fine della sua vita politica alla guida del Cremlino e sconvolsero l´Unione Sovietica al punto che quattro mesi più tardi, nei giorni di Natale di quello stesso anno, il Paese crollò.
«Arrivato a Foros mi resi subito conto che non sarebbe stata una vacanza normale. Per tutto il periodo precedente, la pressione su di me era stata martellante. Da destra e da sinistra, tutti mi chiedevano misure d´emergenza».

«Ma io contavo sul nuovo Trattato d´Unione. Era pronto, lo avremmo firmato di lì a pochi giorni. E avremmo rifondato l´Urss su nuove basi. Anche a Foros capivo, soprattutto intuivo, che bisognava fare presto. Non mi lasciava il pensiero di dover rientrare al più presto, un indistinto senso di urgenza. Avevo già fatto arrivare l´aereo che doveva riportarci a Mosca. Era domenica, quel 18 agosto, quando tutto cominciò. Io avevo appena parlato al telefono con Shakhnazarov, anche lui in Crimea, al sanatorio Juzhnij. Fu l´ultima telefonata, prima che isolassero i telefoni. Erano esattamente le 16,32, quando attaccai. Si scoprì solo dopo che gli ufficiali del Kgb erano già pronti dietro le spalle delle telefoniste: avevano ordine di tagliare le linee alle 16,30».
Ma lei era ancora all´oscuro di tutto.
«Saranno state le cinque del pomeriggio quando fui avvisato che era arrivato un gruppo di dirigenti, Baklanov, Boldin, Shenin, Varennikhov e Plexanov. Mi sorpresi molto. E dissi al capo della guardia presidenziale, Medvedev, che non aspettavo visite. Cercai di chiamare Krjuchkov. Fu lì che scoprii che nessuno dei miei telefoni funzionava più, neppure la linea strategica. Raissa Maksimovna era in veranda e leggeva i giornali. Andai da lei e le raccontai tutto. Le dissi che era difficile immaginare cosa avessero in mente, ma potevamo aspettarci il peggio. Ci spostammo nella stanza da letto. Intanto i pensieri si affollavano in testa. Pensavo: non accetterò né minacce né ricatti. Raissa mi disse che qualunque cosa avessi deciso, lei sarebbe stata al mio fianco. Allora mettemmo al corrente mia figlia Irina e suo marito Anatolij. Una quarantina di minuti dopo, uscii dalla stanza e mi trovai di fronte il gruppo. Fu Baklanov a parlare. Disse che era stato formato un Comitato per lo stato d´emergenza. Che per salvare il Paese dalla catastrofe dovevo firmare il decreto sullo stato d´emergenza. Disse anche che Eltsin era già stato arrestato, poi precisò che sarebbe stato arrestato sulla via del ritorno, intendeva da Alma Ata, in Kazakhstan, dove si trovava. Volevano darmi l´impressione che tutto era già fatto. Solo dopo scoprii che avevano portato con sé numerose varianti di documenti che, secondo loro, io avrei potuto firmare. Ma io respinsi fermamente il ricatto. Non avrei firmato niente. Ero indignato. "Ci vogliono misure adeguate?" dissi. "Bene. Convocate il Soviet Supremo, il Congresso dei deputati. Decidiamo. Ma rispettando la Costituzione. E la legge". Blaklanov rispose che io ero molto provato dalla tensione di quegli anni, mi propose di farmi da parte, trasferendo i poteri a Janaev, per tornare poi a cose fatte. "Il lavoro sporco lo facciamo noi", disse. Rifiutai anche quella proposta miserabile. Così intervenne Varennikov: "Allora, dia le dimissioni". Io persi la pazienza. Se ne andarono seguiti dalle mie invettive».
Ma in quel momento eravate già prigionieri?
«Appena li vidi, capii che si erano coperti le spalle. E infatti presto ne ebbi conferma. I telefoni erano muti. Fuori era stata messa una doppia fila di guardie. Nessuno poteva entrare né uscire, perfino il personale di servizio che abitava in paese e la sera avrebbe dovuto tornare a casa. I miei collaboratori che si trovavano all´interno, come Cernjaev, non poterono più andarsene. Ci dissero che il nostro aereo era stato richiamato a Mosca. Niente giornali, niente posta, niente tv. Per fortuna avevo portato con me un piccolo transistor Sony. Lo usavo la mattina mentre facevo la barba e all´ultimo momento lo avevo messo in valigia. Era l´unico contatto con il mondo. Ma il 18 agosto il mondo ancora non sapeva quel che stava accadendo e la radio mandava in onda le solite trasmissioni. Noi ci organizzammo».
Temevate una lunga prigionia?
«Non sapevamo come sarebbe andata a finire. Raissa Maksimovna cominciò a tenere un diario che pensavamo di nascondere, nella peggiore delle ipotesi, perché la verità non scomparisse con noi. Anatolij aveva il compito di tenere in custodia la radiolina, e che nessuno sapesse che l´avevamo. Fu solo alle sette del mattino seguente, il 19 agosto, che i ragazzi sentirono per radio la notizia che era stato formato un Comitato per la situazione di emergenza. Diceva che "a causa delle sue condizioni di salute e l´impossibilità di svolgere le funzioni di presidente dell´Urss, i poteri passano al vice presidente Ghennadij Janaev". Qualche ora prima, Anatolij aveva avvistato a largo alcune grosse navi militari».
Lei che cosa fece?
«Mandai in avanscoperta il più alto in grado della mia guardia, chiedendo che venissero immediatamente ripristinati i contatti col mondo esterno e un aereo per tornare a Mosca. Scoprimmo che altri uomini armati di Kalashnikov presidiavano il territorio della dacia. Noi per parlare uscivamo in balcone, non era escluso che ci fossero delle cimici. E facevamo passeggiate dalla parte del mare, sperando che qualcuno ci vedesse e potesse raccontare che stavo bene. Ma la spiaggia era deserta. Intanto i ragazzi erano riusciti a fabbricare un´antenna di fortuna per la radio. Scoprimmo così che Eltsin non era stato arrestato. Verso le cinque del pomeriggio furono evacuati gli ingegneri militari per le telecomunicazioni. Io chiesi di nuovo un aereo per Mosca. A quel punto, la radio cominciava a trasmettere la conferenza stampa dei golpisti: un ammasso di menzogne. Eravamo in mano a un gruppo di pazzi criminali. Tutto poteva accadere. Decidemmo di razionare i viveri e Irina nascose un po´ di frutta per le bambine. Raccogliemmo anche le medicine che avevamo portato con noi: avremmo usato solo quello che era stato acquistato prima del 17 agosto. Poi la notte, con la nostra videocamera girammo un video, in cui mi rivolgevo ai russi, perché sapessero la verità. Avremmo cercato di farlo uscire, in qualche modo, o, nella peggiore delle ipotesi, l´avremmo nascosto. Facemmo tutto in silenzio. Irina e Anatolij ci lavorarono fino all´alba. Poi tagliammo il nastro in quattro parti con la forbicetta delle unghie, e le avvolgemmo in una carta sottile. Il resto della cassetta lo facemmo sparire».
Quando cominciò a capire che il golpe stava andando male?
«Già il 20 agosto, dopo aver ascoltato attentamente le radio occidentali, mi resi conto che le cose non stavano andando come previsto. E ne ebbi conferma all´indomani, mentre nuove navi da guerra si affacciavano sul golfo, con l´improvviso arrivo di Krjuchkov, Jazov, Lukjanov e Ivashko. Mi era chiaro che volevano tentare un´ultima carta per convincermi. Ma quello del 21 agosto fu un giorno difficilissimo per noi. Alle tre Irina correndo annunciò di aver sentito alla Bbc che Krjuchkov aveva permesso a una delegazione di venire a Foros per rendersi conto delle mie condizioni. Raissa si spaventò moltissimo. Pensò che per mostrarmi malato mi avrebbero prima annientato. La paura la paralizzò, letteralmente, non poteva più muovere il braccio e non riusciva a parlare. Un ictus. Ci sono voluti due anni perché si riprendesse.
Verso le cinque arrivarono. Diedi ordine alla guardia che mi era rimasta fedele di aprire il fuoco se qualcuno avesse cercato di entrare senza il mio consenso. Cosa che Lukjanov e Ivashko fecero, tra l´altro, dicendo che loro non avevano nulla a che spartire con i golpisti. Io dissi che non avrei parlato con nessuno finché non avessero ripristinato le comunicazioni. Alle 17,45 i telefoni furono ricollegati. La prigionia era finita. Parlai subito con Eltsin, con gli altri capi delle repubbliche e con Bush. Incontrai la delegazione russa guidata da Rutskoj. Jazov e Krjuckov non li volli ricevere».
La fotografia del vostro arrivo a Mosca, mentre scendete la scaletta dell´aereo con la piccola Ksenja avvolta nella coperta, resta nella nostra memoria come una delle immagini più emozionanti della storia di quegli anni.
«Lasciammo Foros alle 11 della sera del 21 agosto, dall´aeroporto di Belbek, con l´aereo di Rutskoj. Nello stesso aereo, ma in un altro salone, tornava a Mosca anche Krjuchkov. Arrivammo a Vnukovo alle due di notte. Non so dirvi quello che provai, un misto di sentimenti si affollava dentro di me. Mi sentivo un altro uomo, in un altro Paese. Ma ci vollero giorni per ricostruire il quadro degli avvenimenti: troppe erano le informazioni che ignoravo».
In Russia colpire i leader scomodi quando erano lontani da Mosca era quasi un´abitudine, perché nonostante le sue inquietudini decise di partire?
«Ero stanchissimo. Politicamente, fino a quel giorno i golpisti si erano dimostrati degli incapaci. Ma non avrei mai immaginato che avrebbero tentato una simile avventura. Fu un errore. Non avrei dovuto lasciare il Cremlino».
Mikhail Sergheevic, nei giorni seguenti lei sembrava convinto che tutto potesse tornare a posto. Quando si rese conto che tutto era perduto?
«Fu elaborato un nuovo Trattato d´Unione. Dopo il Congresso, anche Eltsin disse: "l´Unione continuerà ad esistere". Invece, non fu così. Ma ancor oggi non posso dire che tutto è andato perduto: il processo messo in moto dalla perestrojka non si è mai fermato e la Russia va avanti nel suo cammino, difficile, questo sì, verso la democrazia».

Repubblica 9.8.11
I martiri dimenticati
di Viktor Erofeev


Mi fa paura pensare al passato della Russia. È troppo pieno di sofferenze, vane speranze, anni di fame, torti subiti, corpi insepolti, delusioni. Le nostre vittorie ci sono costate troppo care, e le sconfitte sono sempre state troppo facili. Abbiamo acquisito una rara esperienza, un´indifferenza storicamente fossilizzata. Ciò nonostante, tra gli avvenimenti degli ultimi decenni io intravedo una macchia di luce. Ogni anno che passa diventa più nebulosa e sfuocata, eppure c´è: parlo del fallimento del golpe dell´agosto 1991.
Una sorta di favola con un quasi-finale felice (il finale è la nebbia che l´avvolge). La gente disarmata contro centinaia di carri armati. Gli intellettuali contro i generali. Il popolo contro la menzogna. Non so da dove sia spuntato quel popolo russo insorto con tanta consapevolezza, perché non l´avevo mai visto così prima d´allora; e non so neppure dove sia andato a finire, perché così non l´ho mai più rivisto. In fin dei conti, della perestrojka di Gorbaciov nell´estate del 1991 tutti erano ormai ben stanchi. La perestrojka si reggeva su begli slogan, ma non conteneva altro che il caos e un crescente carovita, il rafforzarsi del nazionalismo e della malavita, e continue promesse. Cominciava a vacillare quell´impero plurisecolare messo insieme poco per volta dagli zar e da Stalin, che rappresentava la più grande conquista e l´orgoglio della Russia. Quell´impero che spaventava e affascinava il mondo intero, e che era sempre stato al centro dell´attenzione dei media: ed ecco che apparve lo spettro del nulla e dell´assurdo.
Nello stesso periodo però comparve in Russia un fenomeno inedito per il nostro paese: la libertà. Essa soltanto ci permise di resistere al golpe. Un colpo di stato contro le riforme era inevitabile: Gorbaciov stesso lo comprendeva, ma non sapeva come opporvisi. I tre principali ministeri deputati alla sicurezza dell´URSS, i tre organismi di difesa costituiti da esercito, polizia e cechisti, insieme al Comitato Centrale del PCUS che andava ormai perdendo il suo peso politico, decisero di porre fine al disfacimento di quello Stato grandioso e crudele. Ben pochi oggi ricordano i nomi degli autori del golpe – del resto, tra loro non vi erano grandi nomi, ma solo dei funzionari con una concezione distorta della grandezza dello Stato; tutti ricordano invece le mani tremanti del loro pessimo leader (che tra l´altro era vicepresidente dell´URSS e braccio destro di Gorbaciov), nella conferenza stampa convocata per dichiarare lo stato di emergenza. Gorbaciov si ritrovò agli arresti domiciliari in Crimea, e come un eroe dell´epos popolare Boris Eltsin (all´epoca presidente della Federazione Russa, componente e sostegno fondamentale dell´URSS) lanciò la sua sfida ai golpisti. La gente di Mosca si mobilitò in difesa della libertà, schierandosi in massa intorno alla Casa Bianca, il quartier generale di Eltsin. C´erano tutti i miei amici: musicisti, scrittori, cantanti rock… Tre giovani caddero vittime degli scontri tra gli insorti e i carri armati nel tunnel di via Novyj Arbat, non lontano da casa mia.
Quel 19 agosto io ero in Francia, sulla spiaggia assolata di Saint-Nazaire, in preda alla disperazione. Sapevo che i golpisti mi avrebbero messo in carcere per il semplice fatto che ero un libero scrittore russo e non facevo mistero delle mie convinzioni antisovietiche. Non volevo tornare nell´URSS, ma non volevo neppure emigrare in Europa. Mentre ero sulla spiaggia mi scovò chissà come la televisione francese: dichiarai tutto il mio odio per i golpisti ed esortai la comunità internazionale a lottare contro di loro. L´ironia volle che pronunciassi il mio discorso pieno di sdegno sulla spiaggia, e la sera stessa mi rividi al telegiornale sullo sfondo di due belle ragazze francesi che giocavano a badminton in topless.
Di notte in albergo ascoltavo radio Svoboda, una radio americana in lingua russa, e pian piano dalle notizie che arrivavano cominciò a delinearsi qualcosa di totalmente insolito. La gente non aveva paura. I giornalisti si coalizzavano per difendere la libertà di parola. L´eco di Mosca, un´emittente liberale attiva ancora oggi, cominciò a trasmettere in clandestinità. L´esercito era in dubbio sul da farsi, e lo stesso valeva per i diplomatici. Il golpe si stava sfasciando da sé. Soffriva di impotenza come i suoi decrepiti fautori politici. Il colpo di stato era iniziato con la trasmissione alla tv sovietica del balletto di Tchajkovskij Il lago dei cigni – tutte le altre trasmissioni erano state pavidamente cancellate; e si concluse con l´abolizione della bandiera rossa sovietica e con l´abbattimento del monumento a Dzerzhinskij (il capo dei cechisti nel partito di Lenin) sulla piazza antistante la sede del KGB. I golpisti come tanti bambini si precipitarono a chiedere scusa a Gorbaciov in Crimea, ma lui li spedì dritti in prigione. Gorbaciov stesso, d´altronde, rientrò a Mosca non certo da trionfatore; ed ebbe inizio l´era di Eltsin, che fu altrettanto tortuosa della perestrojka di Gorbaciov.
Tornai a Mosca passando per l´autostrada di Minsk: era dissestata per il passaggio dei carri armati della divisione Tamanskaja, basata nei pressi di Mosca, che i golpisti avevano lanciato alla conquista della capitale. In città si sentiva il profumo della libertà, forte come quello estivo dei tigli in fiore. L´attività del PCUS venne dapprima sospesa e poi del tutto proibita. Mi sfuggì persino una lacrima! Sembrava che da lì in poi le cose sarebbero soltanto migliorate…
Sono passati vent´anni. Sulle tombe dei tre eroi non si vedono fiori. Nel punto in cui sono caduti sventola una bandiera tricolore sbiadita dal sole – pochi sanno perché si trova qui. Quando ricorre l´anniversario della morte del golpe si radunano le sparute manifestazioni dei liberali. Due anni fa a Mosca e a San Pietroburgo per qualche motivo le autorità cittadine le hanno proibite del tutto. Gradualmente va crescendo la percentuale di cittadini russi che si dichiarano più favorevoli che contrari al golpe del ´91… Non amo pensare al passato della Russia.
(Traduzione Mirella Meringolo)

Repubblica 9.8.11
Lee Jasper, attivista per i diritti delle minoranze:
"Il malcontento covava da anni, frutto di tanti abusi"
intervista di Rosalba Castelletti


Jasper, ex consigliere delle minoranze etniche, è un attivista per i diritti dei neri
Lee, leader della protesta attacca governo e polizia "Rabbia contro le bugie"

"Gli agenti hanno raccontato cose non vere, è questo che ha scatenato le violenze"
La gente non decide da un giorno all´altro di appiccare le fiamme È un processo lungo frutto di tanti abusi: è il malcontento covato per anni a scoppiare
Qui la disoccupazione è altissima e il governo che fa? Taglia i servizi pubblici e ogni iniziativa sociale. Bisogna tornare a dare fondi alla comunità

LONDRA - «Dov´è il sindaco Boris Johnson quando ce n´è bisogno?», chiede dinanzi alle telecamere Lee Jasper, l´ex consigliere speciale per le minoranze etniche dell´ex sindaco londinese Ken Livingstone. «Dovrebbe stare qui, non in vacanza!». Alle sue spalle un gruppo di afroamericani annuisce, applaude, solleva la mano destra in segno d´approvazione. Siamo a Brixton Road, la via che attraversa il distretto di Lambeth, a Sud di Londra. Un largo tratto è stato isolato dopo i disordini di domenica notte. È qui che Jasper tenne quello che egli stesso definì un discorso «molto, molto arrabbiato» poco prima che esplodessero gli scontri del 1996. Oggi torna a cavalcare il malcontento per muovere accuse contro il governo. «In quest´area mancano i fondi. Vi è un alto tasso di disoccupazione. E il governo cosa fa? Taglia i servizi pubblici e ogni iniziativa sociale. Tornate a dare soldi alla comunità!». E poi rivolto al primo cittadino: «Boris, se mi senti, muovi il c… e vieni a Londra».
Non usa mezzi termini questo potente oratore nato a Oldham 49 anni fa - madre bianca, padre giamaicano - che, trasferitosi a Londra, nel giro di pochi anni è diventato un´attivista razziale, onnipresente in decine di comitati e organizzazioni, e che si è sempre attirato in eguale misura lodi e polemiche. Come le accuse di frode mossegli contro dall´Evening Standard che nel 2008 lo costrinsero ad abbandonare l´incarico di consigliere di Livingstone, ma da cui fu assolto da una commissione d´inchiesta. «Razzismo istituzionale», definì l´episodio.
Oggi, oltre che per Johnson e per il governo conservatore, ne ha anche per la polizia. «Gli agenti si sono dimostrati totalmente insensibili. Hanno impiegato giorni a presentare le proprie condoglianze alla famiglia di Mark Duggan (l´uomo ucciso giovedì scorso, ndr). E nessuno ha dato loro notizie sullo sviluppo delle indagini sulla sua morte. Qui a Brixton abbiamo un buon rapporto con la polizia. Ieri, prima della notte di violenze, c´è stato un festival. Eccezionale, vero ragazzi?». «Yeah!!», risponde il suo capannello di ascoltatori. «Ma quel che è successo a Tottenham - continua - riguarda anche noi. Ogni morte nelle mani della polizia riguarda anche noi». E se c´è una cosa che a Jasper ha attirato lodi è stato il suo lavoro come presidente del gruppo consultivo laico nell´Operazione Trident, la campagna contro la criminalità nelle comunità nere lanciata dopo gli scontri degli Anni ‘80. La stessa operazione che ha portato all´arresto e all´uccisione di Duggan. E su cui Jasper, come molti, solleva sospetti. «La versione iniziale della polizia si è rivelata sbagliata. Abbiamo bisogno di verità. Abbiamo bisogno di risposte. È questo che ha scatenato le proteste: la gente di Londra vuole sapere».
A chi ribatte che, saccheggiare centri commerciali e incendiare abitazioni e auto non è il modo giusto di domandare giustizia, risponde: «La gente non decide da un giorno all´altro di appiccare le fiamme. È un lungo processo. Sono tutti gli abusi subiti, tutto il malcontento covato per anni a scoppiare. Ecco cosa succede quando una comunità viene abbandonata a se stessa, quando la politica non se ne fa carico. Condanno le violenze, ma solo in parte. Condanno molto di più la violenza economica: la disoccupazione, la mancanza di opportunità che nega ai giovani un futuro. È una violenza che non viene riconosciuta. Ci si sofferma sul sintomo e non sulla patologia: il sintomo sono le violenze di sabato, ma la patologia è l´alienazione di un´intera comunità lasciata a se stessa».

Repubblica 9.8.11Lo scrittore Hanif Kureishi, conoscitore del malessere delle periferie
"Questo è solo l´inizio adesso la rivolta contagerà tutta l´Europa"
di Valeria Fraschetti


Gli abitanti di questi rioni non sono altro che i più poveri della società. Non saranno mai classe media

«Questi tumulti non sono che l´inizio di una stagione di rivolte che durerà anni e contagerà il resto d´Europa», parola di Hanif Kureishi. E c´è da starlo ad ascoltare, perché lui, nato da padre pachistano e madre inglese, scrittore e drammaturgo britannico tra i più letti in Italia, conosce bene il malessere che si nasconde dietro le violenze esplose in vari quartieri disagiati di Londra. Non solo nei sobborghi poveri e multietnici della capitale ha ambientato alcuni dei suoi romanzi più celebri, a partire dal Budda delle periferie (Bompiani). Ma anche il quartiere in cui vive con la sua famiglia, Shepherd´s Bush, a West London, non è poi così diverso da quello di Tottenham, epicentro delle guerriglie urbane. «Sono aree dove tantissimi ragazzi girano armati e fanno uso di droghe, i trentenni non hanno mai lavorato e mai lavoreranno, cittadini britannici, e non immigrati, che perlopiù sono dei paria di un sistema economico di cui non sono mai riusciti a far parte».
Signor Kureishi, i disordini "non hanno niente a che vedere con la morte del giovane" ucciso dalla polizia, come sostiene il vicepremier Clegg?
«Scaturiscono da un malessere con radici principalmente economiche. Non a caso la rabbia si è scagliata soprattutto contro i negozi, simbolo dell´accesso al benessere che gli viene negato».
Da quali fattori?
«La crisi economica del 2008 ha colpito i poveri più duramente. E gli abitanti di questi quartieri non sono altro che i più poveri della società. Non appartengono alla classe media: non diventeranno mai medici o professori. Per molti il passatempo principale è il crimine, al massimo il rap. Vivono in aree dove la disoccupazione è tra le più alte del Paese. Per di più, con la consapevolezza che la loro condizione s´aggraverà ancora di più nei prossimi cinque anni. Era prevedibile che un qualsiasi pretesto avrebbe fatto esplodere la situazione».
Perché proprio ora? Le misure di austerità approvate dal governo Cameron si stanno facendo sentire?
«Certo, i tagli hanno ridotto i sussidi di disoccupazione, i centri giovanili e altri servizi sociali. E il disagio monta».
Come lo arginerà il governo?
«Ci vogliono investimenti, soldi. Che il governo non ha. Come del resto non ne hanno Italia, Grecia, Spagna. Per questo credo che siamo solo all´inizio di un periodo di forte instabilità sociale».
Cosa accomuna queste rivolte con quelle del 1985? Anche allora scoppiarono durante un periodo di forte austerità.
«Come oggi, i Tory erano al potere, la disoccupazione alta e la criminalità diffusa»
Contro la quale lo Stato ha fatto poco?
«Ci sono stati investimenti e progressi, soprattutto con Blair. Ma c´è bisogno anche le comunità facciano la loro parte, sradicando la cultura del fallimento presente. Ma ora è impossibile: la gente non ha più speranza».

Repubblica 9.8.11
Il dramma dell´eroina femminista "Assassinata in casa dal marito"
L´autrice ceca scriveva romanzi sull´inferno coniugale
di Andrea Tarquini


Berlino - Era l´eroina della causa delle donne e della letteratura femminile, nei suoi romanzi raccontava senza censure la tragedia della violenza quotidiana che le mogli subiscono dai mariti nel quotidiano nascosto della vita coniugale. Adesso è morta, uccisa a coltellate, e il sospetto assassino è suo marito. Sembra una storia dall´Afghanistan o dal Pakistan, invece il teatro del dramma è la postmoderna, laica e civilissima repubblica cèca. E il caso scuote il paese, come crimine di cronaca nera inatteso e traumatizzante, forse il primo di tale gravità dalla fine della dittatura nell´autunno-inverno del 1989.
L´eroina tragica del dramma si chiamava Simona Monyova, aveva 44 anni. E´ stata trovata morta nella sua casa di Brno, dove viveva da tempo col marito Boris. Giaceva a letto, trafitta da una raffica di pugnalate, e quando i soccorritori sono accorsi nell´appartamento non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Boris era accanto a lei, anche lui gravemente ferito da coltellate. È stato subito ricoverato nell´ospedale più vicino, e finora la polizia non ha potuto interrogarlo. Eppure gli inquirenti vedono in lui l´indiziato numero uno. E amiche e conoscenti di Simona lo accusano. Il grande pubblico è con loro, e compiange l´eroina perduta.
Simona scriveva volentieri, pubblicava almeno due libri ogni anno. Bruna, alta, bella, sempre sorridente a ogni apparizione ufficiale, si era sempre presentata al grande pubblico come la narratrice di tragedie di altre donne, in nome della causa femminile. Con Boris, cresceva tre figli, e lui era stato l´editore di alcuni dei suoi romanzi, e così l´aveva lanciata. Nessuno dunque sospettava quanto gli investigatori cèchi ora presumono. I libri di Simona narrano sempre storie di mogli spezzate dalla violenza maritale. "Dolori del cuore", uno dei più venduti, racconta di un matrimonio che inizia nella gioia totale, attraversa intrighi, gelosia, sesso brutale e panico davanti all´invecchiamento, e finisce in uno scontro violento e in voglie di vendetta totale. «Ho tratto il tema da racconti di amiche e conoscenti», aveva detto Simona alla presentazioni. Ma adesso un suo amico dice di aver ricevuto da lei un sms tragico: «Simona mi ha confessato di essere stata percossa e violentata per undici anni dal marito», ha detto al quotidiano popolare Blesk.
La polizia indaga, forse gli investigatori rileggono anche le pagine di un altro libro di Simona, "La donna dai sentimenti selvaggi". Una frase sul sito web della scrittrice dà da pensare: «La marcia nuziale mi evoca sempre il pensiero delle musiche marziali con cui i soldati vanno all´attacco al fronte». Anche nella "Nuova Europa", la vita moderna e i traumi del postcomunismo vedono le donne tra le prime vittime.

Repubblica 9.8.11
Una sinistra senza innovazione
di Roberto Esposito


‘Cambia il vento´ – è lo slogan che dai manifesti affissi sui muri delle nostre città racconta l´inversione in atto dei rapporti di forza tra governo ed opposizione. Non si tratta semplicemente del dato, pure rilevante, che per la prima volta il Pd supera virtualmente il Pdl nelle intenzioni di voto degli elettori. E neanche soltanto del palese sfaldamento del centrodestra, ormai esteso a tutti gli ambiti, dall´economia, alla giustizia, alla politica internazionale. È come se un flusso di energia – una speranza e insieme una volontà di cambiamento –, per troppo tempo interrotto, avesse ripreso a scorrere nelle vene del Paese.
E tuttavia si può dire che i partiti di centrosinistra stiano intercettando tale domanda? Che il vento nuovo che gonfia le sue vele si stia trasformando in effettiva forza politica? La risposta a questa domanda non può essere positiva. La debolezza della destra non si traduce automaticamente in rafforzamento della sinistra. Permane, e si fa perfino più evidente, la difficoltà di quest´ultima a passare da una politica reattiva – cioè di contrasto dell´azione dell´avversario – all´affermazione di una proposta capace di recepire e potenziare la spinta che arriva dalla società.
Non mi riferisco tanto alla endemica difficoltà di tenere insieme l´anima riformista con quella radicale o agli elementi di opacità che appannano la questione morale. C´è qualcosa di più profondo – in questo deficit di proposta politica – che si potrebbe riassumere nella incapacità di dar vita ad un grande processo costituente. Per farlo, la sinistra dovrebbe mettere mano al nodo che non è mai riuscita a sciogliere, tra conservazione ed innovazione. Entrambe evidentemente sono necessarie, purché combinate in un equilibrio che non sacrifichi l´una all´altra, e che soprattutto non scambi il loro ruolo.
Ebbene è esattamente su questo che la sinistra italiana ha mostrato più di un´esitazione. Non sempre ha saputo conservare i propri valori originari – in particolare il principio di giustizia e di difesa dei ceti più deboli – senza i quali essa perde perfino la propria ragion d´essere. Per far ciò avrebbe dovuto tener fermo il primato della politica nei confronti di poteri, come quelli della nuova economia finanziaria, che si ritengono sciolti da vincoli collettivi. Intendiamoci: nessuna forza politica può chiamarsi fuori dalla necessità di evitare il rischio del tracollo economico; ma questa etica della responsabilità non esime dalla necessità di esprimere un giudizio critico sul modello di sviluppo e farne scaturire scelte conseguenti.
Nel tempo è andata prevalendo l´idea che per essere pienamente moderna, la sinistra dovesse restringere il proprio orizzonte di scelta all´interno delle alternative imposte dal nuovo mercato mondiale – anche quando questo chiedeva di scambiare diritti acquisiti contro il mantenimento del posto di lavoro. A tale fraintendimento della idea di innovazione si è spesso accompagnato un atteggiamento conservativo sul piano istituzionale. Anche qui la sinistra ha agito spesso in stato di necessità. Contro gli attacchi alla Costituzione portati dalla destra, essa non poteva che schierarsi in sua difesa. Senza lo scudo di una Costituzione di grande saggezza come quella italiana, il rischio del deragliamento dei diversi poteri dal loro alveo naturale sarebbe stato ingente.
Ma il nucleo profondo di ogni Costituzione – e massimamente della nostra, nata nel crogiuolo di uno straordinario passaggio storico – non riposa mai su se stesso. Vive sempre nella tensione dialettica tra la stabilità del potere costituito e la carica innovativa del potere costituente. In questo senso la fedeltà allo spirito di una Costituzione sta nella capacità di adeguarla ai mutamenti dell´orizzonte storico in cui anch´essa è inserita. Se, per esempio, in rapporto alla connessione dichiarata tra democrazia e diritto al lavoro, i padri costituenti non potevano fare di meglio, circa la definizione dello ‘straniero´ in rapporto ai cittadini italiani, la nostra carta costituzionale resta legata ad una stagione ormai esaurita.
È perciò che una sinistra insieme innovativa e fedele a stessa deve essere prima di tutto capace di adeguare il proprio lessico ad una fase diversa da quella che l´ha vista nascere. Pensare di risolvere i problemi del nostro tempo, in rapidissima evoluzione, con i nobili paradigmi della tradizione classica non può portare lontano. Può valere, certo, a difendere i confini della democrazia dai rischi che la insidiano. Ma non quando, alla fine di un´esperienza senza futuro, come quella del berlusconismo, si tratta di dar vita ad un grande progetto di rinnovamento.

Repubblica 9.8.11La moglie del presidente americano assassinato a Dallas credeva che dietro il delitto ci fosse il braccio destro di JFK Lo rivelò in un´intervista che doveva restare segreta per 50 anni. Ma adesso quei nastri sono finiti in un documentario
Jackie: "Johnson uccise mio marito"
di Vittorio Zucconi


La vedova rivelò i suoi sospetti allo storico Schlesinger dopo l´attentato del 22 novembre ‘63
Parlò anche di amori e tradimenti e confessò la sua relazione con Gianni Agnelli

È la voce della Prima Vedova d´America a parlare dall´oltretomba e a formulare un´accusa tremenda, per ora senza prove: Jacqueline Kennedy era convinta che "l´infame", che l´assassino, fosse quell´uomo di fronte a lei sull´aereo funebre, quel Lyndon Johnson che aveva preso il posto di suo marito.
Questo, nella propria rabbia e nella propria disperazione di vedova e di donna tradita due volte, prima dal marito in vita e poi dal suo vice presidente in morte, Jacqueline Bouvier Kennedy disse allo storico Arthur Schlesinger pochi giorni dopo quel funerale che tutto il mondo guardò piangendo con lei e con i bambini. Fu una confessione segreta che sarebbe dovuta restare segreta per mezzo secolo. Ma che la figlia Caroline ha cominciato a svelare a pezzi e brandelli, scatenando un altro capitolo sensazionale del libro infinito dei misteri kennedyani, se le sue rivelazioni sono autentiche e se davvero questo dice la voce dal passato.
Dalla fine del 1963, dunque qualche settimana dopo avere dovuto lasciare la Casa Bianca insieme con i due orfani, John John e Caroline, a oggi, i nastri della lunga confessione di Jackie a Schlesinger, allo storico che più di ogni altro aveva contribuito a creare il mito di "Camelot", della corte kennediyana, sono rimasti chiusi nella cassaforte della Biblioteca ufficiale di JFK a Boston. Jackie aveva ordinato che restassero sottochiave per mezzo secolo, rendendosi conto dell´enormità delle accuse. Ma ora che uno dopo l´altro i Kennedy "veri" se ne sono andati e restano soltanto gli avanzi di una dinastia tramontata, che John John il principe ereditario è sprofondato con il proprio Piper nelle acque davanti a Hyannis Port, che Ted l´ultimo grande vecchio è stato sepolto e lei è rimasta sola, Caroline ha rotto il sigillo del silenzio.
Sono cominciate a sgocciolare accuse terribili, come quella diretta al vice presidente Lyndon B. Johnson di essere stato il ragno che aveva tessuto la tela con altri "pezzi da 90" texani per attirare Kennedy a Dallas, dove l´odio dei "JR", dei miliardari, dei bovari e petrolieri per il presidente troppo liberal, troppo di sinistra, troppo yankee, troppo nordista, era implacabile, e tramare per eliminarlo. Filtra come un vento acre la collera di una donna che dietro il sorriso diafano ed enigmatico, sotto gli abiti di "haute couture" che indossava per il pubblico da magnifica mannequin del mito, sapeva tutto delle porcherie del marito, raccontando a Schlesinger di avere trovato slip da donna ovviamente non suoi sparsi per la casa. E di avergli reso pan per focaccia, racconta in quei nastri ascoltati dalla figlia Caroline, tradendolo con uomini come Giovanni Agnelli, il presidente della Fiat durante vacanze italiane e con il suo attore preferito, il bellissimo William Holden.
Più che il Castello di Re Artù, che la propaganda degli Schlesinger, il narratore dei "mille giorni", o le parole alate di Ted Sorensen, il trovatore che diede le ali all´oratoria kennedyana dal discorso inaugurale in poi, la Casa Bianca di quegli anni sembra essere stata una corte dei Borgia, un nido di avvelenatori e ballerine, di pugnalatori e di favorite. Sono soltanto frammenti, questi che la figlia sta facendo cadere dalla tavola dei misteri, e non necessariamente verità, perché non é affatto dimostrabile che Jackie sapesse davvero chi avesse mandato Lee Harvey Oswald con un fucile a cannocchiale al sesto piano del deposito di libri a Dallas. Ma sono gocce di piombo fuso.
Alcune delle cose che Caroline sta facendo uscire, secondo i media come il Daily Mail inglese che hanno raccolto queste anticipazioni, per preparare il mercato al libro che sta scrivendo e per i documentari che la network Abc diffonderà in autunno, collimano con ciò che sappiamo e che è stato da tempo scoperto. La candida villa della famiglia modello, ostentatamente cattolica nella opportunistica devozione, assisteva a orgette e inseguimenti di segretarie attorno alle scrivanie, all´assunzione di impiegate disponibili, come le due ragazze che il Servizio Segreto aveva soprannominato "Fiddle" e "Faddle", agli incontri brutali e rapidi in piedi nei guardaroba con la "bambola" mandata dal padrino mafioso Sam Giancana, Judith Campbell, all´andirivieni notturno di Bob, il fratello, attraverso il tunnel sotterraneo che collega la Casa Bianca all´adiacente ministero del Tesoro, che Bob usava per entrare e uscire non visto dai reporter. Un clima da dormitorio universitario, da "Animal house", che gli apologeti più tardi tenteranno di giustificare con gli «squilibri ormonali» di un presidente costretto a continue cure di steroidi per il morbo di Addison, un´afflizione grave delle ghiandole surrenali.
Anche i sospetti sul vice Lyndon Johnson, il gigante texano e boss ferreo del Senato che John e Bob Kennedy avevano indicato come candidato alla vice presidenza pur sapendo che Johnson detestava quei due turd, quegli stronzetti di Boston come ripeteva a tutti, scattarono subito dopo le esplosioni dei colpi. Johnson era stata una nomina di ripiego, un´astuzia tattica, fatta dopo il rifiuto di tre "prime scelte", indicato dai fratelli Kennedy soltanto per fare un gesto verso il Texas e l´elettorato del Sud che minacciava di far perdere le elezioni. Entrambi, John ("Jack" come era chiamato dagli amici) e Bob restarono di stucco quando LBJ accettò, intrappolandoli nel loro gioco e costringendoli a portarselo alla Casa Bianca.
Da questo intenso disprezzo fra due uomini, e due clan, fra i Kennedy e i Johnson, fra gli irlandesi bostoniani e i texani, a immaginare che il vice sia stato l´ideatore e il promotore dell´assassinio con la complicità della sua "gang", occorre compiere un salto che gli storici e i ricercatori non si sentono di fare e che la furia di una donna offesa e sfrattata dal nuovo inquilino della propria casa, può invece giustificare. Ma spiegherebbe la frettolosa rapidità con la quale il nuovo presidente, colui che aveva giurato sul Boeing 707 che trasportava la bara di JFK, davanti a Jackie in tailleur ancora imbrattato dal sangue e dagli schizzi di cervello del marito, chiuse l´inchiesta ufficiale condotta dal giudice Warren. Riguardiamo quella foto ufficiale, la sola scattata sull´Air Force One in volo di ritorno verso Washington nella notte di venerdì 22 novembre 1963: una vedova insanguinata, la bara del morto e l´uomo che lei, dentro di sè, credeva essere l´assassino. Un triangolo di odio shakespeariano che neppure quarant´anni hanno potuto estinguere e che continua ad ardere.

lunedì 8 agosto 2011

Repubblica 8.8.11
Il ritorno al pensiero forte
Dalla Germania all´Italia la nuova filosofia realista
 Si riabilita la nozione di "verità" che tanti teorici ritenevano esaurita e poco importante
di Maurizio Ferraris


Un convegno, con Eco e Searle, propone di riportare al centro del dibattito il mondo esterno e i fatti abbandonando il postmoderno
Tra i punti fondamentali il concetto di "ontologia" e quello di "critica"

Uno spettro si aggira per l´Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare "New Realism", e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanic (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di "realismo", che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell´ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan "l´immaginazione al potere", appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com´è.
A far scricchiolare le certezze dei postmoderni ha contribuito prima di tutto la politica. L´avvento dei populismi mediatici – una circostanza tutt´altro che puramente immaginaria – ha fornito l´esempio di un addio alla realtà per niente emancipativo, senza parlare poi dell´uso spregiudicato della verità come costruzione ideologica e "imperiale" da parte dell´amministrazione Bush, che ha scatenato una guerra sulla base di finte prove dell´esistenza di armi di distruzione di massa. Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche "non ci sono fatti, solo interpretazioni", che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l´emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: "La ragione del più forte è sempre la migliore". È anche per questo, credo, che a partire dalla fine del secolo scorso si sono fatte avanti delle rivendicazioni di realismo filosofico.
Il New Realism nasce infatti da una semplice domanda. Che la modernità sia liquida e la postmodernità sia gassosa è vero, o si tratta semplicemente di una rappresentazione ideologica? È un po´ come quando si dice che siamo entrati nel mondo dell´immateriale e insieme coltiviamo la sacrosanta paura che ci cada il computer. Da questo punto di vista, un primo gesto fondamentale è consistito nella critica dell´idea che tutto sia socialmente costruito, compreso il mondo naturale, e sotto questa prospettiva il libro di Searle La costruzione della realtà sociale (1995) è stato un punto di svolta. In Italia, il segnale è venuto da Kant e l´ornitorinco di Eco (1997), che vedeva nel reale uno "zoccolo duro" con cui necessariamente si tratta di fare i conti, portando a compimento un discorso avviato all´inizio degli anni Novanta con I limiti dell´interpretazione. Lo stesso fatto che, sempre in quegli anni, si sia tornati a considerare l´estetica non come una filosofia dell´illusione, ma come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che sta fuori degli schemi concettuali, e che ne è indipendente, proprio come non ci è possibile, con la sola forza della riflessione, correggere le illusioni ottiche, o cambiare i colori degli oggetti che ci circondano.
Questa maggiore attenzione al mondo esterno ha significato, anche, una riabilitazione della nozione di "verità", che i postmoderni ritenevano esaurita e meno importante, per esempio, della solidarietà. Non considerando quanto importante sia la verità nelle nostre pratiche quotidiane, e quanto la verità sia intimamente connessa con la realtà. Se uno va dal medico, sarebbe certo felice di avere solidarietà, ma ciò di cui soprattutto ha bisogno sono risposte vere sul suo stato di salute. E quelle risposte non possono limitarsi a interpretazioni più o meno creative: devono essere corrispondenti a una qualche realtà che si trova nel mondo esterno, cioè, nella fattispecie, nel suo corpo. È per questo che in opere come Paura di conoscere (2005) di Paul Boghossian e Per la verità (2007) di Diego Marconi si è proceduto a argomentare contro la tesi secondo cui la verità è una nozione relativa, e del tutto dipendente dagli schemi concettuali con cui ci accostiamo al mondo. È in questo quadro che si definiscono le parole-chiave del New Realism: Ontologia, Critica, Illuminismo.
Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L´errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c´è e quello che sappiamo a proposito di quello che c´è. È chiaro che per sapere che l´acqua è H2O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l´acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c´è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo "inemendabilità", il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d´appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia.
Critica, poi, significa questo. L´argomento dei postmoderni era che l´irrealismo e il cuore oltre l´ostacolo sono emancipatori. Ma chiaramente non è così, perché mentre il realismo è immediatamente critico ("le cose stanno così", l´accertamento non è accettazione!), l´irrealismo pone un problema. Se pensi che non ci sono fatti, solo interpretazioni, come fai a sapere che stai trasformando il mondo e non, invece, stai semplicemente immaginando di trasformarlo, sognando di trasformarlo? Nel realismo è incorporata la critica, all´irrealismo è connaturata l´acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno.
Veniamo, infine, all´Illuminismo. La storia recente ha confermato la diagnosi di Habermas che trent´anni fa vedeva nel postmodernismo un´ondata anti-illuminista. L´Illuminismo, come diceva Kant, è osare sapere ed è l´uscita dell´uomo dalla sua infanzia. Da questo punto di vista, l´Illuminismo richiede ancora oggi una scelta di campo, e una fiducia nell´umanità, nel sapere e nel progresso. L´umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l´alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell´autorità.

l’Unità 8.8.11
Pro
La guerra al velo fa il gioco dell’ala dura del mondo islamico
Modernizzare non significa «svelare» le donne. Così si offre un pretesto e una bandiera ai settori più tradizionalisti delle società musulmane che hanno trasformato il corpo delle donne in una bandiera di autenticità
di Rubah Sali, antropologa

La commissione Affari costituzionali ha approvato nei giorni scorsi il disegno di legge della deputata del Pdl Souad Sbai sul divieto di coprirsi il volto nei luoghi pubblici. Dopo Olanda, Belgio e Francia, anche in Italia si apre dunque il dibattito sul confine tra libertà religiosa, diritti della donna e compiti della legge.

Anche in Italia, dopo Olanda, Belgio e Francia, un disegno di legge che vieta di coprirsi il viso nei luoghi pubblici si appresta ad arrivare in parlamento, dopo che la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato qualche giorno fa il disegno di legge proposto dalla deputata del Pdl Souad Sbai.
Secondo Sbai, le donne che si coprono il viso sarebbero, «donne segregate, umiliate e oppresse che ogni giorno aiutiamo a risorgere dal proprio triste destino. Questa legge vuole anche rendere chiaro a tutti coloro che le vorrebbero segregate, che un burqa non è un diritto di libertà, ma solo e sempre un’aberrante imposizione».
Non occorre grande acume o conoscenze per demolire queste superficiali dichiarazioni a favore del divieto. Basterebbe leggere qualche studio, o più semplicemente, avere osservato le piazze e le strade di Sa’na, dove i visi coperti non hanno certo impedito alle donne di partecipare massicciamente alle grandi manifestazioni di piazza per la democratizzazione del loro paese.
Prima di analizzare l’incapacità di queste obsolete rappresentazioni di leggere le trasformazioni del presente, mi soffermerei sulle retoriche populiste del disegno di legge, retoriche che a mio parere non paiono affatto più legittime se proposte da una parlamentare di origine marocchina, una tra le tante imprenditrici politiche di cui pullulano i partiti delle destre, anche xenofobe, europee.
Queste ultime confondono volutamente il burqa, indumento diffuso tra l’etnia pashtun in Afghanistan e in altre regioni dell’Asia sud occidentale, che tradizionalmente smboleggia la rispettabilità e la modestia femminile ma più recentemente associato nell’immaginario collettivo occidentale al repressivo regime talebano con il diverso niqab, il velo facciale, che ha ben altre genealogie.
Ma stupisce anche l’incapacità di superare l’antica rappresentazione coloniale, che ha mostrato esiti fallimentari durante l’intervento occidentale in Afghanistan, secondo cui modernizzare significa per forza di cose “svelare” le donne. Si continua a proporre rappresentazioni dove il velarsi e lo svelarsi sono assunti come «barometri del cambiamento sociale nel mondo islamico», e la cui conseguenza è stata che l’Europa e l’Occidente sono divenuti modelli da emulare o da rifiutare a spese dei corpi e dei diritti delle donne. Questa logica, come è noto, ha finito spesso per offrire terreno alle forze più conservatrici delle società islamiche, che hanno trasformato il corpo delle donne velato in una bandiera di autenticità culturale contro la penetrazione economica e culturale occidentale. Ma il punto principale su cui vorrei soffermarmi è che l’ostinazione delle destre, laiche e religiose, contro il velo facciale, il niqab, rappresenta oggi una grande contraddizione rispetto al principio della sacralità della libertà individuale, anche religiosa, che dovrebbe caratterizzare le culture liberali europee.
Il divieto del niqab parte dall’errata assunzione, smascherata da una pletora di studi socio-antropologici, secondo cui coprirsi il corpo, i capelli o il viso sarebbe simbolo di oppressione, specchio della incapacità di agire delle donne, e costituirebbe una limitazione della loro libertà individuale. Basta osservare le giovani donne per le strade di Londra, Roma, Istanbul, il Cairo o Sa’na per capire quanto sia arcaica questa associazione tra velo e oppressione comunitaria e religiosa e comprendere la molteplicipità di significati e pratiche che il velarsi assume oggi. L’uso del hijab, o del niqab, destabilizza e complica le idee che in Europa si hanno di emancipazioneoppressione, visibilità-invisibilità dei corpi femminili, laicità e religiosità, pubblico-privato, e soprattutto libertà di scelta e costrizione, autonomia personale e autorità religiosa. L’hijab, la pratica del coprirsi il capo, seppur estremamente eterogenea, serve in generale la funzione di disciplinare o modulare la soggettività della donna musulmana, senza impedirne la partecipazione alla sfera pubblica delle società contemporanee in cui vive. Ma si potrebbe dire che l’hijab è anche, e sempre più, espressione di una modernità halal, una moderna identità religiosa, dove si coniugano etica ed estetica, modernità e modestia, obbligo religioso e stile o addirittura fashion, separazione tra i generi e partecipazione.
Diversamente, il niqab nelle società europee è indossato da una esigua minoranza di donne, ed è, come dimostrano numerosi studi, frutto di una libera interpretazione su come aderire più fedelmente all’obbligo religioso di modestia e rispettabilità. Chi ha studiato i movimenti di proselitismo religioso o anche chi ha solo parlato con donne che indossano il niqab in Europa sa che esse rispondono contemporaneamente a un volere trascendente e a una scelta individuale che è indipendente dalle costrizioni e dalle tradizioni, anzi spesso si pone in contrasto con queste ultime. Queste donne rivendicano la propria volontà di scegliere come meglio assolvere all’obbligo religioso della modestia femminile e chiedono ai paesi europei, dove sono nate o emigrate, il diritto a esercitare non solo una scelta individuale, ma ciò che esse vedono come un obbligo.
La storia insegna che accanirsi nel divieto a simboli religiosi e culturali porta facilmente a stigmatizzare chi li indossa, a destabilizzarne e alterarne i significati, prestando il fianco a facili strumentalizzazioni, col rischio di contribuire a trasformare i corpi delle donne in bandiere, questa volta certamente inconsapevoli.

l’Unità 8.8.11
Contro
Ma la società aperta chiede riconoscibilità
Si può opporsi alle strumentalizzazioni, non negare il problema. La legge Reale del 1975, adottata negli anni della lotta al terrorismo, vieta l’uso di caschi o di qualsiasi mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona senza giustificato motivo
di Stefano Ceccanti

La riconoscibilità della persona in un luogo pubblico o aperto al pubblico è un bene da tutelare perché esprime la volontà di vivere insieme, di sentirsi interpellati dall’altro, senza che nessuno sia con questo obbligato a perdere la propria individualità e i propri riferimenti culturali. Per questo, cioè per un bene che esprime emblematicamente la scelta per una società aperta, la legge può stabilire dei limiti proporzionati a quel fine. Questo non per utilizzare i timori contro gli immigrati (tentazione di molte destre) non per un’ossessione contro simboli religiosi o culturali (tentazione di qualche sinistra), o per imporre alle persone un modello univoco di liberazione (tentazione bipartisan).
Si può certo opporsi alle varie strumentalizzazioni, ma il problema in Italia esiste davvero, non è creato da chi strumentalizza. Infatti la legge Reale del 1975, adottata durante gli anni della lotta al terrorismo, vieta l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico qualora non sussista un giustificato motivo. A partire da essa ci sono state varie ordinanze restrittive di sindaci tese a vietare veli a copertura del volto, annullate poi dai prefetti che hanno ritenuto, non senza incertezze, che quello religioso e culturale potesse essere un valido motivo. Peraltro la questione si complica perché secondo alcuni, compresa l'antropologa Salih, in realtà la scelta di questi indumenti avrebbe un’origine etnico-culturale più che religiosa. Così come interessante è il caso di un giudice penale di Cremona che nel novembre 2008 ha assolto perché «il fatto non sussiste» la moglie di un Imam che si era presentata col niqab in Tribunale. Nella motivazione della sentenza si legge chiaramente che nel nostro ordinamento manca un’espressa norma di legge equiparabile a quella per l’uso del casco sulla quale possa fondarsi il divieto di indossare burqa e niqab. Insomma, allo stato attuale, non si sa univocamente come applicare la legge né sembra opportuno che si lasci una questione inerente libertà costituzionalmente garantite ad alterne decisioni delle autorità giudiziarie o amministrative. In sintonia con la linea equilibrata sostenuta alla Camera, in prima commissione, dai deputati del Pd, va quindi chiarito attraverso un intervento normativo semplice ed essenziale che, fatti salvi i luoghi di culto e le manifestazioni tradizionali o peculiari di carattere artistico o sportivo, né la religione né motivi culturali possono esonerare dalla riconoscibilità del volto, senza con questo far riferimento nella legge a particolari credenze o appartenenze, che sarebbe discriminatorio.
Non mi sembra neanche opportuno nominare esplicitamente alcun tipo di indumento, cosa che invece fa il testo della relatrice di maggioranza, che potrebbe apparire anch’esso discriminatorio, essendo più giusta e sufficiente la clausola generale di divieto a tutto ciò che impedisce la riconoscibilità, perno irrinunciabile della società aperta. Quella stessa che garantisce al massimo l’inclusione, la libertà religiosa e la libertà di espressione, e che talora ha bisogno di qualche limite, leggero, ragione-
vole e proporzionato. In altre parole si tratterebbe di proseguire nel solco di quanto contenuto, già nel 2007, nella Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, adottata dal ministro dell’Interno pro tempore Giuliano Amato, dove si affermava non solo che l’Italia non pone restrizioni all’abbigliamento della persona, purché esso sia scelto in libertà e preservi la dignità dell’individuo, ma anche che non sono ammesse forme di vestiario che coprano il volto perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e ne ostacola le relazioni interpersonali. Difatti, a salvaguardia della libertà individuale, andrebbe perseguito, come correttamente fa la Francia e anche il testo licenziato dalla Commissione, il comportamento di colui che obbliga una persona a coprire il volto (reato di «Costrizione all’occultamento del volto»).
Senza dubbio, volendo cominciare – finalmente – a intervenire in materia di accoglienza e integrazione, meglio sarebbe stato partire da tre altri interventi quali la riforma della legge sulla cittadinanza, il superamento della legge sui culti ammessi del 1929 attraverso una normativa generale in materia di libertà religiosa e il diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative. I primi due temi avevano visto nella precedente legislatura, e parzialmente nella attuale, dei significativi passi in avanti in prima commissione alla Camera, ma questa maggioranza li ha ormai riposti in fondo alla lista delle proprie priorità, scegliendo di partire dall’intervento forse meno indispensabile di tutti gli altri. Allora, piuttosto che lasciare campo libero alle vuote “norme manifesto” di Pdl e Lega, bene hanno fatto i colleghi del Pd a Montecitorio a reagire, cercando di apportare dall’opposizione il proprio contributo in termini di competenza e ragionevolezza.

l’Unità 8.8.11
Tumulti scoppiati sabato sera dopo la protesta dei parenti di Mark Duggan al commissariato
L’origine sarebbe l’uccisione dell’uomo, 29 anni, di colore, fuggito a un posto di blocco
Guerriglia a Londra nel quartiere nero feriti 29 poliziotti
Una stazione di polizia assaltata, negozi saccheggiati, sassaiole, barricate: notte di fuoco e disordini a Tottenham, sobborgo nord di Londra. Finito con 42 arresti e 29 poliziotti feriti.
di Daniele Guido Gessa

Solo pochi mesi fa il primo ministro del Regno Unito David Cameron, in un discusso intervento, disse: «Il multiculturalismo ha fallito». E sabato notte il vanto della società britannica, l’esser riusciti a coniugare popolazioni provenienti dalle più diverse parti del mondo con successo, è stato messo seriamente a rischio dalle sommosse di Tottenham, sobborgo a Nord della capitale.
Tutto è nato dopo l’uccisione – la dinamica è ancora da accertare – da parte della polizia di Mark Duggan, 29 anni, padre di quattro figli, durante un inseguimento finito nel peggiore dei modi. Così, nella notte fra sabato e domenica, una vera e propria rivolta da parte di parenti, amici e sostenitori del giovane è andata in scena non lonano dallo stadio dell’Arsenal. Un autobus a due piani dato alle fiamme, due macchine della polizia incendiate, bombe alla benzina e veri e propri missili artigianali. Numerosi i negozi presi d’assalto, in quella che già si inizia a chiamare «la rivolta dei carrelli da supermercato». Sui quali si è visto di tutto, dalle televisioni agli strumenti musicali, alle derrate alimentari. Un saccheggio che ha riportato la memoria alle sommosse degli anni Ottanta, quando a finire sotto assedio furono tanti altri quartieri, soprattutto Brixton. Qui come a Tot-
tenham, la percentuale di popolazione di colore è altissima. E la rivolta di sabato è stata soprattutto una rivolta “nera”, a ricordarci che anche nella patria del multiculturalismo europeo le discriminazioni non sono mai finite, l’integrazione spesso riempie solo le bocche dei politici e tanta strada è da fare sul percorso della piena uguaglianza, che deve essere prima di tutto economica e sociale.
LA RIVOLTA
Tutto è iniziato al grido di «giustizia, giustizia!». Soprattutto per la famiglia di quel giovane ucciso che, dicono gli amici, magari non aveva la fedina penale pulitissima, ma non avrebbe fatto male a una mosca. Ora, il risultato fuoco, fiamme e cenere, con 26 poliziotti feriti, di cui 8 finiti in ospedale, 2 in gravi condizioni più 42 persone arrestate nei disordini e una situazione che, ancora ieri mattina, veniva definita «difficile da gestire».
Londra si conferma così come una città dove malessere sociale e discriminazioni non sono mai spariti. La questione razziale è esplosa nuovamente dopo che il giovane Duggan era stato ucciso, giovedì scorso, su un taxi che aveva preso per cercare di sfuggire all’arresto. E il fatto che fosse nero, secondo i suoi sostenitori che sabato hanno marciato contro una caserma di polizia, non avrebbe fatto che peggiorare il tutto. Una presa di coscienza mista a rabbia, e tanta, da parte del «popolo dei benefit», in italiano si direbbe gli assistiti dai servizi sociali.
IL QUARTIERE
A Tottenham, come in altri quartieri di Londra, la percentuale di persone che vivono grazie agli ormai miseri assegni sociali è altissima. Duecento sterline o poco più a persona, più il sostegno per l’abitazione. Pochi soldi che comunque fanno la differenza fra la fame o la pancia piena, soprattutto per giovani senza lavoro, ragazze madri, ragazzi “difficili” sempre in bilico fra la legalità e l’illegalità. E ora che è saltato fuori il morto, che si sono contati i feriti e che le fiamme hanno prevalso, il primo ministro David Cameron starà sicuramente ripensando a quella sua infelice uscita sul multiculturalismo, in una Gran Bretagna dove i sostenitori dell’English Defence League, il partito declamato e ammirato dal massacratore di Oslo Anders Behring Breivik, sono sempre di più, nell’ordine delle migliaia. E dove un morto è la scintilla per una sommossa che avrebbe potuto portare ad altri morti. 

l’Unità 8.8.11
Inferno carceri: l’emergenza non può aspettare
di Sandro Favi

Ho aderito con convinzione all’appello promosso da Rita Bernardini e da diverse associazioni per la convocazione straordinaria del Parlamento di fronte alla drammatica situazione delle nostre carceri, anche se è doveroso ricordarlo, Camera e Senato hanno per ben due volte discusso e approvato mozioni, di maggioranza e di opposizione, con impegni diretti e concreti ai quali, però, l’allora ministro Alfano non ha dato concretezza. Lo stesso Parlamento che ha già impegnato il governo a dare priorità alla ristrutturazione e alla messa a norma degli istituti penitenziari esistenti, a redigere la “black-list” di imprese e consorzi a rischio di inquinamento mafioso alle quali non potranno essere concessi appalti e subappalti, a considerare vincolanti le intese con i comuni per la localizzazione di nuove carceri. Sarebbe opportuno che il ministro Nitto Palma informi le istituzioni e il Paese su cosa è stato fatto. Dai dati che conosciamo veramente poco. Ci sono voluti quasi tre anni per
mettere in campo un Piano Carceri fatto di norme in successione, poteri commissariali sempre più estesi e reiterate ordinanze per uno stato di emergenza che dura da 20 mesi. Nulla di più di quello che l’ordinaria amministrazione non avesse già da anni avviato, in qualche caso anche in tempi più celeri. Solo che molti padiglioni detentivi costruiti sono rimasti vuoti, i nuovi istituti vengono aperti a porzioni o peggio ne vengono ritardati i tempi di consegna perché non si è in grado di redistribuire il personale o decidere quale livello di sicurezza dovranno assicurare. E una volta aperti i cantieri, anche il ministro Nitto Palma immagina di poter far passare sotto silenzio le condizioni disumane del sovraffollamento, il degrado delle strutture, le difficoltà e la frustrazione degli operatori?
Il governo vanta, dal fronte delle carceri, l’efficacia di una politica della sicurezza e della giustizia che avrebbe migliorato le nostre città e contrastato la diffusione dei poteri delle organizzazioni criminali. Le carceri sovraffollate del governo Berlusconi si sono piuttosto riempite delle povertà dei migranti e delle marginalità umane che popolano il degrado urbano, dell’abbandono dei tossicodipendenti e dei sofferenti psichiatrici, con i meccanismi di una giustizia implacabile con i poveri, quanto indulgente con i garantiti.
Un Piano Carceri serio andrebbe concepito non solo come aumento di celle, di vite isolate, segregate, quasi perdute ma come una nuova architettura umana e sociale.
Le carceri del 2011 sono luoghi in cui si esercita la potestà di uno Stato di diritto o si realizza violenza al senso di umanità e alla piena legalità della pena?
Il Pd non si è mai sottratto al confronto nonostante il tema del carcere sia stato solo affrontato con la “politica degli annunci”. Se il governo accetterà di venire in Parlamento per discutere e individuare soluzioni praticabili per risolvere i problemi che affliggono il carcere noi saremo attenti alle proposte che ci verranno avanzate e metteremo a disposizione di tutti le nostre proposte e le nostre idee.

Repubblica 8.8.11L´artista-dissidente cinese arrestato il 3 aprile e poi scarcerato descrive i suoi terribili 81 giorni in cella
Un memoriale pubblicato da Spiegel grazie a un suo amico: "Per grattarmi la testa dovevo chiedere il permesso"
Ai Weiwei: “Luce sempre accesa e minacce vi racconto le mie prigioni"
di Andrea Tarquini


Ogni secondo in quel posto era per me un dolore insopportabile
Mi dissero che era scoccata la mia ultima ora e che mi avrebbero piegato
Mi accusavano di farmi manovrare da una potenza straniera
Ma i carcerieri più giovani avrebbero voluto capire chi fossi veramente

BERLINO. Mai la vista della luce del sole. Una cella con la finestra oscurata, la lampadina accesa tutto il giorno. 24 ore su 24 sotto gli occhi dei carcerieri, interrogatori di continuo, minacce del peggio, e l´obbligo di chiedere loro ogni permesso, anche di potersi grattare la testa. Così l´artista critico cinese Ai Weiwei ha vissuto i suoi 81 giorni in prigionia. Li racconta un suo amico, lo scrittore emigrato Bei Ling, in un articolo uscito ieri su Der Spiegel. Proprio mentre Ai Weiwei, come informa la Bbc, torna a farsi vivo su twitter. Non parla di politica, perché in cambio del suo rilascio è tenuto al silenzio. Descrive però i suoi pranzi, e semplicemente scrive «sono qui, saluti». Dà insomma al mondo prove della sua esistenza.
«Dieci ravioli a pranzo, ho riacquistato tre chili di peso», "cinguetta" Ai Weiwei in uno dei messaggi, ricevuti nelle ultime ore. In un altro: «Cinque spicchi di aglio». Ha anche inviato a Google+ foto in bianco e nero dei suoi soggiorni a New York negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla frase «Sono qui, saluti» e a una descrizione ufficiale di lui, «sospetto fan della pornografia ed evasore fiscale».
Evidentemente, Ai Weiwei vuole fornire prove di essere vivo e di sentirsi meglio. Il racconto della sua prigionia, le sue «prigioni», non lo ha scritto lui: se lo facesse, verrebbe di nuovo arrestato. Lo ha stilato Bei Ling, a quanto pare dopo contatti con familiari e amici dell´artista. Fa rabbrividire, più di "Buio a mezzogiorno" di Arthur Koestler o de "La confessione" di Artur London, celebri racconti delle carceri staliniane in Europa orientale, evoca pagine di Solzhenystin.
Fu arrestato il 3 aprile da poliziotti in borghese, lo ammanettarono e lo incappucciarono, lo portarono in un carcere fuori Pechino, scrive Bei Ling. La sua cella era di appena sei metri quadrati, e per unico mobile aveva una branda. Ogni angolo - della branda, e persino del rubinetto del lavandino - era smussato e imbottito, probabilmente nel timore che egli volesse togliersi la vita. La finestra era oscurata, la luce restava accesa giorno e notte. Lo svegliavano ogni mattino alle sei e mezza; i poliziotti che lo sorvegliavano senza pausa si davano il cambio ogni tre ore, non lo lasciavano solo un secondo. Lo accompagnavano anche alla toilette o alla doccia. Ha trascorso in quella cella 81 giorni, ha perduto 15 chili. «La mia vicenda è una storia semplice», ha detto Ai Weiwei secondo Bei Ling, «ma per me ogni secondo in quel luogo era un momento di dolore insopportabile». Non sapeva dove si trovasse detenuto, né se mai sarebbe tornato in libertà.
Non è stato mai percosso né torturato, ma sottoposto a pressioni psicologiche pesanti. I poliziotti gli vietarono di portare braccia e mani oltre l´altezza del suo torace. Doveva chiedere il loro permesso anche se voleva grattarsi la testa: «Prego la guardia di servizio di autorizzarmi a grattarmi sul capo», doveva dire. Uno dei guardiani gli disse: «Solo perché tu lo sappia, è previsto che i detenuti che violano queste regole siano costretti a restare in piedi assolutamente immobili. Alla fine ci implorano di sedersi anche per un solo istante».
Gli interrogatori erano continui, in totale sono stati almeno 52. Il personale cambiava di continuo. A volte non sapevano chi egli fosse, gli chiedevano quale crimine avesse commesso. Altre volte gridavano per intimidirlo: «Ai Weiwei, sei svergognato. Mettitelo in testa, la superbia precede la caduta! E lasciatelo dire, ti spezzeremo!». Oppure: «La tua ultima ora sta per scoccare, Ai Weiwei, dicci, chi vuoi vedere per ultimo?». Spaventato, egli rispose: «Mia madre». Altri poliziotti gli chiedevano confessioni: «Dietro a tutto c´è una potenza straniera, altrimenti non sfideresti di continuo il governo». Uno di loro si disse convinto che egli avesse tentato di rovesciare l´ordine costituito. Tra i carcerieri, i più curiosi sull´identità e la storia del prigioniero apparivano i più giovani. Avrebbero volentieri saputo qualcosa di più su di lui: come si chiamava, perché era stato arrestato. Ma quei giovani curiosi in uniforme non gli parlavano. Avevano probabilmente paura di finire davanti a un tribunale militare.
Oggi, davanti alla casa e atelier di scultore dove Ai è agli arresti domiciliari, gli agenti sorvegliano in permanenza: hanno installato telecamere su alti tralicci, per vedere e riprendere da dietro le finestre, e lo controllano dal comodo di una garitta costruita apposta per loro. Controllano i documenti di chiunque entri o esca.

Repubblica 8.8.11
 
È baby-boom: in 6 mesi i nati sono stati 25 mila e in Cisgiordania la popolazione araba supera i 4 milioni Mentre, senza una politica per la famiglia, in Israele è stallo demografico. E aumenta la paura del "sorpasso"
E ora la Striscia si affida ai bambini
Nei Territori sono migliorate le condizioni economiche e assistenziali
di Fabio Scuto

   
GERUSALEMME. La battaglia per la Palestina non si combatterà nella Valle del Giordano, sul Golan o lungo la frontiera con Gaza, ma in camera da letto come sostengono da anni i demografi più accreditati del Medio Oriente. La crescita della popolazione palestinese sia nella Striscia di Gaza che nella Cisgiordania supera in termini percentuali quella in Israele - attestata su una percentuale simile a quella dell´Europa - di diversi punti, e in un futuro non molto lontano i residenti palestinesi supereranno per numero i cittadini israeliani. Niente carri armati, niente aviazione, sono i bambini "l´arma del futuro". La bomba demografica viene definita dagli specialisti del ramo, con un sillogismo certamente poco felice, ma che riproduce esattamente la situazione sul terreno in Palestina e in Israele.
Il sostanziale stallo della crescita demografica in Israele viene attribuito alla mancanza di una politica a sostegno delle famiglie, alla crescita dei prezzi e al sostanziale blocco del reddito che porta le famiglie israeliane ad avere soltanto uno-due figli per coppia - dato che cresce solo per la parte ultraortodossa della popolazione. Dal lato palestinese si registra invece un vero e proprio boom delle nascite. Sostanzialmente le famiglie arabe sono sempre state piuttosto "numerose" - quattro-cinque figli per coppia - ma negli ultimi due anni la crescita è stata davvero considerevole. Le condizioni economiche migliorate specie in Cisgiordania - una realtà economica che cresce al ritmo dell´8 per cento l´anno - e il sistema sanitario certamente reso più efficiente, sono alla base della nuova spinta demografica. Situazione che anche a Gaza registra una vera impennata. Nella Striscia soltanto nei primi sei mesi del 2011 i nuovi nati sono stati 25mila. Numeri che in una realtà delicata come quella della Terra Santa sono destinati a incidere molto. Tra le tante chiavi di lettura del lungo conflitto tra israeliani e palestinesi c´è la demografia e gli scenari tracciati ruotano sempre attorno a una parola chiave: "il sorpasso", quello che prima o poi i palestinesi compiranno sugli israeliani, prima o poi.
I dati diffusi dall´Ufficio centrale di Statistica di Ramallah indicano che nei Territori la popolazione palestinese è arrivata a 4,17 milioni. L´ultimo studio sulla materia del professor Sergio della Pergola, il più accreditato demografo in Israele docente all´Università Ebraica di Gerusalemme e autore del libro "Israele e Palestina, la forza dei numeri (pubblicato in Italia da Il Mulino), ci dice che la popolazione ebraica è al momento di poco sopra i 5,2 milioni. Ma componente israeliana è piuttosto complessa perché è a sua volta composta da gruppi molto più eterogenei, per provenienza di origine, per differenziazione politica, etnica e religiosa: un quinto degli israeliani non sono ebrei, ma immigrati russi e arabi, in maggioranza musulmani.
La spinta palestinese intanto prosegue senza sosta, soltanto nella prima settimana di questo mese sono nati 1090 bambini, una media di 155 al giorno che - se rapportata alla popolazione - ci indica che nessun Paese al mondo in questo momento sta crescendo allo stesso ritmo. Funzionari della sicurezza israeliana - perché quello demografico è per Israele un problema di sicurezza e fonte di grande inquietudine - confermano che i dati forniti dall´Ufficio di Statistica di Ramallah sono molto vicini alle valutazioni fatte in Israele sul numero di residenti palestinesi nei Territori. La crescita stimata dagli israeliani era del 3% l´anno circa, ma i numeri diffusi già indicano che la soglia è già stata ampiamente superata. Inoltre il 40,8% della popolazione della Cisgiordania e di Gaza ha meno di 14 anni, e questo rende i palestinesi una delle più giovani popolazioni del mondo.
Lo storico israeliano Benny Morris è fra quelli convinti che la guerra in Israele si consumerà non sul campo di battaglia, ma in campo demografico, e ammette che gli arabi si sono già assicurati la vittoria. A questo ritmo nel giro di cinque-dieci anni gli arabi (gli arabi israeliani sommati a quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) formeranno la maggioranza della popolazione sui territori che si estendono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. E questo molti israeliani non fa dormire sonni tranquilli.

Repubblica 8.8.11
Se l’Onu riconoscesse lo Stato palestinese
di Antonio Cassese


Che la situazione Palestinese sia ad un punto morto, nessuno può negarlo. Si può perciò capire perché i palestinesi vogliono rompere lo stallo con una mossa dirompente all´Assemblea Generale dell´Onu. Il loro intento è duplice. Ottenere dalla maggioranza del 193 paesi membri il riconoscimento che in Palestina non vi è più una "entità", ma un vero e proprio Stato. Essere ammessi come membro delle Nazioni Unite, e non più come semplice "osservatore". Il secondo obiettivo è irraggiungibile, e i palestinesi ne sono consapevoli: infatti, per l´ammissione di nuovi stati all´Onu è necessaria non solo una maggioranza di due terzi all´Assemblea Generale, ma anche un voto favorevole del Consiglio di sicurezza. Ora, si sa già che gli Usa porranno il veto, bloccando qualunque ammissione.
Resta il riconoscimento della Palestina come Stato. Che valore ha, e quali possono essere le sue conseguenze pratiche? Prima di rispondere, riassumerò alcuni fatti di base.
La Palestina, si sa, è composta dalla Cisgiordania inclusa Gerusalemme est (circa 3 milioni di abitanti) e dalla Striscia di Gaza (1.600.000 di abitanti), due zone separate da territorio israeliano. Entrambe le zone dal 1967 sono sotto l´occupazione bellica israeliana, anche se da Gaza le forze armate israeliane si sono ritirate nel 2005 (ma controllano gli accessi alla Striscia, lo spazio aereo e le acque territoriali). Fatah domina la Cisgiordania, mentre Hamas domina Gaza: le due dirigenze palestinesi sono ai ferri corti, lacerate da dissidi ideologici e politici insanabili. In Cisgiordania l´Autorità palestinese è riuscita a costruire un´amministrazione pubblica e un sistema economico abbastanza efficienti, come attestato dalla Banca Mondiale e dall´IMF e ribadito giorni davanti al Consiglio di Sicurezza. Inoltre l´autorità palestinese controlla il territorio della Cisgiordania, almeno in parte, perché l´esistenza degli insediamenti israeliani e le truppe israeliane che li proteggono fanno sì che il 60% del territorio sia di fatto sotto il dominio militare israeliano.
La Cisgiordania costituisce uno Stato? Ritengo di sì, perché ha una struttura centrale organizzata (l´Autorità palestinese) che esercita un controllo effettivo su parte della popolazione stanziata nel territorio, anche se sotto occupazione bellica straniera e con confini incerti. Inoltre intrattiene regolarmente rapporti internazionali, concludendo accordi (il più famoso è quello di Oslo, del 1993) e inviando rappresentanze diplomatiche presso numerosi Stati (tra cui molti paesi occidentali, inclusa l´Italia, che ha elevato il rango del rappresentante palestinese a Roma a quello di ambasciatore). Dunque, la Palestina, finora riconosciuta da 122 membri dell´Onu, ha tutti i requisiti per essere considerata come un vero e proprio Stato.
Cosa cambia se a settembre l´Assemblea Generale dell´Onu approva una risoluzione che definisce la Palestina uno Stato? Beninteso, si tratterebbe di un risoluzione giuridicamente non vincolante. Nondimeno cambierebbero varie cose sul piano politico, e tutte a vantaggio della Palestina (e della messa in moto del processo di pace). Primo, il "riconoscimento" significa che sarà difficile d´ora in poi contestare il carattere statuale della Palestina. Certo, il riconoscimento come tale non "crea" la personalità giuridica internazionale; ma se è conferito da numerosi membri dell´Onu costituisce un´importante attestazione della statualità dell´ente riconosciuto. Secondo, presumibilmente la risoluzione affermerà che la Palestina esiste nei confini pre-1967 ed include Gerusalemme est, così ribadendo una tesi palestinese fortemente oppugnata da Israele. Terzo, la risoluzione non parlerà, si presume, di quella smilitarizzazione della Palestina, richiesta da Israele come condizione essenziale per qualsiasi accordo. Quarto, sarà più difficile per Israele continuare la sua pluridecennale e illegale occupazione bellica: si porranno le premesse per un ritiro di Israele almeno dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est e per l´acquisto, da parte del governo palestinese, della piena sovranità sul suo territorio. Quinto, Mahmoud Abbas avrà in mano carte più forti per negoziare scambi di territori, mutamenti di confine o cospicui indennizzi, oltre a concordare lo status internazionale di Gerusalemme. Sesto, in seno all´Onu la Palestina diventerà uno "Stato osservatore", e quindi avrà una maggiore forza politica e morale. Settimo, il procuratore della Corte Penale internazionale, cui l´Autorità palestinese ha chiesto nel gennaio 2009 di accedere allo Statuto della Corte, non potrà più traccheggiare come ha fatto finora, e sarà costretto finalmente a rispondere sì o no. Se, come dovrebbe, risponde affermativamente, lo Stato palestinese può ribadire la richiesta che siano sottoposti alla giurisdizione della Corte tutti i crimini commessi sul territorio palestinese dal 2002, quindi anche i crimini attribuiti ad Israele da vari rapporti internazionali. Quest´ultima è un´arma possente, che Israele teme fortemente, e il cui possibile uso può indurre Netanyahu ad aprire negoziati sui vari problemi, incluso quello del ritorno dei profughi palestinesi nelle terre in cui vivevano prima di fuggire tra il 1948 e il 1967.
Naturalmente il successo della risoluzione pro-palestinese dipende dal modo in cui Abbas intende comportarsi nei confronti di Hamas. È un fatto che Hamas è politicamente allineata sulle posizioni dell´Iran e della Siria, non esita a lanciare indiscriminatamente razzi contro la popolazione israeliana e persegue una assurda volontà di distruzione di Israele. Perciò è stata definita sia da Gerusalemme sia da Washington «una organizzazione terroristica». L´Autorità palestinese sarebbe saggia se, chiedendo il riconoscimento collettivo dello Stato palestinese, si limitasse ad indicare la Cisgiordania e Gerusalemme est. Oramai Gaza è un´entità a sé, un "governo di fatto" che né l´Autorità Palestinese né Israele riescono a controllare politicamente e militarmente. È una spina nel fianco sia di Israele sia dell´Autorità Palestinese, e costituisce un grave problema di cui prima o poi dovrà farsi carico tutta la comunità internazionale. Molti Stati occidentali potrebbero votare a favore della risoluzione pro-palestinese se Gaza venisse lasciata fuori, a meglio sottolineare che Abbas è un moderato che persegue fini pacifici e non intende negare l´esistenza dello Stato di Israele e tanto meno compiere atti terroristici contro quello Stato.

domenica 7 agosto 2011

Repubblica 7.8.11
Berlino, quando la città si svegliò con il muro
Berlino, 13 agosto 1961 la città si risveglia divisa dalla più grande cortina della Guerra fredda Il racconto di quei giorni
di Peter Schneider


La storia decisiva fu quella di Peter Fechter, raggiunto dalle pallottole della polizia di frontiera durante un tentativo di fuga. Tutti rimasero lì a guardare per quasi un´ora come si dissanguava. Chi di noi avrebbe osato avvicinarsi al moribondo per trascinarlo nel settore ovest? La risposta a questa domanda salvò o spezzò allora molte amicizie
Era la notte tra il 12 e il 13 agosto 1961. Prima con il filo spinato e poi mattone dopo mattone la Ddr eresse la cortina che divise la Germania e il mondo tra Occidente e socialismo reale Quella barriera che cambiò la vita di migliaia di persone sarebbe rimasta in piedi quasi trent´anni, ma, come racconta un testimone dei fatti, la sua ombra non se ne andò mai del tutto

La prima, e ancora primitiva, versione del Muro mi apparve davanti quando scesi alla stazione Zoo di Berlino. Allora nella città era ancora diffusa la percezione che la costruzione di quel mostro fatto di mattoni di cemento, filo spinato e facciate delle case murate fosse un delitto epocale. Migliaia di berlinesi occidentali si erano precipitati per vedere quella frontiera eretta nel grigiore dell´alba, senza capacitarsi di quello che si ritrovavano davanti agli occhi. Subito dopo si erano attaccati al telefono per dire parole d´incoraggiamento ai concittadini nell´Est che osservavano il Muro con lo sguardo pietrificato, e avevano insultato gli operai che lo stavano costruendo lanciando contro di loro anche qualche pietra. In 250mila si erano poi raccolti davanti al palazzo comunale di Schöneberg per sollecitare le potenze che proteggevano le loro zone ad avviare un negoziato. I leader di queste, tuttavia, non ci pensavano proprio a rischiare un´altra guerra mondiale a causa della costruzione di quel muro. Tutti concordavano che, se la Repubblica Democratica Tedesca voleva sopravvivere, doveva porre fine alla fuga di milioni di cittadini. E se la soluzione era un muro, che muro fosse.
La collaborazione dell´Esercito del popolo e di milizie armate della Ddr ai lavori di costruzione sancì in poche ore il destino di centinaia di migliaia di persone; e non solo separando violentemente innumerevoli famiglie per un quarto di secolo, ma anche strappando al loro posto di lavoro decine di migliaia di pendolari della Ddr che lavoravano a Berlino Ovest. I berlinesi dell´Est che per caso quel 12 agosto 1961 avevano dormito da parenti o amici a Berlino Ovest dovettero decidere se restare in Occidente o tornare nella loro zona sigillata così all´improvviso.
Ancora oggi non si dispone di ricerche esaurienti su come i berlinesi dell´Est reagirono al nuovo status di ostaggi del governo Ulbricht. Le dimostrazioni di giubilo organizzate a Est dai partiti devono essere apparse ai più come una fiera delle mostruosità. Eva e Jens Reich, due berlinesi dell´Est dei quali poi diventai amico, si recarono quella sera alla Brandenburger Tor. Nello sguardo di quasi tutti quelli che incontravano si leggeva l´indignazione. Da quel momento in poi la metropolitana non si sarebbe più fermata nelle stazioni di Berlino Ovest e nei vagoni affollati da pendolari la tensione era così alta che sarebbe bastata una scintilla per far esplodere la rabbia trattenuta. Solo una minoranza di funzionari e di scrittori sostenitori del Partito unitario socialista tedesco gioì per le nuove opportunità che grazie al Muro il socialismo avrebbe avuto per costruire una «Germania migliore».
Le immagini dei berlinesi disperati, che riuscirono a saltare in Occidente all´ultimo istante lungo la delimitazione della Bernauerstrasse mentre il piano di sotto era già murato, hanno fatto il giro del mondo. Meno note sono invece le tragedie di chi decise di intraprendere la fuga senza riuscirci nelle settimane e nei mesi successivi alla costruzione del Muro. Una di queste storie, che si svolse subito dopo il 13 agosto, l´ho approfondita assieme a Margarethe von Trotta: un gruppo di maturandi aveva deciso di fuggire in Occidente passando dalle fogne, che non erano ancora state chiuse. Uno dei ragazzi arrivò troppo tardi e dovette tornare dai genitori. Gli altri, tra cui il suo grande amore, raggiunsero l´Occidente. Il film Gli anni del Muro racconta come quel momento mancato determinò il destino di una coppia di amanti per trent´anni, come i due difesero il loro amore nonostante vite molto differenti e come, anche così, gradualmente si allontanarono.
Di queste storie ce ne furono ovviamente a migliaia. Nella parte occidentale però non si raccontavano, se si eccettua il caso unico di Uwe Johnson, che riuscì a trasferirsi a Ovest. Nella letteratura, lo squilibrio fu evidente ben presto. Mentre nella Ddr, negli anni della Germania divisa, non ci fu un solo scrittore importante che, pur con tutta la cautela richiesta dalla censura, non affrontasse letterariamente il dramma della divisione, nella Repubblica Federale il tema non fu affrontato neanche da uno scrittore.
Per me, per quelli arrivati tardi, la storia decisiva fu quella di Peter Fechter, raggiunto dalle pallottole della polizia di frontiera durante un tentativo di fuga, il 17 agosto 1962, vicino al Checkpoint Charlie. I poliziotti, i cosiddetti Grepo, rimasero lì a guardare per quasi un´ora con i fucili caricati come Fechter si dissanguava. Atterriti dalla scena, gli abitanti di Berlino Ovest sollecitarono i soldati americani a intervenire per aiutarlo. L´ufficiale di turno era incerto sul da farsi e telefonò al comandante americano a Berlino, il maggiore generale Albert Watson II, che gli rispose: «Tenente, lei conosce i suoi ordini. Tenga duro. Non faccia niente».
La lotta contro la morte di Peter Fechter e le sue urla di aiuto diventarono per me e per molti dei miei compagni il test di una coscienza politica non ancora messa alla prova: chi di noi avrebbe osato avvicinarsi al moribondo per trascinarlo nella parte occidentale? La risposta a questa domanda salvò o spezzò allora molte amicizie. Alcuni studenti, conosciuti più tardi già negli anni della rivolta, rischiarono la vita e la libertà per diventare soccorritori di fuggiaschi, ma quando sei anni dopo l´anticomunismo diventò tra la nuova sinistra un peccato mortale, smisero quasi del tutto di rivendicare queste azioni eroiche.
Dal progetto folle della costruzione del Muro derivarono logicamente tutte le altre anomalie della politica occidentale e orientale: un commercio di esseri umani per miliardi di marchi, che per non essere politicamente scorretto era chiamato «acquisto della libertà dei prigionieri politici»; le adozioni forzate, a lungo ignorate dalle autorità federali, dei bambini figli di persone la cui fuga era fallita; il sussidio da parte della ricca Rft di una Ddr che si avvicinava sempre di più alla bancarotta. Nei giorni dopo la costruzione del Muro a Berlino Ovest, l´esclamazione più comune fu: Follia! In realtà, la caduta del Muro rappresentò la fine di una follia alla quale si erano abituati tutti e la ripresa di una normalità non presente per un lungo periodo e dimenticata.
È ancora sorprendente quanto l´indignazione dei primi mesi e anni si trasformasse rapidamente in abitudine, quasi si potrebbe dire in accettazione, sebbene con diverse intensità. Se per i tedeschi della Ddr la costruzione del Muro significò la fine della libertà di spostamento, per quelli a Ovest fu presto chiaro che, fatta eccezione per lo struggente «fratelli e sorelle a Est» con cui li martellava il gruppo editoriale Springer, a loro in realtà non era venuto a mancare molto. Gradualmente la rabbia diventò un arrabbiarsi contro le difficoltà alla frontiera. Una crepa cominciò a insinuarsi nella Repubblica Federale e anche a Berlino Ovest nella «questione tedesca». Mentre i conservatori della Cdu e le pubblicazioni della Springer continuavano a parlare, seppure a un pubblico sempre più ristretto, dell´unificazione della Germania, nella sinistra e nel Partito socialdemocratico si era diffusa la convinzione che non ci fosse modo di cambiare lo stato delle cose con i desiderata. Fu in questa terra desolata di uno sterile scontro Occidente-Oriente che Willy Brandt ed Egon Bahr gettarono il seme della politica della distensione. Questo nuovo approccio però poteva essere applicato solo a caro prezzo. Per non mettere a repentaglio il dialogo con i governanti comunisti, i negoziatori dell´Ovest dovettero troncare ogni contatto con i dissidenti della Ddr, dell´Unione Sovietica e della Polonia. Parole provocanti come «Muro della vergogna» o «riunificazione» dovettero essere cancellate dal vocabolario per essere sostituite dal concetto falso ma distensivo che il socialismo in questi paesi fosse riformabile. Di questo pensiero ristretto fu vittima il tema più importante della Germania: la separazione e il suo superamento. Lo slogan contro l´oppressione nella Ddr diventò monopolio della destra; chi si collocava a sinistra preferiva aggirare questi scomodi dati di fatto.
Nel 1980 trascorsi sei mesi tenendo conferenze nell´America Latina. Al mio ritorno, il mio sguardo per quella frontiera nel frattempo modernizzata fu più distaccato: sì, il Muro era la costruzione più assurda del mondo cui nessuno riusciva a sottrarre lo sguardo, pensai, l´antagonista tedesco, per così dire, della Statua della libertà, ma al tempo stesso niente si sapeva su quello che la costruzione aveva fatto alle persone che vivevano nella sua ombra. Quando cominciai le ricerche per Il saltatore del Muro, dovetti scontrarmi con lo scetticismo di quasi tutti gli amici ai quali parlavo del mio progetto. Già il tema stesso mi rendeva sospetto. Innanzitutto cozzava contro i canoni dell´originalità in letteratura. Non c´erano già migliaia di articoli che avevano il Muro come tema? Secondo, e quest´argomento pesava di più, non mi stavo inoltrando nel territorio della destra e della Bild-Zeitung, che una persona di sinistra ben informata avrebbe voluto evitare a tutti i costi? Chi avesse rimestato nella questione del Muro e della divisione della Germania, ritenuto anch´esso un risultato della guerra di Hitler, sarebbe diventato un sostenitore della Guerra fredda e, sì, anche un revisionista e un revanscista.
Non occorreva essere particolarmente brillanti né avere capacità profetiche per scoprire il «Muro nella testa di ciascuno di noi», che io nel mio libro chiamai per nome e descrissi per primo. Bastava la curiosità. Una curiosità che tuttavia, nell´isterico periodo della Guerra fredda e del pensiero ristretto, era merce rara. Una recensione di Die Welt, giornale del gruppo Springer, scrisse allora che era sorprendente che il libro fosse stato scritto proprio da una persona di sinistra. Il libro era decisamente più intelligente del suo autore.
Nel corso degli anni, da entrambi i lati del Muro, incontrai dei dissidenti della Ddr che nel cuore erano ancora dei comunisti - Stephan Hermlin, Stephan Heym, Heiner Müller, Thomas Brasch, Christa Wolf, Christoph Hein e Volker Braun, tra molti altri. Ancora oggi mi chiedo che cosa li abbia spinti a restare fedeli, anche a Muro caduto, a uno Stato che aveva cacciato via tanti loro colleghi e minacciato loro stessi con la censura e con il divieto di pubblicare la loro «critica solidale». Qual era l´origine di quella curiosa lealtà, in qualche modo anche masochista, per i loro aguzzini? Era la convinzione che la Ddr fosse in principio davvero l´unico Stato antifascista sul suolo tedesco? O era forse che non riuscivano semplicemente ad ammettere di aver scommesso per tutta una vita su un progetto mandato a monte dai popoli dell´Europa centrale e dell´Est con una vera rivoluzione? O forse lo Stato li aveva davvero viziati?
La fedeltà di molti intellettuali della Ddr a una dittatura che aveva imposto loro la strada e che aveva trasformato in prigionieri politici decine di migliaia di loro concittadini meno noti continua a essere un fenomeno tutto tedesco e senza analogie in nessun altro paese del blocco dell´Est. È ancora sorprendente, inoltre, che tra gli scrittori di orientamento di sinistra della Repubblica Federale nessuno abbia abbracciato la tempesta della libertà che impazzava nell´Europa centrale e dell´Est. Temo che la classe intellettuale tedesca non si sia ancora ripresa da quella incredibile e finora non ammessa assenza di reazione da parte dei rappresentanti della sua letteratura.
Quando il Muro cadde, ventinove anni dopo la sua costruzione, la tempesta che investì quella mostruosità arrivò indubbiamente da Est. I tedeschi dell´Ovest e le potenze che li proteggevano sono rimasti lì a sfregarsi gli occhi mentre i popoli dell´Europa centrale e dell´Est e infine anche i tedeschi dell´Est assalivano i bastioni della dittatura comunista. Che cosa accadde veramente a Ovest? Perché nessuno vide arrivare quella rivoluzione? Persino nella Cdu, ha ammesso Helmut Kohl un anno fa, nessuno credeva più alla possibilità di una caduta del Muro e della riunificazione. Non è un rimprovero, ma un fatto storico: a Berlino Ovest e nella Germania Federale non c´è stata una sola manifestazione a favore della riunificazione.
Traduzione di Guiomar Parada

sabato 6 agosto 2011

l’Unità 6.8.11
Retate e sequestri nelle ultime settimane a Stoccarda e in altri centri negli ambienti neonazi
I conservatori colgono il clima e chiedono più controlli sui siti e intercettazioni telefoniche
In Germania, sindrome Oslo
Ora è l’ultradestra a far paura
È la sindrome di Oslo, la paura verso il nemico interno che si è fatta densa in Germania. Sotto osservazione i gruppuscoli neonazisti e anche il partito dell’estrema destra Npd. In aumento i crimini politici.
di Laura Lucchini

La Germania osserva con preoccupazione i movimenti dell’estrema destra, in particolare quella violenta, due settimane dopo gli attentati di Oslo e Utoya. Mentre il partito neonazista Npd tappezza Berlino di cartelloni elettorali che incitano all’odio contro gli stranieri, i dati della polizia confermano un numero alto di crimini politici in tutto il Paese nei primi mesi dell’anno. Ancora una volta è l’estrema destra a fare da capolista.
In totale sono stati commessi 11.148 delitti con motivazione politica in Germania nella prima metà di quest’anno. Non sono dati definitivi, ma un resoconto parziale che la polizia ha presentato ai partiti e che è diventato notizia ieri dopo essere stato pubblicato dal quotidiano berlinese Tagesspiegel. Si tratta in particolare di atti vandalici, incendi dolosi, apologia del nazismo, violenze fisiche e due attentati mortali (è il caso di un fanatico musulmano che ha agito da solo uccidendo due soldati americani a Francoforte).
TRISTE PRIMATO
Il triste primato va ancora una volta, come da anni ormai, ai neonazi e ad altri delinquenti di destra, con 6.433 crimini, tra cui 314 atti violenti. Quasi il doppio di quelli commessi dai movimenti di estrema sinistra, che comunque ammontano a 3.381. Molti meno i delitti con movente politico commessi per mano di stranieri, tra cui si contano anche quelli di stampo islamico, che furono in totale 359.
Dopo mesi in cui il governo aveva lanciato un allarme contro possibili attacchi terroristi, di stampo religioso, che portò addirittura alla chiusura della cupola del Reichstag ai turisti per tutto il periodo natalizio e fino alla scorsa primavera, ora cresce ogni giorno la sensazione che il nemico sia in casa, così come in Norvegia, ma con l’aggravante che l’estrema destra è in Germania un problema endemico e non certo un fatto isolato.
Che il livello di tensione è alto lo ha confermato la scorsa settimana un’ampia operazione della polizia a cui hanno preso parte 140 agenti e che ha portato all’arresto di 18 persone tra i 17 e i 49 anni, sospettate di aver dato vita ad una associazione segreta di estrema destra con fini violenti, la Standarte Würrtenberg, fondata appunto nella regione di Stoccarda. Prova di questo sarebbero le armi sequestrate: una pistola Mauser con 100 munizioni, fucili ad aria compressa modificati e coltelli. La retata non aveva alcun nesso diretto con gli attentati di Oslo. Non ci sono nemmeno prove che il gruppo pianificasse azioni violente a breve termine. Non c’è dubbio però che la tragedia andata in scena nella vicina e stimata Norvegia abbia schiacciato l’acceleratore su una serie di indagini che prendono di mira i movimenti dell’ultra destra. Il ministro degli Interni, il conservatore bavarese Hans Peter Friedrich, che nei mesi passati aveva dichiarato che la violenza di destra non era superiore o più preoccupante di quella di estrema sinistra, ha dovuto fare un passo indietro la scorsa settimana. Friedrich ha detto che non si possono escludere in Germania attentati come quelli di Oslo, si è poi detto «particolarmente preoccupato per il gruppo degli Autonomi Nazionali», un movimento di destra violento che cresce rapidamente e conta già un migliaio di membri.
Secondo l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione, nel 2010 in Germania sono state registrate 219 associazioni di estrema destra illegali per un totale di 25.000 simpatizzanti, di cui circa 9.500 potenzialmente violenti. Si tratta però di movimenti illegali la cui vera estensione è incerta. Accanto a questi c’è l’estrema destra legale, il cui organo principale è l’Npd, un partito che alle ultime elezioni politiche ha raccolto 770.000 voti, pari all’1,8% della popolazione. L’Npd non ha fatto che crescere dalla sua fondazione (tranne alcuni cali di voti isolati) e nonostante non sia mai riuscito ad entrare nel parlamento federale, ha però potuto piazzare alcuni dei suoi membri nelle giunte comunali e anche nei parlamenti di alcuni stati federati. Governi successivi hanno provato a farlo dichiarare anti costituzionale senza riuscirci.
L’NPD FUORILEGGE
I politici offrono ricette diverse per far fronte a questa situazione. Secondo Andrea Nahles, segretaria generale del partito socialdemocratico Spd, «sono necessari più agenti di polizia che controllano i movimenti in Internet dell’estrema destra». Nahles, così come altri esponenti di spicco dell’Spd ad esempio il sindaco di Berlino Klaus Wowereit ieri su l’Unità -, ha rinnovato un appello per l’esclusione dell’Npd dallo spettro dei partiti democratici.
Secondo il ministro degli Interni conservatore, «bisogna tener presente che un simile processo di esclusione potrebbe implicare rischi considerevoli». Ciononostante il suo ministero ha creato un gruppo di indagine per valutare se esistono i parametri legali per iniziare un processo di questo tipo. I conservatori di Cdu e Csu hanno colto l’occasione per tirare fuori dal cassetto una proposta di legge a loro molto cara, che riguarda la raccolta e immagazzinamento di dati preventivo attraverso Internet e telefono, di persone sospettate di aver commesso o pianificato crimini. Tanto i Verdi che la Linke, la sinistra, hanno accusato la proposta di «cinismo» e «opportunismo».

l’Unità 6.8.11
Jorge Amado, confesso che ho vissuto
Dieci anni fa moriva il grande scrittore brasiliano Aveva 89 anni. Indimenticabili le sue storie di pescatori, braccianti, prostitute e fazendeiros Militò nel Partito comunista, arrestato ed esiliato
di Riccardo De Gennaro

Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Jorge Amado, che ci ha lasciato il 6 agosto 2001, quattro giorni prima di compiere 89 anni. Al contrario di scrittori molto più osannati di lui dalla critica, il «cantore di Bahia» non è stato dimenticato. Tutt’altro. Era uno scrittore popolare nel senso migliore del termine. Scriveva per il divertimento del popolo ed era vicino al popolo: «La mia creazione letteraria deriva dall’intimità, dalla complicità con il popolo», disse. «Uno scrittore che si rispetti non scrive per ottenere premi, ma per comunicare, esprimersi e riflettere, considerare, capire, ricreare la vita, aiutare l’uomo». Si definiva egli stesso «un trovatore popolare e popolaresco, un infiltrato nel mondo delle lettere, uno scribacchino di feuilleton». Era consapevole dei suoi limiti stilistici, ma non lo considerava un problema: «Nessuno dei miei detrattori conosce i miei limiti di scrittore come li conosco io». Quello che contava per lui – aveva scoperto la letteratura con Alexandre Dumas, Walter Scott e Dickens – era la storia, anzi una moltitudine di storie, che alla fine formavano un grande affresco dove si mescolavano l’epico e il picaresco: storie di pescatori, braccianti, prostitute, avventurieri, «sante», fazendeiros. Voleva farsi leggere da tutti: la «leggibilità», che a un certo punto nel Novecento parve diventare un disonore per uno scrittore, per lui era motivo di vanto.
IL PRIMO SUCCESSO
Amado conobbe il successo fin dal primo libro, Il Paese del carnevale, pubblicato a soli 19 anni, nel ’31, con i soldi prestatigli dal padre Joao, un proprietario terriero che coltivava il cacao. E proprio alla miseria e allo sfruttamento dei lavoratori delle piantagioni di cacao è dedicato il secondo romanzo, intitolato Cacao, appunto. «Romanzo proletario» era il sottotitolo, che ne annunciava il segno realista, privo di qualsiasi concessione esotica: «Nessuno protestava. Tutto andava bene. Vivevamo fuori dal mondo e la nostra miseria non interessava nessuno. Si viveva per vivere». Dopo viene Sudore, la conferma che alla sua formazione di scrittore contribuisce fortemente la militanza nel Partito comunista brasiliano. Questa sua attenzione per il mondo degli umili e dei diseredati (nel 1954 pubblicherà I sotterranei della libertà, una storia in tre volumi delle lotte del Pc brasiliano), il suo incessante impegno a favore della giustizia sociale, la sua grande popolarità gli permettono di ottenere il maggior numero di preferenze tra i deputati dello stato di Bahia eletti nel gennaio del ’46 al Parlamento federale, che avrebbe varato la Costituzione. L’esperienza dura soltanto due anni, perché nel 1948 il Partito comunista brasiliano viene dichiarato fuorilegge.
Amado, che era già stato arrestato nel ’36 per motivi politici («mi accusarono di voler organizzare l’insurrezione degli indios dell’Amazzonia»), si rifugia prima a Parigi, dove fa amicizia con Picasso, poi in Cecoslovacchia. Nel 1951 vince il Premio internazionale Stalin per la Pace, un riconoscimento di cui andrà sempre orgoglioso, anche quando Kruscev gli chiederà di restituire medaglia e diploma per sostituirli con quelli del nuovo e retroattivo Premio Lenin. Nella prima metà degli anni Cinquanta, Amado viaggia in tutti i paesi comunisti come rappresentante del Pcb. A chi gli chiede di descrivergli il Brasile risponde spesso con una battuta: «È un Paese surrealista». Il suo rapporto con Mosca ha bruscamente termine nel 1956 in seguito all’invasione dell’Ungheria. È amico di Anna Seghers, Paul Eluard, Louis Aragon, Ilya Ehrenburg, che continuano a credere nel comunismo anche dopo la denuncia dell’orrore staliniano, ma la sua delusione è talmente grande da spingerlo ad abbandonare la militanza politica e dedicarsi interamente alla letteratura.
Gabriella garofano e cannella è il romanzo della svolta. Il realismo «socialista» diventa realismo «magico», la denuncia sociale permane ma le storie si tingono di fiabesco e affondano le loro radici un passato quasi mitologico. A Dickens e Scott si affiancano Rabelais e Cervantes. Il nuovo romanzo oltrepassa le centomila copie vendute in Brasile e, tradotto negli anni successivi in una cinquantina di Paesi, lo consacra a livello internazionale. In Italia il libro trarrà beneficio del successo di Cent’anni di solitudine del suo grande amico Garcia Marquez, che nel 1968 aprirà le porte della letteratura latino-americana al grande pubblico. Gabriella, o per meglio dire Gabriela, donna sensuale ed estremamente libera in amore, sarà la prima di una serie di fortunate eroine. Dopo di lei verranno Dona Flor, Teresa Batista, Tieta de Agreste, Zezinha di Tocaia Grande, la sua Macondo. Mogli, amanti, puttane. Donne.
Uno degli ultimi libri di Amado, Navigazione di cabotaggio, contiene «gli appunti per un libro di memorie che non scriverò mai». Avrebbe potuto intitolarlo Confesso che ho vissuto, ma l’idea l’aveva già avuta il suo amico Neruda. Tra i tanti episodi della sua vita, Amado ricorda il giorno in cui conobbe Togliatti, a Roma, nella redazione dell’Unità. Era l’anno 1948 e in Italia si tenevano le elezioni. Come altri giornalisti e intellettuali stranieri Jorge era stato incaricato di seguire i risultati elettorali. C’era la diffusa convinzione che il Pci avrebbe vinto. Come sappiamo, non andò così: «I comunisti persero le elezioni, i democristiani si mantennero al potere», ma «la sconfitta non limitò i festeggiamenti, alla riunione in casa di Guttuso c’era mezzo mondo, da Moravia a Zavattini, da Carlo Levi a De Santis, da Emilio Sereni a Giancarlo Pajetta, senza parlare di alcune contesse ferventi comuniste. La mia raccolta di amicizie iniziò a Roma e proseguì a Firenze con Vasco Pratolini e a Milano con Elio Vittorini».
I SUOI FIGLI
La sua longevità lo costrinse ben presto a non avere più padri, ma soltanto figli. Uno era il regista, suo conterraneo, Glauber Rocha, che nel suo primo lungometraggio, Barravento (1962), raccontò la miseria e la fatica dei pescatori del litorale di Bahia. Nei suoi «appunti», Amado parla del ricovero in ospedale di Rocha, nell’agosto 1981 a Lisbona, malato di tumore ai polmoni: «Ci misi un anno a riprendermi da quel mese atroce passato in ospedale accanto a Glauber morente: con gli occhi fuori dalle orbite si sforzava di resistere, bramoso di vivere, si attaccava ansiosamente agli ultimi giorni che gli restavano». Glauber aveva soltanto 42 anni. Autore di 21 romanzi più una valanga di racconti, Jorge Amado non ha fatto altro che scrivere il medesimo libro: «Posso lavorare soltanto sulla realtà che ho vissuto personalmente, è per questo che gli argomenti dei miei libri si limitano a essere le sconfinate terre del cacao e la vita del popolo di Bahia. Mi muovo attorno a questi due temi, ripropongo scenari, personaggi ed emozioni sempre uguali», ha spiegato. Era quello che i suoi lettori volevano. Può continuare a riposare tranquillo, sarà ricordato anche tra cent’anni.

l’Unità 6.8.11
Etiopia, gli orrori dell’Italia di Mussolini
«Inconscio italiano» Presentato fuori concorso al Festival di Locarno il documentario di Luca Guadagnino: è un’indagine sulle radici razziste del nostro popolo. Il regista: «Si tratta di qualcosa che ritorna, come un’eco»
di Paolo Calcagno

A scavare nell’Inconscio Italiano si scoprono le radici del razzismo del nostro popolo, che in buona parte risalgono al passato colonialista del regime fascista e che, a causa di una lunga e pigra rimozione, hanno esteso le loro metastasi sino all’identità italiana del nostro tempo. A spiegarci quest’odioso quanto verosimile fenomeno è il regista e produttore Luca Guadagnino, in giuria al Festival del Cinema di Locarno e autore del documentario (ma lui preferisce definirlo «film-saggio») in bianco e nero Inconscio Italiano, presentato fuori concorso alla rassegna svizzera del «Pardo d’oro».
Guadagnino, 40 anni, siciliano di nascita e con l’infanzia trascorsa in buona parte ad Addis Abeba, dopo aver messo il dito nella piaga del conformismo e delle ipocrisie della borghesia italiana con il fortunato film Io sono l’amore (2009), realizzato 4 anni dopo il successo di Melissa P., stavolta, si rivolge alla forma del documentario per indagare su una certa identità italiana partendo dall’occupazione dell’Etiopia, fermamente voluta dal Benito Mussolini.
«Il mio legame forte con l’Etiopia mi ha spinto a realizzare questo lavoro le cui finalità vanno oltre la natura storica per sottolineare qualcosa che ritorna come un’eco: è una linea unica che continua, si evolve, ma non troppo», ha commentato Guadagnino che ha affidato la parte esecutiva del suo documentario allo sceneggiatore Giuppy d’Aura e al montatore Ferdinando Cito Filomarino.
Inconscio Italiano è costituito da due parti, la prima (di circa un’ora) comprende le analisi, ma in qualche caso anche le diagnosi, di 6 studiosi: gli storici Angelo del Boca e Lucia Ceci, gli antropologi Iain Chambers e Michela Fusaschi, i filosofi Alberto Bugio e Ida Dominijanni; la seconda parte, che si sviluppa senza dialogo sulle note di Harmonium di John Adams, dura 32 minuti e raggruppa immagini d’archivio dell’Istituto Luce, della Bbc inglese e dei cinegiornali russi dell’epoca. Vediamo le truppe italiane, guidate dai generali Graziani e Badoglio, alla conquista dell’Etiopia, gli aerei sgan-
ciare circa 500 mila tonnellate di bombe con il gas, gli effetti di sterminio su truppe e popolazione locale: «Furono circa 400mila i morti, di cui 100mila tra i civili – ricorda del Boca -. Un massacro che fu compiuto con il consenso totale degli italiani».
Le feroci rappresaglie del regime fascista si spinsero fino alle vili eliminazioni di migliaia di monaci etiopici di religione cristiana, che ebbero il torto di non condannare un paio di attentati, peraltro abortiti. C’è il ringhio di Graziani che comunica la sua soddisfazione al Duce che non era mai andato in Etiopia e che, tuttavia, aveva personalmente «guidato» a distanza la spedizione colonizzatrice; c’è il Papa Pio XII, citato quale «elemento di forte propulsione all’azione bellica»; e c’è persino il matrimonio in pompa magna, ad Addis Abeba, della figlia del generale Graziani.
«Abbiamo selezionato il nostro montaggio da ore e ore di filmati – ha spiegato Guadagnino -, stando attenti a destrutturare quei materiali che erano stati realizzati a chiari fini di propaganda di regime e, nel caso delle pellicole inglesi e russe, di critica al fascismo. Il risultato ci ha svelato immagini di puro Cinema su quanto era accaduto in Etiopia.
Quanto alla forma delle due parti staccate del filmato, è stata una scelta netta, come in delle sinassi abbiamo voluto separare i pensieri dalle immagini: sono sempre stato affascinato dai film composti da due metà, di cui una quasi senza dialogo, come Full Metal Racket, di Kubrick. Ho guardato molto anche i film di Abba Gherima, Adua e vari altri, dove si racconta l’invasione dal punto di vista degli etiopici».
Inconscio Italiano è stato realizzato con riprese da Canon 5D, è costato intorno ai 30mila euro e verrà presentato anche al Festival di Torino. «Non abbiamo accordi con reti tv – ha precisato Guadagnino, che si prepara a girare un nuovo “doc” su Bernardo Bertolucci -. Il piccolo budget del filmato ci ha consentito di produrlo senza l’assillo della committenza. Io credo nel mercato del documentario e, magari in dvd, spero in una distribuzione autonoma. Per fortuna, il pubblico è più avanti del sistema che, invece, è stupido. Intanto, come produttore, lunedì, in Toscana, darò il via alle riprese de I Padroni di Casa, con e di Edoardo Gabbriellini. Il cast è super: Elio Germano, Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi, oltre a Gianni Morandi che farà il suo ritorno sul grande schermo. Sto anche lavorando al mio nuovo lungometraggio, sto parlando molto con gli americani: sarà un film interamente “a stelle e strisce”».