il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Viaggi pensierosi
Derrida
L’eterno giramondo che seguiva il destino facendo 31 chilometri
di Maurizio Ferraris
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il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Inconscio
Il pilota nascosto che guida la mente
di Giuliano Aluffi
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il Venerdì di Repubblica 5.8.11
Quelle notti della taranta neel’Italia del boom
Ernesto De Martino 50 anni fa pubblicava La terra del rimorso
di Marino Niola
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il Fatto 5.8.11
Bonelli attacca Vendola: “Rischi pesantissimi”
Taranto dei veleni, lavoro contro salute
Caso Ilva, i carabinieri chiedono il sequestro ma l’impianto continua a produrre (e a inquinare)
di Ferruccio Sansa
Si ritiene necessaria l’emissione di un provvedimento cautelare reale, diretto all’evitare di protrarsi di attività illecite descritte nel-l’arco di 40 giorni di monitoraggio. È altresì fondamentale richiamare l’azienda agli obblighi di legge”. Il rapporto del Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Lecce (di cui Il Fatto è in possesso) è un macigno, perché l’azienda di cui si riferisce ai pm di Taranto è l’Ilva. Si richiede il sequestro dell'impianto di Taranto, che occupa 11.500 persone e produce il 70% del pil della provincia.
LAVORO contro salute: la gente sa che l’inquinamento entra nei suoi polmoni, con ogni respiro. Hanno paura gli abitanti e i lavoratori dell’Ilva, stretti tra il posto di lavoro e le giornate passate a 50 gradi nella cokeria. Timori confermati dalla Procura: disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati tra gli altri Emilio Riva, 84 anni, presidente dell’Ilva sino al 2010, e Nicola Riva, attuale presidente. Accuse che gli imprenditori respingono (Il Fatto ieri ha cercato di raccogliere la versione dell’Ilva, senza risposta).
Difficile dire che cosa sia più pesante per i cittadini di Taranto che vivono all’ombra dei 220 metri della ciminiera E 312 (la più alta d’Europa): se i timori per la salute e per il lavoro. O l’insicurezza: il 5 luglio è stata chiusa l’istruttoria per dotare l’Ilva del certificato Aia, l’Autorizzazione Integrata Ambientale. In molti hanno gridato a una vittoria per l’ambiente e la salute. Ma ecco arrivare l'allarme dei Noe.
A chi devono credere gli abitanti del quartiere Tamburi, case basse, colori spenti dalla polvere che si accumula su facciate, serramenti, vestiti stesi? Per capire bisogna guardare Taranto da lontano: l’orizzonte segnato dal fumo delle ciminiere, l’aria scura e l’acciaieria grande il doppio della città, a ridosso delle case.
Un medico disse una volta: “O si sposta l’acciaieria oppure Taranto”. Pare impossibile dipanare il nodo. Mancano dati ufficiali sulla diffusione delle malattie, l’efficacia dei controlli – quando ci sono – è contestata. Il punto di partenza potrebbe essere il rapporto dei Noe: “Sono state osservate… consistenti emissioni riconducibili allo “slooping”, all’utilizzo improprio di sei torce al servizio delle acciaierie”. Segue una tabella con decine di episodi con “una nube rossastra… eccezionale e imponente”. I Noe parlano anche di “intense emissioni non convogliate… capaci di propagarsi oltre i confini dell’Ilva” derivanti dal riversamento sul terreno di scorie per raffreddarle. Si apre un nuovo capitolo sulle “emissioni diffuse”, che sfuggono finora ai controlli. Gli investigatori richiedono “il sequestro degli impianti”.
Ma allora è giusto concedere l’Aia all’Ilva? Da una parte si schierano la Regione di Nichi Vendola e i sindacati, dall’altra ambientalisti e comitati. “L’autorizzazione mette delle certezze, toglie ogni alibi all’Ilva”, è convinto Rosario Rappa, segretario generale della Fiom Cgil. “Con l’Aia – assicura Lorenzo Nicastro, assessore regionale all’Ambiente – entreranno in vigore limiti emissivi più bassi rispetto a quelli vigenti, in linea con le migliori tecnologie disponibili”. Gli ambientalisti e i comitati contestano: “Si dà una patente di legittimità a un impianto che porta rischi pesantissimi”, è sicuro Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Pierfelice Zazzera (Idv) fa un elenco delle emergenze: “I parchi minerari, colline di sostanze tossiche che appena viene il vento finiscono nei polmoni, sono senza copertura come invece avviene all’estero. I famosi filtri per la ciminiera E312 non funzionano”.
Fabio Matacchiera, un insegnante che guida il Fondo Anti-diossina aggiunge: “Non ci sono solo le emissioni dei 200 camini dell’acciaieria, ma anche i fumi diffusi non censiti. Poi c’è il nodo dei controlli. Gli uomini dell’Arpa, dai cancelli impiegano novanta minuti per arrivare alla ciminiera. Abbastanza per consentire, a chi lo volesse, di ridurre le emissioni. I campionamenti avvengono poche volte all’anno e di giorno” .
Dalla cronaca notizie allarmanti. L’anno scorso sono state abbattute 650 pecore imbottite di diossina: pascolavano entro il limite di 20 chilometri dall’acciaieria fissato dalla Regione. Poi le analisi Asl rivelano presenze di policlorobifenili nelle acque del Mar Piccolo. Scatta il divieto di allevare le cozze: 24 operatori su 103 rischiano il lavoro.
COSÌ SI VIVE a Taranto, dove la diossina si è accumulata per decenni nella terra, nell’acqua. Nell’aria che respiri. Ricorda Rappa: “Ci vuole un risanamento drastico. Ma il Governo ha destinato ad altro i soldi già stanziati”. Interessi enormi ruotano intorno al più grande impianto siderurgico del Paese. Non c’è da stupirsi se chi si schiera va incontro a minacce, anche di morte. Su tutto regna l’incertezza. Nel 2010 il Governo vara la legge “salva-Ilva” che rimanda al 2013 l'obiettivo di un nanogrammo per metrocubo di benzo(a)pirene in aria. La Regione risponde con una norma che prevede limiti più stringenti. “Bene – commenta Rappa – ma occorre dare mezzi all’Arpa per i controlli”.
Qui si innesta la polemica di ambientalisti e comitati con la Regione: “Vendola annuncia novità che non ci sono. Si continuerà a morire”, sostiene Bonelli. Al governatore si attribuisce un atteggiamento morbido nei confronti dei Riva. Lui, Vendola, risponde così: “Abbiamo imposto all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e poi una normativa anti-benzoapirene, portando controlli a tappeto su tutto il territorio”. Aggiunge: “Dobbiamo uscire dalla contrapposizione tra rispetto dell’ambiente e salvaguardia del lavoro. Non si tratta di cercare un compromesso bensì di conseguire il rispetto delle regole e imporre i giusti livelli di tutela ambientale”.
I sindacati lo sostengono. Ma Rappa (Fiom) precisa: “In passato abbiamo difeso il posto di lavoro a scapito della salute. Oggi no, speriamo di salvare sia l’industria che la salute. Si può”. Gli ambientalisti non credono più a questa terza via. E neanche molti cittadini.
il Fatto 5.8.11
Viaggio tra i cuori neri che hanno conquistato il Nord
Svezia, alle radici della rabbia xenofoba
di Nicholas Kulish
Landskrona (Svezia) La famiglia Ahlgren, che vive nella cittadina industriale di Landskrona, ci aiuta a fare luce sulle ragioni della rabbia che ha favorito l’ascesa dei partiti xenofobi europei anche in Scandinavia.
Michael Ahlgren, licenziato poco prima di Natale dalla Croce Rossa dove lavorava nella sicurezza, ha il tatuaggio della bandiera svedese sulla spalla sinistra e ha votato per i Democratici Svedesi, un partito nazionalista che alle comunali del 2006 ha ottenuto quasi il 25% dei voti. Michael e sua moglie non hanno peli sulla lingua: il governo spende denaro per i profughi, dicono, mentre la qualità della mensa scolastica delle figlie è scadentissima e non prevede la carne di maiale per non offendere la sensibilità dei musulmani.
Ciò nonostante in città gli elettori che per primi hanno fatto suonare in Svezia il campanello d’allarme sulla gravità del sentimento anti-immigrati, stanno cominciando ad allontanarsi dal partito anche perché i principali partiti nazionali hanno fatto propri alcuni dei temi cari ai Democratici Svedesi. Landskrona, che festeggerà 600 anni nel 2013, è in prima linea nella battaglia per il futuro del Paese.
DA ANNI la città soffre di tutti i mali delle moderne società occidentali: una popolazione sempre più vecchia, un numero sempre maggiore di immigranti e il tramonto delle industrie tradizionali. E naturalmente tutto questo sta mettendo in pericolo il famoso modello dello Stato sociale svedese tollerante e generoso. Lo scorso autunno il partito di estrema destra ha ottenuto per la prima volta 20 seggi nel Parlamento nazionale non solo battendo il tasto della disoccupazione, ma anche a causa di un diminuito senso dell’appartenenza a una comunità nazionale, della crescente criminalità e della sensazione diffusa tra molti svedesi che il governo abbia esagerato nelle politiche di accoglienza di profughi e immigrati.
A Landskrona un terzo della popolazione è costituito da immigrati e il tasso di disoccupazione supera il 10% rispetto al 6% nazionale. “Qui ci sono tutti i problemi tipici della transizione da una società industriale ad una post-industriale”, dice il professor Tapio Salonen che ha scelto questa città per uno studio di tre anni sui mutamenti economici e sociali. “Landskroma è il futuro”. Quando i cantieri Oresund, che davano lavoro a quasi tutta la città, chiusero i battenti nel 1981, molti se ne andarono in cerca di lavoro e gli appartamenti vuoti furono occupati in gran parte da profughi provenienti dall’ex Jugoslavia, prima, e dall’Iraq, dopo.
IL MASSACRO del mese scorso in Norvegia ha indotto molti europei a porsi qualche interrogativo. Un esponente dei Democratici Svedesi ha dichiarato che la tragedia non sarebbe avvenuta in una “Norvegia norvegese”. Le polemiche sono state furibonde e lo stesso partito ha preso le distanze. Il segretario del partito, Bjorn Soder, condanna l’atto “insensato” di Anders Breivik. Fino al 1995 il segretario del partito era Anders Klastrom, con un passato neo-nazista. Oggi i Democratici Svedesi hanno posizioni più aperte su questioni quali i diritti dei gay e non sono più sostenitori della pena di morte. Soder ribadisce che gli immigrati debbono integrarsi nella società svedese e respinge l’ipotesi secondo cui il successo elettorale del suo partito si deve al voto di protesta del ceto medio: “Stando ai sondaggi abbiamo una base di simpatizzanti che concordano con la nostra piattaforma politica”, dice Sober. In seno al consiglio comunale di Landskrona molti provvedimenti passano con il voto dei Democratici Svedesi. “In passato si rispondeva meccanicamente no a tutte le loro richieste”, dice il presidente del Consiglio comunale, Torkild Strandberg: “Ma era un atteggiamento sbagliato”. Alle comunali del settembre 2010, i Democratici Svedesi hanno perso tre seggi passando dal 22,8% del 2006 al 15,8%. Nello stesso periodo, su base nazionale, hanno raddoppiato i voti. Secondo alcuni qui, coinvolgerli nella gestione della cosa pubblica è la strada giusta, quella che fa dire al costruttore di Landskrona Bengt Persson: “Per lo meno adesso ci ascoltano”.
(c) The New York Times News Service & Syndicate Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
l’Unità 5.8.11
Mediterraneo, tomba per seimila disperati negli ultimi sette anni
Secondo “Fortress Europe” da gennaio a luglio di quest’anno nel Canale di Sicilia hanno perso la vita quasi duemila migranti
di Marzio Cecioni
Da culla di civiltà a tomba per i poveri del mondo. In questo si è trasformato il Mediterraneo. Quasi due mila persone hanno perso la vita negli ultimi sette mesi: uomini, donne e bambini che cercavano una vita migliore in occidente scappando da guerre, carestie e povertà e invece se li è presi il mare. Il racconto dei migranti soccorsi ieri a Largo di Lampedusa, che hanno parlato di decine di cadaveri gettati a mare, conferma che il Canale di Sicilia continua ad inghiottire vite da vent’anni. Ma nel 2011, stando ai dati di Fortress Europe il blog di Gabriele del Grande che tiene il conto di vittime accertate e dei “fantasmi” partiti soprattutto da Libia e Tunisia e mai arrivati si è battuto ogni record: 1.674 tra vittime e dispersi da gennaio al 31 luglio. 239 morti al mese, 8 al giorno. E considerando che cifre ufficiali non ce ne sono, i numeri potrebbero essere maggiori. La maggior parte delle vittime e dei dispersi proveniva dall’area sub sahariana ed era partita dalla Libia in guerra. In molte occasioni, non per scelta: diversi profughi arrivati a Lampedusa in questi mesi hanno infatti raccontato che o combattevano con il regime o si imbarcavano, spesso su carrette stracolme e senza pilota. Secondo Fortress Europe, dal 1994 quasi 6mila disperati hanno trovato la morte nel Canale di Sicilia: ben più della metà (4.547) risultano dispersi. Ecco l’elenco dei principali naufragi nel 2011. 11 febbraio: 40 immigrati dispersi; 14 febbraio: 22 dispersi; 14 marzo: almeno 60 persone erano a bordo di un barcone naufragato non lontano dalla Tunisia. 30 marzo: altro naufragio nel Canale di Sicilia e 7 persone morte, tra le quali una donna incinta e un bambino. 22 marzo: un barcone con 335 somali ed eritrei parte dalla Libia, ma nessuno dei passeggeri risulta sopravvissuto. 25 marzo: nessuna notizia anche di un barcone con 68 persone a bordo. 1 aprile: vengono ritrovati i cadaveri di 27 tunisini, di età compresa tra i 19 e i 23 anni. 3 aprile: 70 corpi sono stati recuperati dopo un naufragio davanti alle coste di Tripoli. 6 aprile: un barcone si rovescia nella notte in acque maltesi. Salvati in 51, ma a bordo erano circa 300. 6 maggio: un barcone con oltre 600 migranti è naufragato all'alba davanti alle coste libiche. Centinaia i dispersi. 2 giugno: almeno 270 dispersi. 1 agosto: 26 cadaveri vengono trovati in un barcone arrivato a Lampedusa.
l’Unità 5.8.11
Salva con nome
Creative Commons: la via moderna al diritto d’autore
di Carlo Infante
Creative Commons (comunemente siglato CC) è un nuovo protocollo giuridico relativo all’uso delle opere di creatività per la condivisione e l’utilizzo pubblico. Intorno a questo processo si è creato un vastissimo movimento d’opinione che ha visto protagonista Lawrence Lessig (ora consigliere di Obama) per l’affermazione degli open content, i contenuti aperti alle pratiche creative del remix e del riuso. Le leggi sul copyright inibiscono questi processi ed è per questo che la mission di Creative Commons, nato negli Stati Uniti a cui è, da qualche anno, affiliato Creative Commons Italia, stabilisce dei nuovi margini per l’uso creativo e condiviso delle opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi. Si risponde alla rigidità del modello del copyright che afferma tassativamente “all rights reserved” (tutti i diritti sono riservati) con un nuovo concetto,“some rights reserved” (alcuni diritti sono riservati), proteggendo gli autori dagli abusi commerciali. Le licenze di tipo Creative Commons creano le condizioni per cui chi detiene diritti di copyright possa rilasciare parzialmente alcuni diritti e allo stesso tempo conservarne altri, grazie a una varietà di licenze che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio.
Queste riconfigurazioni del vecchio diritto d’autore dovrebbero essere la risposta alla questione sollevata dalla AGCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che ha minacciato di censurare le informazioni on line che violino il copyright. Le reazioni sono state fortissime: non si tratta di legittimare piraterie e abusi del diritto d’autore bensì di aprire un dibattito parlamentare, politico a tutti gli effetti, sia sulla protezione dei contenuti sia sulla libertà di internet.
Va ripensata una disciplina del diritto d’autore che non si aggiorna dal 1941, inscrivendola nel contesto del web che sta creando straordinarie opportunità di nuova produzione culturale.
Si deve quindi riconoscere un sostanziale diritto degli autori delle opere d’ingegno che troppo spesso la Siae non sa contemplare, concentrata sul premiare pochi benemeriti e su logiche restrittive irragionevoli. Allo stesso tempo va incentivato il libero accesso ai contenuti in rete, per estendere una diffusione sempre più ampia dell’informazione culturale, favorendo sia gli autori sia gli utenti di quel “metamedium” che è internet, piattaforma che ricombina le informazioni, arricchendole del valore d’uso di chi le interpreta con creatività, come accade nel cosiddetto remix.
Gli scenari in cui circola la cultura, nelle sue diverse forme, da quella musicale a quella letteraria, stanno cambiando radicalmente e in questa mutazione risiede sia la nascita di una nuova cultura sia la possibilità di rilanciare le prospettive per possibili nuovi mercati.
l’Unità 5.8.11
Il dossier, all’indomani della morte del piccolo George, folgorato da un cavo in una roulotte
Il flop del sindaco. Avevano parlato di «una rivoluzione copernicana», non si è visto nulla
Il piano rom era solo uno slogan
L’ultimo fallimento di Alemanno
Nel tentativo di «ridefinire gli spazi attrezzati» l’operazione voluta dal sindaco di Roma ha prodotto solo «problematiche legate alla salute e alla sicurezza. E più di 30 bambini hanno perso la scuola».
di Luciana Cimino
George, che a fine agosto avrebbe compiuto un anno, è stato l’ultimo. Prima erano morti Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Per i quattro fratellini carbonizzati in un campo abusivo di via Appia si commosse il presidente della Repubblica che volle incontrare la famiglia. E prima ancora c’era stato Marius, 3 anni, anche lui ucciso dal fuoco nella baracca dove dormiva. Sei bambini rom morti in un anno nella Capitale. E davanti a queste tragedia l’amministrazione comunale chiede alle comunità rom una maggiore «tutela dei loro figli, prima istanza di tutti i genitori» che passa, secondo il delegato alla sicurezza del sindaco, Giorgio Ciardi, «per l’adozione di stili di vita e comportamenti nuovi e corretti». È ovviamente con le condoglianze alla famiglia del piccolo George, Alemanno, vicesindaco Belviso e Ciardi assicurano che «il piano nomadi sarà portato a termine».
Ma a che punto è questo piano, vanto e croce della capitale targata centrodestra, varato a luglio del 2009 cavalcando l’onda emotiva dell’omicidio Reggiani? Alemanno parlò all’epoca di «rivoluzione copernicana», Maroni addirittura di «modello romano da esportare». A distanza di due anni quanto è stato fatto? Quanto è costato fino adesso e quanto si è dimostrato efficace?
Prova a mettere insieme numeri e dati l’associazione 21 Luglio che si occupa di diritti umani e in particolare di minori rom. L’associazione sta preparando un dossier che boccia senza appello sindaco e Giunta. «Un piano discriminatorio, segregativo, che sperpera soldi pubblici inutilmente, che viola costantemente i diritti umani, irrazionale, inefficace», e soprattutto che sta ancora al punto di partenza, nonostante i proclami, sintetizza Carlo Stasolla, presidente di 21 Luglio. «Roma ha ricevuto una montagna di soldi per questo piano: 34 milioni di euro, per prima cosa hanno fatto un censimento con cui spiega Stasolla hanno stabilito che la città poteva “tollerare” fino a 6000 rom, ma una città può mettere un numero chiuso su base etnica?». Alemanno vuol farsi vedere operativo e comincia con gli sgomberi, forse sperando in un ritorno di immagine. «Dagli 80 insediamenti informali che sarebbero dovuti essere smantellati si è passati ai 249 registrati nel maggio 2011. Sono stati più di 400 gli sgomberi forzati realizzati dall’amministrazione comunale con una spesa stimata di 5 milioni di euro». In pratica dopo gli sgomberi gli accampamenti abusivi si sono riformati perché le alternative non c’erano. E le soluzioni previste dal piano nomadi? Quello che tutta Europa ci doveva invidiare? «Secondo il Piano spiega ancora l’associazione si sarebbe dovuto provvedere alla costruzione di nuovi “villaggi attrezzati” perimetrati, videosorvegliati e controllati da vigilanza armata oltre ai 7 già presenti. In realtà lo sgombero del Casilino 900 e de La Martora hanno prodotto una ridefinizione demografica nei 7 villaggi attrezzati già esistenti con un incremento medio di circa il 30% della popolazione residente. La prima conseguenza è stata il grave abbattimento degli spazi vitali che ha portato all’insorgenza di problematiche legate alla salute e alla sicurezza, oltre al fatto che più di 30 bambini hanno perso la scuola».
NESSUN VILLAGGIO REALIZZATO
Ma il vero dato è che «nessun nuovo villaggio è stato realizzato e l’unico in fase di costruzione è quello de La Barbuta situato tra l’altro in una zona archeologica sopra una falda acquifera e all’interno del cono di volo del vicino aeroporto. Solo per i rilievi archeologici e per la bonifica necessaria (sarebbe stata riscontrata la presenza di amianto) è stata già spesa la cifra di 1.530.000,00 euro». Niente di fatto neanche per la struttura di transito: «Non è stata mai realizzata denuncia l’associazione al contrario sono stati aperti tre centri di accoglienza in cui sono accolti più di 500 rom con una spesa annua di gestione di circa 4 milioni di euro». Secondo i calcoli di 21 Luglio quindi il Campidoglio avrebbe già speso 24 dei 34 milioni previsti per il Piano. «I soldi stanno finendo senza fare nulla». E poi c’è il versante dei diritti umani. «In un rapporto del 2010 Amnesty afferma che quella di Alemanno è una risposta sbagliata, noi diciamo che ci sono una serie di violazioni infinite». Nota Stasolla: «Concentrare le persone in un posto su base etnica è come dire che tutti gli ebrei di Roma devono vivere in un ghetto, sarebbe concepibile oggi?». Secondo 21 Luglio «per gli sgomberi esistono delle convenzioni internazionali che vengono disattese, il fotosegnalamento non andrebbe fatto ai cittadini italiani e a chi è già in possesso di documenti, così com’è è una schedatura. I regolamenti dei campi, che sono militarizzati, violano i diritti alla privacy, alla salute, all’istruzione».
L’associazione vede nero sul futuro dei rom che vivono nella Capitale. «Con Alemanno non se ne esce, ma dubitiamo che le cose cambino anche con una giunta diversa. Nessuno candidato a sindaco vince le elezioni annunciando “voglio dare le case ai rom”. Occorre coraggio politico, si ottiene più consenso con la paura».
La Stampa 5.8.11
Cirenaica 1941 C’erano ancora i lager italiani
Dopo la conquista di Bengasi sono stati aperti gli archivi Spunta un documento su tre greci internati per spionaggio
di Lucia Annunziata
Ifratelli si chiamavano Nicola, Leonida e Stati, di cognome Nikoforais. Greci, dunque «cittadini di una nazione alleata all’Inghilterra», ma abitanti a Bengasi. Contro di loro «nessuna prova è stata riscontrata», ma ugualmente, il 23 settembre del 1941, il capitano dei CC.RR. Giovanni Agrigento, ne propone «l’internamento in un campo di concentramento». «Campo di concentramento»: la più cupa idea del Secolo Breve, indicata con burocratica indifferenza, rispunta in questi giorni su un documento italiano in Libia, ritrovato in un archivio di Bengasi, facendo riaffiorare dal dimenticatoio la storia di una famiglia e un altro frammento di verità sul passato imperiale italiano in Africa.
Il documento di cui parliamo è una nota dell’Ufficio Speciale di Istruzione di Polizia, di Bengasi, inviato, secondo la intestazione «Alla Regia Prefettura e Al Regio Avv Mil Tribunale Speciale per la difesa dello Stato in Libia». È stato trovato a Bengasi, insieme ad altri documenti di archivio, grazie alla ricerca di due uomini coraggiosi, uno dei quali è rimasto ucciso nel conflitto libico. Parliamo di Peter Bouckaert, che è il capo della Emergencies Unit (il gruppo che viene inviato nelle emergenze) di Human Right Watch, e Tim Hetherington, fotografo inglese che nel 2010 aveva avuto una nomination all’Oscar per il suo documentario «Restrepo» sulla Guerra in Afghanistan.
Hetherington è rimasto ucciso in aprile a Misurata nel corso di un bombardamento delle forze di Gheddafi. I due sono stati in Libia dall’inizio del conflitto, e insieme si sono concentrati sulla apertura degli archivi dopo la conquista da parte dei ribelli della municipalità di Bengasi. L’apertura degli archivi è uno dei momenti più importanti di ogni Guerra, di ogni caduta di potere: è lì dopotutto che è celata la verità su quello che è successo – basti ricordare qui, tanto per restare ai tempi recenti, all’importanza che ha avuto l’accesso agli archivi iracheni dopo la caduta di Saddam. Per Human Right Watch, che è la maggiore organizzazione internazionale di monitoraggio dei diritti umani, è di solito uno dei primi compiti.
In quello di Bengasi erano custoditi materiali inediti che rivelano oggi di cosa era davvero formato il consenso entusiastico intorno al raiss. Dagli scaffali saltano fuori infatti, insieme alle foto celebrative, anche le sconvolgenti riprese di alcuni esecuzioni: la più crudele (e significativa) è datata 1984 – cioè l’altro ieri in termini di periodo storico.
«Era un giorno di sole intenso. Migliaia di studenti di ogni classe erano stati trasportati in autobus allo stadio di basket di Bengasi racconta Bouckaert - al centro del quale c’è un giovane con tanti ricci scuri, una barba corta, che in ginocchio chiede pietà». Il giovane si chiama Sadiq Hamid Shwehdi, ha 30 anni ed è accusato di aver fatto parte di un complotto per uccidere Gheddafi. Un complotto ordito, secondo l’accusa, dai Fratelli Musulmani per conto degli Stati Uniti. Il filmato è su pellicola, sgranato dal tempo, in bianco e nero, e il condannato piange, solo al centro dello spazio del campo di basket, e confessa i suoi crimini,ma la sentenza viene eseguita comunque. La folla applaude. Una giovane donna si distingue per il suo entusiasmo per l’esecuzione, al punto da spingersi avanti a tirare una delle gambe che il condannato sbatte in aria mentre viene appeso per il cappio. Il cartellone dei risultati delle partite fa da sfondo anche a questo ennesimo lavoro di Huda Ben Amer, il boia preferito del Colonnello Gheddafi. Ben Amer ha lasciato la sua Bengasi solo pochi mesi fa, dopo la caduta della città in mano ai ribelli.
L’esecuzione di Shwehdi è parte di dodici simili condanne eseguite dopo un fallito attacco al Colonnello da parte del Fronte Nazionale di Salvezza della Libia, cui seguirono migliaia di arresti e queste spettacolari esecuzioni portate a termine, con ironica scelta, durante il Ramadan.
Il materiale italiano viene alla luce insieme a tutti gli altri – si tratta di un fascicolo intero e di alcuni fogli separati. Bouckaert legge l’italiano a sufficienza per capirne l’interesse e ce lo invia. Dalle carte risulta bene soprattutto una storia, quella dei tre fratelli greci, dalla quale, pur sotto il peso del greve linguaggio burocratico, viene fuori il clima di sospetto, ma anche di insicurezza, degli italiani in Libia. Questi tre fratelli hanno un negozio di fotografie nella piazza più importante di Bengasi, dedicata all’ammiraglio Cagni. Ci sono anche due sorelle che, come si vede dai documenti, a un certo punto vengono anche loro arrestate, ma poi rilasciate per mancanza di ogni indizio di crimine.
Il business dei Nikoforais va molto bene. All’epoca, va ricordato, le foto sono l’ultimo grido della tecnologia – l’intero secolo, si può dire, con i suoi conflitti e i suoi poteri totalitari, ha dato un’enorme spinta allo sviluppo di ogni attività su pellicola. Film e foto per la prima volta lasciano un corredo di testimonianze storiche, ma anche private: proprio le campagne d’Africa, con tutto il loro esotismo, concorrono a suscitare l’entusiasmo dei militari che inviano a casa migliaia di immagini. Le foto sono anche per la prima volta usate per le carte di identità diventate obbligatorie in aree di conflitto e in continenti attraversati da flussi migratori.
Anche a Bengasi i militari fanno la fila per entrare nel negozio e farsi fotografare. Il Circolo degli Ufficiali è tra Piazza Cagni e Via Torino, e il centro è un viavai continuo di giovani ufficiali agghindati nelle loro bianche uniformi e accompagnati da eleganti signorine.
L’attività va così bene che se ne accorgono anche le autorità e i soldati italiani. Sarà invidia, sarà sospetto nei confronti di cittadini stranieri, fatto è che arriva più di una segnalazione sul comportamento «ambiguo» (dice un documento) dei fotografi. Tuttavia, le autorità non trovano nessuna prova di «spionaggio» e archiviano la pratica. Viene poi l’attacco inglese a Bengasi, la fuga di molti italiani, la sconfitta per le nostre truppe, cui seguono i 56 giorni di «occupazione» inglese della città. È il 1941. Una occupazione breve che ancora oggi viene discussa dagli storici: perché gli inglesi si fermano e non vanno a Tripoli? Quando gli italiani riprendono il controllo della città si è ormai in piena mentalità di guerra. I fratelli greci vengono immediatamente arrestati, anche alla luce del fatto che durante l’occupazione, leggiamo sul documento dell’internamento, «hanno ottenuto dagli inglesi l’esclusiva delle foto tessera per la carta di identità obbligatoria», con «evidente vantaggio economico». Dopo questo contatto con i nemici, anche il passato sembra spiegarsi meglio, consolidando la convinzione che le foto negli anni «sono servite a schedare tutti i soldati italiani» per passare informazioni agli inglesi.
Anche di questo servizio di spionaggio non c’è prova. Ma ormai la guerra galoppa e la vecchia Bengasi è decisamente finita, con i suoi ufficiali in bianco, le sue partite di pallone e i suoi sogni di gloria. Alla fine, forse, quel negozio non aveva nemmeno più senso. I fratelli vanno nel campo di concentramento italiano. Nessun documento ci informa come e se ne sono mai usciti.
La Stampa 5.8.11
Intervista
“Credevamo che i campi fossero già stati chiusi”
Lo storico Del Boca: negli Anni 30 Balbo provò a smantellarli
di Paolo Mastrolilli
L’ esistenza dei campi di concentramento italiani in Libia era conosciuta, ma il fatto che fossero ancora aperti negli Anni 40 è una notizia. Le informazioni più interessanti che potrebbero ancora uscire dagli archivi di Tripoli, però, riguardano secondo me soprattutto i rapporti economici che abbiamo avuto con la Libia dopo la guerra». Lo storico Angelo Del Boca è un’autorità in materia: nessuno ha studiato la presenza italiana in Libia come lui. Perciò gli abbiamo chiesto di aiutarci a mettere nel contesto i documenti trovati da Human Rights Watch a Bengasi.
Che cosa si sa dei campi di concentramento?
«Erano una quindicina. Li avevano aperti negli Anni 30 Graziani e Badoglio, per combattere l’insurrezione di Omar el Mukhtar. Siccome l’esercito italiano non riusciva a sconfiggerlo, Graziani decise di fargli terra bruciata intorno, deportando l’intera popolazione della Cirenaica che lo sosteneva. Circa centomila persone furono rinchiuse nei campi e molte migliaia morirono. Alla fine lo stesso Omar el Mukhtar venne catturato e fu impiccato nel 1931 proprio a Soluch, uno di questi campi».
Soluch è anche la prigione dove nel 1941 la polizia italiana di Bengasi chiede di internare i fratelli greci Nikoforais, accusati di collaborare con gli inglesi.
«Questo dimostrerebbe che il campo era ancora aperto, ed è una novità. Dopo l’uccisione di Omar el Mukhtar, infatti, quei centri di detenzione avevano perso il loro scopo. Balbo, quando era diventato governatore della Libia, aveva deciso di cambiare completamente politica, anche perché odiava Graziani, e in parte lo stesso Mussolini. Tra le sue decisioni c’era stata anche quella di chiudere i campi di concentramento».
Come mai allora Soluch era ancora aperto nel 1941?
«Probabilmente a causa della guerra, che aveva riproposto la necessità di avere campi per i prigionieri. Del resto eravamo impegnati in un conflitto totale, anche se sbagliato, e avevamo il diritto di difenderci. Gli stessi inglesi avevano aperto campi per i prigionieri italiani in Egitto, Kenya, Sudafrica e India. Non era raro che in queste strutture finissero collaboratori e spie, che c’erano da una parte e dall’altra».
La scoperta di questi documenti a Bengasi significa che l’eventuale caduta di Gheddafi potrebbe far emergere nuove verità?
«A Bengasi si può trovare poco, piccole operazioni locali di polizia. A Tripoli potrebbe esserci qualcosa in più. Tempo fa, visitando il castello della città, entrai in una stanza dove c’era una montagna di fascicoli sull’epoca coloniale e la dominazione britannica: un omino veniva ogni tanto a metterne in ordine qualcuno. Informai il ministro degli Esteri, Andreotti, che mandò una delegazione per recuperarli. Gheddafi, poi, ha fatto registrare circa 30 mila cassette di interviste con i familiari delle vittime della politica coloniale italiane: io ne avrò sentite sessanta o settanta, ma il resto è ancora inedito».
Quali sono le informazioni più interessanti che la Libia potrebbe ancora rivelare?
«Sul periodo coloniale e la guerra sappiamo già molto, e non credo che Gheddafi avesse interesse a nascondere qualcosa. Però mi piacerebbe molto sapere come hanno investito i loro soldi ricavati dal petrolio, e che tipo di relazioni economiche hanno stabilito con l’Italia dopo il conflitto. Ad esempio sul rapporto con l’Eni, da Enrico Mattei in poi, ci sono sicuramente parecchie cose interessanti da scoprire negli archivi della Libia».
venerdì 5 agosto 2011
il Fatto 4.8.11
Ecco dove Alemanno scarica i Rom
Viaggio tra i 350 abbandonati in via Salaria Un bimbo muore folgorato a Tor de’ Cenci
di Silvia D’Onghia
Avrebbe compiuto un anno il 31 agosto e invece è l’ennesima vittima dell’indifferenza di una politica che vive di slogan. Ieri pomeriggio ha perso la vita un altro bambino rom, stavolta nel campo nomadi di Tor de’ Cenci, a Roma. Stava giocando con una pallina nel container della nonna, quando la pallina è finita sotto il frigorifero. La manina ha toccato un filo elettrico, probabilmente scoperto, e il piccolo ha chiuso gli occhi. Inutile il trasporto all’ospedale Sant’Eugenio, dove è arrivato già morto. Il campo di Tor de’ Cenci, sulla via Pontina, ospita circa 350 persone ed è in piedi da 20 anni: ciclicamente ne viene proposta la chiusura, ma alla fine rimane sempre lì, con le sue baracche e i suoi roghi quasi quotidiani. Il nuovo vice-sindaco della Capitale, Sveva Belviso, che proviene da quel territorio, ha promesso più volte di trovare una soluzione che invece non è mai arrivata, nonostante le continue petizioni dei cittadini. Ieri ne ha annunciato la chiusura entro l’anno. Alemanno lo avrebbe dovuto sgomberare nell’autunno scorso, ma il suo Piano nomadi va avanti a favore di telecamera.
ANCHE perché, se la soluzione è scaricare le persone nel centro di accoglienza di via Salaria 971, allora son quasi meglio i container. Ci sono stati ieri mattina il responsabile Sicurezza del Pd Roma, Alberto Mancinelli e i consiglieri democratici Paolo Masini e Daniele Ozzimo. E hanno trovato una situazione “vergognosa”. Il centro occupa un’area molto vasta, ma è composto da sette casermoni all’interno dei quali vivono, stipate, 350 persone, 50 a camerata. Tutti insieme, senza distinzione di etnie o di genere. Sono kosovari, bulgari e romeni. A delimitare le “camere da letto”, se mai si possono definire così, ci sono reti metalliche modello cantiere edile. I letti non esistono, solo materassi accatastati a terra. Al posto dei comodini, cassette della frutta rovesciate. “All’interno manca la corrente elettrica – denuncia Mancinelli –, gli unici allacci sono nei corridoi”. Ma questo, forse, è il meno. “Non ci sono pannelli ignifughi, per cui se prende fuoco una coperta si rischia la strage. Un buon 40 per cento del centro è chiuso perché mancano le norme di sicurezza. Non c’è un presidio medico”. I pasti sono assicurati dalla cooperativa “Ristora”, “e sono dignitosi”, ma all’esterno dei capannoni c’è una lunga fila di cucine a gas con tanto di bombole. “Ogni rom costa intorno ai 60 euro al giorno. Non c’è un’auto della municipale o della polizia – prosegue Mancinelli –, la vigilanza è affidata a una cooperativa privata: quattro uomini per tre turni al giorno”. Dal centro i rom possono entrare e uscire liberamente, in qualsiasi orario, nessuno li controlla, ma non possono ricevere le visite dei parenti. “‘Questo è un lager, dateci una mano’, ci hanno sussurrato in molti, prendendoci in disparte. Due uomini ci hanno addirittura chiesto una mano a cercare le loro mogli, che chissà dove sono finite dopo lo sgombero del campo in cui vivevano”, ancora Mancinelli. Il paradosso? Oltre la recinzione del centro c’è un campo abusivo.
MA C’È un altro problema, ben più grave: nel centro vivono 130 minori, la maggior parte dei quali in età da scuola materna o elementare. Peccato che questi bambini rischino di vedersi negato il diritto allo studio. “Una bambina mi ha raccontato, contenta, di essere stata promossa in quinta, in una scuola dall’altra parte della città – spiega Paolo Masini –. Solo che ora che è arrivata in via Salaria non sa se potrà frequentare un altro istituto, e quale. Nessuno ha parlato con i dirigenti scolastici, che stanno formando le classi. Non è stato previsto un pulmino e si ventila addirittura l’ipotesi di mandarli in sole due scuole vicine. Così si verranno a creare delle classi ghetto”. Sempre che i bambini non tornino a mendicare per le strade, anche perchè la giunta Alemanno ha chiuso l’ufficio anti-mendicità voluto da Veltroni: “Ci votarono contro perché era soltanto uno – ricorda Masini –, ora hanno chiuso persino quello”.
Alemanno ha dichiarato di aver fatto eseguire 130 sgomberi di campi abusivi: “Vogliamo sapere quanto sono costati e perché sono stati affidati a ditte esterne e non all’Ama”, conclude Mancinelli.
Al ministro della Salute e al ministro dell’Economia, il deputato dell’Idv, Antonio Palagiano, ha rivolto un’interrogazione parlamentare sul maxi investimento stanziato dal governatore pugliese Nichi Vendola per la realizzazione, a Taranto, dell’ospedale San Raffaele del Sud. “Da un articolo apparso su ‘Il Fatto Quotidiano’, il 2 agosto, si apprende la notizia che il governatore Vendola ha intenzione di investire 200 milioni di euro regionali per la realizzazione del più grande ospedale pubblico del Mediterraneo – premette il deputato Palagiano –. Da quanto si evince, il finanziamento sarà interamente a carico dei cittadini, mentre la gestione resterà privata, nelle mani della Fondazione San Raffaele di Don Verzè”. Il testo dell’interrogazione prosegue riprendendo altre parti dell’articolo di Marco Travaglio. In conclusione il deputato scrive: “È più opportuno un investimento volto a potenziare e innovare i due nosocomi esistenti nel tarantino”. Palagiano ritiene poco efficiente un investimento di soldi pubblici in una struttura che verrà amministrata da Don Verzè. D’accordo anche il collega di partito, Pierfelice Zazzera, che si è sempre occupato dei problemi sanitari pugliesi, con interrogazioni sulle emissioni dell’Ilva. “Si tratta di un’interrogazione sacrosanta. Non si capisce perché Vendola voglia sopprimere due nosocomi già esistenti. Ricordo un’altra contraddizione del governatore: nel 2007, vennero stanziati 250 mila euro per istituire il registro delle malattie tumorali. Ma non fu mai realizzato. Uno sbaglio enorme perché il cancro si affronta soprattutto con la prevenzione, non con costosi istituti privati”. (Rob. Zun.)
l’Unità 4.8.11
Il caso a Treviso Il giudice ha autorizzato una donna, testimone di Geova, a rifiutare le terapie
«Amministratore di sostegno» Il marito incaricato di far rispettare le volontà della moglie
«Il malato terminale può decidere lo stop alle cure»
di Toni Jop
Il caso risale a gennaio e va indirezione contraria rispetto a quanto previsto dalla legge sul fine vita in discussione. Le volontà della donna sono state accettate dal giudice che le ha “blindate” con un decreto.
Pochi ci avevano fatto caso quando, a gennaio, il giudice aveva decretato, in sostanza: la signora ha diritto di rifiutare le cure quando e se i medici riterranno che saran-
no divenute inutili ai fini della sopravvivenza. Ma ora ecco che quell' atto giuridico diventa notizia, fa discutere, esce dai confini regionali mentre sembra in dirittura d'arrivo la legge nazionale che “spezzerà le reni” a quel provvedimento e alla libertà degli individui. Una bolla a tempo che si è gonfiata, cioè, nella imminenza di disposizioni sul “fine vita” dettate dall’oscurantismo di questo governo. Il caso coinvolge una coppia di coniugi, entrambi testimoni di Geova, residenti nel trevigiano. Lei è gravemente malata, la sclerosi non si ferma anche se a tratti sembra dare respiro. Mesi fa era stata ricoverata in condizioni pessime e ai medici aveva detto: «Voglio che mio marito possa negare il consenso alle emotrasfusioni e alle altre terapie volte a protrarre artificiosamente la mia vita laddove i medici ritengano che la mia situazione sanitaria sia senza speranza». Nata a San Polo di Piave quarantotto anni fa, aveva in pratica disposto che il marito diventasse depositario e artefice delle sue disposizioni testamentarie dopo un ventennio trascorso a combattere il male che la affliggeva. In ospedale aveva subito una tracheotomia, indispensabile per alleggerire i problemi respiratori. Stava a letto, in convalescenza, quando aveva chiesto di poter parlare con un giudice civile.
L’INTERVENTO DEL GIUDICE
Così, la dottoressa Clarice Di Tullio le si era seduta accanto e aveva ascoltato: la paziente le aveva proposto di poter nominare suo marito «amministratore di sostegno», figura giuridica non infrequente nelle case di riposo dove sia necessario provvedere ad alcuni atti che l’ospite non è in grado di svolgere. Il giudice le aveva dato ragione incaricando il marito con un decreto che lo autorizza anche a far rispettare le volontà della moglie a proposito del rifiuto delle cure ormai inutili. Particolare interessante: la donna aveva bocciato i medici che le suggerivano l’urgenza di una tracheostomia, ossia la versione permanente della tracheotomia e pare abbia fatto comunque la scelta giusta perché la sua situazione clinica, smentendo le previsioni, è nettamente migliorata consentendole di tornare a casa.
La dottoressa Di Tullio aveva lavorato con grande coscienziosità e aveva tratto le sue conclusioni dopo aver ancorato la sua decisione al codice deontologico dei medici nonché all’orientamento sostenuto a livello europeo sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina. Nessun intervento medico può essere messo in campo se il paziente non è informato e non concede il suo consenso: il principio è semplice, ben piantato nel diritto e anche la Cassazione l’aveva ribadito affermando che non c’è intervento medico legittimo al di fuori di questo “recinto”, altrimenti si sfonda nel campo delle illecite intromissioni nella sfera dell'autonomia di un essere umano e delle sue decisioni fondate sulla sua libera coscienza. La Procura di Treviso aveva dato il suo placet al provvedimento del giudice Di Tullio giudicandolo «motivato, articolato, condivisibile e – ciò che più conta ineccepibile sotto il profilo giuridico». Questa fondatezza riconosce quindi al marito della signora ammalata la facoltà di disporre, nel caso lei dovesse perdere conoscenza, che le cure non le prolunghino inutilmente vita e sofferenze. Soddisfatti i testimoni di Geova: «Questa sentenza ha restituito dignità alla volontà e alle libertà delle persone», hanno scritto. Nel caso in cui dovesse intervenire una legge insensibile a questa cultura, il decreto della giudice perderebbe ogni efficacia e lo Stato italiano la sua umanità.
Ecco dove Alemanno scarica i Rom
Viaggio tra i 350 abbandonati in via Salaria Un bimbo muore folgorato a Tor de’ Cenci
di Silvia D’Onghia
Avrebbe compiuto un anno il 31 agosto e invece è l’ennesima vittima dell’indifferenza di una politica che vive di slogan. Ieri pomeriggio ha perso la vita un altro bambino rom, stavolta nel campo nomadi di Tor de’ Cenci, a Roma. Stava giocando con una pallina nel container della nonna, quando la pallina è finita sotto il frigorifero. La manina ha toccato un filo elettrico, probabilmente scoperto, e il piccolo ha chiuso gli occhi. Inutile il trasporto all’ospedale Sant’Eugenio, dove è arrivato già morto. Il campo di Tor de’ Cenci, sulla via Pontina, ospita circa 350 persone ed è in piedi da 20 anni: ciclicamente ne viene proposta la chiusura, ma alla fine rimane sempre lì, con le sue baracche e i suoi roghi quasi quotidiani. Il nuovo vice-sindaco della Capitale, Sveva Belviso, che proviene da quel territorio, ha promesso più volte di trovare una soluzione che invece non è mai arrivata, nonostante le continue petizioni dei cittadini. Ieri ne ha annunciato la chiusura entro l’anno. Alemanno lo avrebbe dovuto sgomberare nell’autunno scorso, ma il suo Piano nomadi va avanti a favore di telecamera.
ANCHE perché, se la soluzione è scaricare le persone nel centro di accoglienza di via Salaria 971, allora son quasi meglio i container. Ci sono stati ieri mattina il responsabile Sicurezza del Pd Roma, Alberto Mancinelli e i consiglieri democratici Paolo Masini e Daniele Ozzimo. E hanno trovato una situazione “vergognosa”. Il centro occupa un’area molto vasta, ma è composto da sette casermoni all’interno dei quali vivono, stipate, 350 persone, 50 a camerata. Tutti insieme, senza distinzione di etnie o di genere. Sono kosovari, bulgari e romeni. A delimitare le “camere da letto”, se mai si possono definire così, ci sono reti metalliche modello cantiere edile. I letti non esistono, solo materassi accatastati a terra. Al posto dei comodini, cassette della frutta rovesciate. “All’interno manca la corrente elettrica – denuncia Mancinelli –, gli unici allacci sono nei corridoi”. Ma questo, forse, è il meno. “Non ci sono pannelli ignifughi, per cui se prende fuoco una coperta si rischia la strage. Un buon 40 per cento del centro è chiuso perché mancano le norme di sicurezza. Non c’è un presidio medico”. I pasti sono assicurati dalla cooperativa “Ristora”, “e sono dignitosi”, ma all’esterno dei capannoni c’è una lunga fila di cucine a gas con tanto di bombole. “Ogni rom costa intorno ai 60 euro al giorno. Non c’è un’auto della municipale o della polizia – prosegue Mancinelli –, la vigilanza è affidata a una cooperativa privata: quattro uomini per tre turni al giorno”. Dal centro i rom possono entrare e uscire liberamente, in qualsiasi orario, nessuno li controlla, ma non possono ricevere le visite dei parenti. “‘Questo è un lager, dateci una mano’, ci hanno sussurrato in molti, prendendoci in disparte. Due uomini ci hanno addirittura chiesto una mano a cercare le loro mogli, che chissà dove sono finite dopo lo sgombero del campo in cui vivevano”, ancora Mancinelli. Il paradosso? Oltre la recinzione del centro c’è un campo abusivo.
MA C’È un altro problema, ben più grave: nel centro vivono 130 minori, la maggior parte dei quali in età da scuola materna o elementare. Peccato che questi bambini rischino di vedersi negato il diritto allo studio. “Una bambina mi ha raccontato, contenta, di essere stata promossa in quinta, in una scuola dall’altra parte della città – spiega Paolo Masini –. Solo che ora che è arrivata in via Salaria non sa se potrà frequentare un altro istituto, e quale. Nessuno ha parlato con i dirigenti scolastici, che stanno formando le classi. Non è stato previsto un pulmino e si ventila addirittura l’ipotesi di mandarli in sole due scuole vicine. Così si verranno a creare delle classi ghetto”. Sempre che i bambini non tornino a mendicare per le strade, anche perchè la giunta Alemanno ha chiuso l’ufficio anti-mendicità voluto da Veltroni: “Ci votarono contro perché era soltanto uno – ricorda Masini –, ora hanno chiuso persino quello”.
Alemanno ha dichiarato di aver fatto eseguire 130 sgomberi di campi abusivi: “Vogliamo sapere quanto sono costati e perché sono stati affidati a ditte esterne e non all’Ama”, conclude Mancinelli.
il Fatto 4.8.11
Puglia
San Raffaele, interrogazione dell’Idv
Puglia
San Raffaele, interrogazione dell’Idv
Al ministro della Salute e al ministro dell’Economia, il deputato dell’Idv, Antonio Palagiano, ha rivolto un’interrogazione parlamentare sul maxi investimento stanziato dal governatore pugliese Nichi Vendola per la realizzazione, a Taranto, dell’ospedale San Raffaele del Sud. “Da un articolo apparso su ‘Il Fatto Quotidiano’, il 2 agosto, si apprende la notizia che il governatore Vendola ha intenzione di investire 200 milioni di euro regionali per la realizzazione del più grande ospedale pubblico del Mediterraneo – premette il deputato Palagiano –. Da quanto si evince, il finanziamento sarà interamente a carico dei cittadini, mentre la gestione resterà privata, nelle mani della Fondazione San Raffaele di Don Verzè”. Il testo dell’interrogazione prosegue riprendendo altre parti dell’articolo di Marco Travaglio. In conclusione il deputato scrive: “È più opportuno un investimento volto a potenziare e innovare i due nosocomi esistenti nel tarantino”. Palagiano ritiene poco efficiente un investimento di soldi pubblici in una struttura che verrà amministrata da Don Verzè. D’accordo anche il collega di partito, Pierfelice Zazzera, che si è sempre occupato dei problemi sanitari pugliesi, con interrogazioni sulle emissioni dell’Ilva. “Si tratta di un’interrogazione sacrosanta. Non si capisce perché Vendola voglia sopprimere due nosocomi già esistenti. Ricordo un’altra contraddizione del governatore: nel 2007, vennero stanziati 250 mila euro per istituire il registro delle malattie tumorali. Ma non fu mai realizzato. Uno sbaglio enorme perché il cancro si affronta soprattutto con la prevenzione, non con costosi istituti privati”. (Rob. Zun.)
l’Unità 4.8.11
Il caso a Treviso Il giudice ha autorizzato una donna, testimone di Geova, a rifiutare le terapie
«Amministratore di sostegno» Il marito incaricato di far rispettare le volontà della moglie
«Il malato terminale può decidere lo stop alle cure»
di Toni Jop
Il caso risale a gennaio e va indirezione contraria rispetto a quanto previsto dalla legge sul fine vita in discussione. Le volontà della donna sono state accettate dal giudice che le ha “blindate” con un decreto.
Pochi ci avevano fatto caso quando, a gennaio, il giudice aveva decretato, in sostanza: la signora ha diritto di rifiutare le cure quando e se i medici riterranno che saran-
no divenute inutili ai fini della sopravvivenza. Ma ora ecco che quell' atto giuridico diventa notizia, fa discutere, esce dai confini regionali mentre sembra in dirittura d'arrivo la legge nazionale che “spezzerà le reni” a quel provvedimento e alla libertà degli individui. Una bolla a tempo che si è gonfiata, cioè, nella imminenza di disposizioni sul “fine vita” dettate dall’oscurantismo di questo governo. Il caso coinvolge una coppia di coniugi, entrambi testimoni di Geova, residenti nel trevigiano. Lei è gravemente malata, la sclerosi non si ferma anche se a tratti sembra dare respiro. Mesi fa era stata ricoverata in condizioni pessime e ai medici aveva detto: «Voglio che mio marito possa negare il consenso alle emotrasfusioni e alle altre terapie volte a protrarre artificiosamente la mia vita laddove i medici ritengano che la mia situazione sanitaria sia senza speranza». Nata a San Polo di Piave quarantotto anni fa, aveva in pratica disposto che il marito diventasse depositario e artefice delle sue disposizioni testamentarie dopo un ventennio trascorso a combattere il male che la affliggeva. In ospedale aveva subito una tracheotomia, indispensabile per alleggerire i problemi respiratori. Stava a letto, in convalescenza, quando aveva chiesto di poter parlare con un giudice civile.
L’INTERVENTO DEL GIUDICE
Così, la dottoressa Clarice Di Tullio le si era seduta accanto e aveva ascoltato: la paziente le aveva proposto di poter nominare suo marito «amministratore di sostegno», figura giuridica non infrequente nelle case di riposo dove sia necessario provvedere ad alcuni atti che l’ospite non è in grado di svolgere. Il giudice le aveva dato ragione incaricando il marito con un decreto che lo autorizza anche a far rispettare le volontà della moglie a proposito del rifiuto delle cure ormai inutili. Particolare interessante: la donna aveva bocciato i medici che le suggerivano l’urgenza di una tracheostomia, ossia la versione permanente della tracheotomia e pare abbia fatto comunque la scelta giusta perché la sua situazione clinica, smentendo le previsioni, è nettamente migliorata consentendole di tornare a casa.
La dottoressa Di Tullio aveva lavorato con grande coscienziosità e aveva tratto le sue conclusioni dopo aver ancorato la sua decisione al codice deontologico dei medici nonché all’orientamento sostenuto a livello europeo sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina. Nessun intervento medico può essere messo in campo se il paziente non è informato e non concede il suo consenso: il principio è semplice, ben piantato nel diritto e anche la Cassazione l’aveva ribadito affermando che non c’è intervento medico legittimo al di fuori di questo “recinto”, altrimenti si sfonda nel campo delle illecite intromissioni nella sfera dell'autonomia di un essere umano e delle sue decisioni fondate sulla sua libera coscienza. La Procura di Treviso aveva dato il suo placet al provvedimento del giudice Di Tullio giudicandolo «motivato, articolato, condivisibile e – ciò che più conta ineccepibile sotto il profilo giuridico». Questa fondatezza riconosce quindi al marito della signora ammalata la facoltà di disporre, nel caso lei dovesse perdere conoscenza, che le cure non le prolunghino inutilmente vita e sofferenze. Soddisfatti i testimoni di Geova: «Questa sentenza ha restituito dignità alla volontà e alle libertà delle persone», hanno scritto. Nel caso in cui dovesse intervenire una legge insensibile a questa cultura, il decreto della giudice perderebbe ogni efficacia e lo Stato italiano la sua umanità.
mercoledì 3 agosto 2011
La Stampa 3.8.11
Giovani, indignarsi non basta
di Abraham B. Yehoshua
Sei mesi fa un giovane scrittore mi ha invitato come ospite di un suo laboratorio di scrittura. Sono arrivato a una casa in uno dei quartieri più eleganti di Tel Aviv il cui bel salone era affollato da una sessantina di giovani scrittori e poeti ansiosi di ricevere suggerimenti da un esperto collega. Prima di rispondere alle domande ho però detto loro: se fossi venuto a parlare della possibilità di riscattare il movimento laburista israeliano ci sarebbero state a malapena 3 o 4 persone ad ascoltarmi.
Mi sono ricordato di questo episodio osservando, stupito e soddisfatto ma anche preoccupato e confuso, le tendopoli sorte in questi giorni in Israele in segno di protesta contro la politica del governo. Una protesta decisa e autentica nella quale già si riconoscono segnali di aggressività da parte di giovani e meno giovani e incentrata, per il momento, su una sensazione di impotenza dinanzi al continuo e insostenibile aumento dei costi delle case e degli affitti. È chiaro tuttavia che dietro a tale protesta si nasconde un disagio più profondo, conseguenza del crescente indebolimento dello stato sociale e dei valori di solidarietà che sono stati per anni il fondamento dello stato ebraico. E nonostante l’economia israeliana abbia resistito bene alla crisi finanziaria globale sono stati i ceti medio bassi della popolazione a sobbarcarsi il fardello di questo successo al prezzo di una crescente difficoltà a sbarcare il lunario e di un divario sempre più ampio tra le classi sociali.
Ma questa protesta spontanea potrà trasformarsi in una presa di posizione politica e ideologica tale da garantire risultati a lungo termine in parlamento e una svolta nella linea politica dell’attuale governo? Oppure resterà una contestazione un po’ infantile, ricca di espedienti e di creatività mediatica che si esaurirà da sé, o in seguito a qualche rassicurante promessa di riforma, reale o immaginaria, già fatta dal governo Netanyahu?
Dopo tutto Israele non è la Siria o l’Egitto, nazioni prive di infrastrutture politiche e ideologiche in grado di incanalare le proteste o la «rivoluzione» democratica in atto. Israele non ha bisogno di Piazze Tahrir né di manifestazioni violente nelle principali città. Qui abbiamo partiti politici con lunghi anni di esperienza e i membri del partito laburista, di quello comunista arabo-israeliano e del Meretz alla Knesset, persone competenti e affidabili, conoscono bene i problemi sociali del Paese e già da molti anni parlano del crescente divario fra le classi e del fatto che, anche se il tasso di disoccupazione non è alto rispetto ad altri Paesi occidentali, molti lavoratori si trovano al di sotto della soglia di povertà. Tali rappresentanti propongono serie soluzioni economiche per alleviare il crescente malessere e costruiscono modelli ideologici su come mantenere lo stato sociale senza precipitare in un deficit finanziario come quello della Grecia o della Spagna. Purtroppo gli organizzatori della protesta delle tendopoli e altri cittadini in difficoltà non supportano pienamente la sinistra democratica e sono ancora indecisi se impegnarsi in un’attività politica in vista delle future elezioni. E mentre decine di migliaia di persone sfilano in cortei nelle strade delle grandi città solo poche decine sono disposte a presenziare ai raduni dei candidati del partito laburista in corsa per la leadership.
Per quale motivo? Non c’è dubbio che il tradimento del presidente Shimon Peres e del ministro della Difesa Ehud Barak, ex leader del Labour, che hanno spinto il partito a perseguire una politica sociale di destra e che poi, per opportunismo politico, lo hanno abbandonato unendosi alle fazioni di Sharon e Netanyahu, hanno danneggiato la reputazione del movimento socialdemocratico lasciandolo lacerato e impoverito. Ma ora che questo movimento cerca il riscatto grazie a leader seri, giovani o anziani, non potrà ricostruire una vera forza politica senza il sostegno dei ceti meno abbienti e senza l’entusiasmo di ragazzi che, usciti dall’apatia, hanno deciso di protestare coraggiosamente contro il governo.
Talvolta è la ricca e vivace vita culturale israeliana a prendere il posto di un’attività politica organizzata e pure le comunicazioni via Internet e la rete sociale Facebook creano un clima di beato narcisismo che non sprona la gente a recarsi a votare nel giorno delle elezioni. La destra israeliana è forte, ben organizzata e gode del sostegno incondizionato dei partiti religiosi che beneficiano di generosi sussidi, sia negli insediamenti illegali dei territori occupati sia nelle roccaforti dei centri di studio religiosi. E infatti non ci sono molti religiosi osservanti nelle tendopoli sorte nelle varie città. Se perciò i giovani organizzatori dell’attuale protesta non vogliono che il loro movimento rimanga un episodio isolato dovranno impegnarsi a portare avanti un grigio e costante lavoro politico per rivitalizzare il movimento socialdemocratico che ha dato ottimi risultati nel periodo della creazione di Israele e nel suo governo per lunghi anni. È vero, l’attività politica può essere sfibrante, frustrante e riservare non poche delusioni. Ma chi pensa di poter rimanere in disparte ed evitare di sporcarsi le mani lascerà il campo ad altri che porteranno avanti una politica di tipo diverso e si ritroverà in una tenda stretta e soffocante come parte di una protesta forse di tutto rispetto ma inefficace.
La Stampa 3.8.11
Ecco perché ho rinunciato al referendum anti-porcellum
di Stefano Passigli
Caro Direttore, alcuni mesi fa, assieme a grandi personalità della società civile, annunciai un referendum abrogativo degli aspetti più intollerabili dell’attuale legge elettorale. Oggi le chiedo ospitalità a nome del comitato promotore per annunciare la rinuncia a proseguire la raccolta delle firme ed illustrarne le ragioni. Scopo del referendum era in primo luogo obbligare il Parlamento a modificare il Porcellum, pena il vedere abolite in via referendaria quelle liste bloccate che sono un affronto alla democrazia rappresentativa, e quel premio che trasformando una minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi mette a rischio le istituzioni della Repubblica. La legge risultante dal referendum manteneva la proporzionale già presente nel Porcellum, ma la correggeva in senso maggioritario abrogando qualsiasi deroga allo sbarramento del 4% e riducendo così la frammentazione introdotta dal turno unico del Mattarellum e rafforzata dal premio di maggioranza del Porcellum.
Iniziata la raccolta delle firme, alcuni parlamentari, tra cui Veltroni, Castagnetti e Parisi, con Di Pietro e alcuni esponenti del Sel, hanno annunciato un «contro referendum» per reintrodurre il Mattarellum. Malgrado il nostro tentativo di non dividere il fronte referendario dichiarando una moratoria nella raccolta delle firme e invitando ad una azione comune, gli stessi hanno egualmente depositato i loro quesiti, dichiarando apertamente di voler fermare il nostro referendum. Poco importa che i loro quesiti non fossero in grado di superare il vaglio della Corte Costituzionale e di far rivivere il Mattarellum. E poco importa che il turno unico del Mattarellum fosse - al pari del premio di maggioranza del Porcellum - la principale causa di quella disomogeneità delle maggioranze di governo che ha provocato il fallimento dei governi Prodi e Berlusconi. Nel momento in cui la crisi dei debiti sovrani rende necessario un massimo di coesione nazionale, e la crisi della maggioranza possibile il ricorso ad elezioni anticipate o a governi istituzionali, ci è sembrato prioritario non dividere le opposizioni. Di fronte a due referendum contrapposti, destinati ad un probabile fallimento che avrebbe compromesso per sempre le possibilità di modificare in via referendaria la legge elettorale, il comitato promotore - considerata la reciproca disponibilità a non procedere oltre - ha deciso di rinunciare alla raccolta delle firme. Se però torneremo a votare con le liste bloccate e il premio di maggioranza, è bene che i cittadini sappiano che la responsabilità è interamente di quanti hanno voluto un controreferendum puramente strumentale.
La nostra iniziativa non è stata però inutile. In primo luogo, la riforma della legge elettorale è tornata nel dibattito politico, e si è dimostrato che se il Parlamento fallisse nel compito di riformare la legge i cittadini avrebbero lo strumento per farlo. In secondo luogo, la nostra proposta ha mostrato l'inconsistenza di alcuni luoghi comuni propagandati negli ultimi anni: un esame comparativo mostra ad esempio che, eccezion fatta per la Francia, alternanza e competizione bipolare si accompagnano in tutta Europa a sistemi elettorali proporzionali variamente corretti, mentre nel sistema maggioritario per eccellenza - l’Inghilterra – il turno unico ha prodotto un sistema tripolare in cui un governo di coalizione si è formato solo dopo le elezioni. L’affermazione che il bipolarismo è il prodotto del maggioritario, mentre la proporzionale produce frammentazione e instabilità, è insomma decisamente smentita dalla realtà dei paesi europei.
Un ulteriore luogo comune è l’affermazione che con il voto i cittadini debbano eleggere non solo il Parlamento ma anche il governo. Mentre ciò avviene nei sistemi presidenziali, che però conoscono appositi pesi e contrappesi, in un sistema come il nostro che i Costituenti nel 1947 e i cittadini nel 2006 hanno voluto parlamentare, non si vede come si possa pretendere che elettori cui non è concesso di scegliere i propri rappresentanti debbano però eleggere il governo. Pretesa oltretutto ipocrita: l’attuale governo Berlusconi si regge infatti su di una maggioranza formatasi in Parlamento, e diversa da quella uscita dalle urne.
Infine, intorno al nostro referendum si è registrata un’imponente mobilitazione della società civile che domanda di non abbandonare la battaglia per modificare il Porcellum. A questa domanda porteremo risposta con la costituzione di un «Movimento per la riforma elettorale» che riproponga l’abolizione delle liste bloccate e del premio di maggioranza, e il cui primo atto sarà l’organizzazione, in autunno a Roma, di un grande convegno. Solo attraverso una selezione della classe politica che ridia spazio ai cittadini sottraendola alle oligarchie di partito, ed un ritorno ad un corretto equilibrio tra poteri che ne mantenga l’assetto previsto dalla Costituzione, potremo salvare il nostro sistema politico dal rischio crescente dell’antipolitica da un lato, e di partiti personali e di un’eccessiva concentrazione di potere dall’altro.
*Docente universitario ed ex parlamentare
l’Unità 3.8.11
Sentenza pubblica Dopo sette anni di attesa la condanna di due dei quattro frati accusati
Lawrence Grench il primo a denunciare gli abusi in lacrime: «Ora altri avranno più coraggio»
Malta, in galera i frati pedofili dell’orfanatrofio
Condannati a 5 e a 6 anni i due frati pedofili sotto processo a Malta per gli abusi sugli orfani. Il giudice per leggere la sentenza, per la prima volta pubblica, ha impiegato due ore. Fuori, lacrime di commozione delle vittime.
di Charlot Zhara
Dopo un'attesa di sette anni da parte delle vittime, è arrivata ieri una doppia sentenza di condanna per due frati della Società Missonaria di San Paolo riconosciuti colpevoli di abusi sessuali commessi dagli anni Ottanta fino al 2003. I due frati Charles Pulis e Godwin Scerri sono stati condannati rispettivamente a sei e cinque anni di reclusione.
La sentenza lunga nelle motivazioni più di 100 pagine è stata letta ieri mattina nel tribunale maltese presieduto dal magistrato Saviour Demicoli. I due frati – che hanno annunciato che ricorrerranno in appello – non hanno tradito alcuna emozione in aula mentre il giudice leggeva il dispositivo della sentenza per quasi due ore. Neanche mentre il giudice entrava nel merito delle prove degli 11 casi di abusi esibite dall’accusa, tutti ai danni di ragazzini di età compresa tra i 13 e i 16 anni al momento dei fatti, che erano sotto la loro custodia. Otto di questi caso sono accaduti nell'orfanatrofio di San Giuseppe a Hamrun mentre un'altro caso è accaduto nella colonia estiva di Marfa, sempre di proprietà della stessa società missionaria San Paolo.
Il terzo frate accusato di pedofilia – Charles Bonnett – è morto lo scorso gennaio all'età di 63 anni e quindi non è comparso in giudizio. Un quarto frate, Conrad Sciberras,
non è finito sotto processo perché aveva già abbandonato da tempo Malta e quando le accuse sono divenute pubbliche è rimasto a Roma della Casa generalizia della società San Paolo.
La condanna di ieri chiude un trauma che ha profondamente scosso la comunità cattolica maltese. E a differenza di quanto avvenne nel settembre di sette anni fa, quando emerse lo scandalo, e il giudice ordinò il divieto di pubblicazione di qualsiasi contenuto del processo, ieri il divieto è stato tolto e la lettura del giudizio pertanto è stata pubblica. Sicuramente ha giocato su questa decisione l’atteggiamento di papa Bendetto XVI che, durante la sua visita dell’aprile dell’anno scorso a Malta, proprio incontrando le vittime dell'orfanotrio di San Giuseppe, aveva chiesto un'accelerazione del giudizio nel caso sia penale sia ecclesiastico, nei confronti dei responsabili. Su quanto era avvenuto nell’orfanatrofio di San Giuseppe era stato infatti aperto un fascicolo da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dal monsignor Maltese Charles Scicluna, che si occupa dei casi dei preti pedofili in Vaticano. Ma proprio ad aprile Lawrence Grech, portavoce degli orfani violentati accusava la Curia maltese di cercare di insabbiare il processo ecclesiastico contro i frati.
Ieri parlando ai giornalisti fuori del tribunale, Grech, con le lacrime che gli scorrevano copiose sulle guance, si è detto soddisfatto delle condanne. «Adesso molte vittime che avevano paura a parlare, potranno avere più coraggio e far uscire tutta la verità», ha detto. «So che molti di loro hanno preso droga o tentato il suicidio, e persone come queste che oggi sono state riconosciute colpevoli sono responsabili anche di tutto questo perchè un trauma del genere non si dimentica, mai», ha insisito. «Le scuse non possono bastare, questi preti devono essere cacciati dalla Chiesa Cattolica», ha concluso.
il Fatto 2.8.11
Nàrraci, o Nichi, le gesta di don Verzé
di Marco Travaglio
Dev’esserci un misterioso black-out che ostruisce le comunicazioni fra Puglia e Lombardia. Ieri infatti, mentre a Milano è sempre più probabile il fallimento della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé, sprofondata in un buco di quasi 1 miliardo, a Bari il governatore Nichi Vendola conferma “di voler investire 200 milioni di euro nel più grande ospedale pubblico del Mediterraneo, il San Raffaele del Sud, l’opera che Taranto merita”. Ospedale pubblico nel senso che i soldi li mettono i cittadini pugliesi: 60 milioni già anticipati al San Raffaele, altri 14-150 in arrivo, sempre a carico dei contribuenti. La gestione invece (la chiamano “sperimentazione gestionale”) resterà privata, privatissima, affidata alla stessa Fondazione del prete affarista, già cappellano di Craxi e di Berlusconi, ma anche di Vendola. Presentando a Milano il progetto con lui alla vigilia delle regionali del 2010, don Verzé ebbe a benedire la campagna elettorale del compagno Nichi: “È un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore. Tutti segni del carisma che il Signore gli ha dato. Lo dovete eleggere ancora presidente della Regione Puglia. Almeno per altri 5-10 anni. Volete il San Raffaele a Taranto? Allora fate votare Vendola! Anche Berlusconi mi ha detto che lo stima molto, lo ritiene una persona per bene”. E ho detto tutto: “Io credo alla santità dell’uomo. E sia Berlusconi sia Vendola possiedono un fondo di santità. Se i pugliesi non saranno così illuminati da rieleggere Vendola, io lo nominerò comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”. Un quadretto edificante, non c’è che dire, se non fosse che nella pia opera finanziata dalla Regione il San Raffaele non metterà un euro: il partner privato che si accollerà una parte dei costi verrà scelto con una gara di project financing, ma non sarà il San Raffaele (e meno male, visto che ha le casse vuote e 500 milioni di debiti coi creditori, tanto che qualcuno comincia a domandarsi che fine abbiano fatto i 60 milioni già anticipati dalla Regione Puglia). Fra l’altro la fondazione San Raffaele del Mediterraneo, appena nata, ha già dovuto cambiare presidente perché l’assessore al Bilancio Michele Pelillo, finanziatore istituzionale della società, aveva avuto la bella idea di mettere a presiederla un suo socio di studio, l’avvocato Paolo Ciaccia, costretto a dimettersi per le prevedibili polemiche sul conflitto d’interessi. Un replay del caso Tedesco, nominato assessore alla Sanità da Vendola malgrado la sua famiglia fosse fornitrice della Sanità regionale. Si dirà: molti malati di Taranto devono emigrare fuori città o fuori regione, dunque il nuovo mega-ospedale serve. Mica tanto: il San Raffaele dovrebbe rimpiazzare i due vecchi ospedali tarantini, il SS. Annunziata e il Moscati che, per quanto decrepiti, vantano 680 posti letto contro i 580 di quello nuovo. Le domande a questo punto nascono da sole. 1. Non è meglio, in una delle regioni col bilancio sanitario più dissestato, investire qualche milione per ammodernare i due ospedali esistenti, anziché buttare 200 milioni in uno nuovo che per giunta farebbe perdere 100 posti letto? 2. Cos’è saltato in mente a Vendola di affidarne la gestione (analisi costi-benefici, bando di gara per progettazione e costruzione, direzione sanitaria) al San Raffaele, “partner privato scelto – denuncia l’alleato Antonio Decaro, capogruppo Pd in Regione – in via diretta senz’alcuna procedura di evidenza pubblica”? 3. Non è opportuno rimettere tutto in discussione almeno ora, visti i “requisiti gestionali” dimostrati dal San Raffaele sull’orlo del crac? Onde evitare un nuovo caso Tedesco nella sanità pugliese, forse è il caso che Vendola risponda alle contestazioni dei suoi stessi alleati, ma soprattutto ai dubbi di tanti elettori, con un’adeguata “narrazione”. Possibilmente non in poesia, ma in prosa.
il Fatto 3.8.11
Le mie ragioni su don Verzé
di Nichi Vendola
Direttore, nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune, la Asl, lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) erano autentici “buchi neri” e non solo dei rispettivi bilanci. Il più inquinato capoluogo del Sud era passato dalle gesta populiste di Giancarlo Cito alla finta modernità aziendale di Rossana Di Bello. Un disastro che porta Taranto al record del più importante dissesto finanziario dell’intera storia italiana. Sullo sfondo di queste miserie altre miserie, la povertà esplosiva di periferie in totale abbandono, l’ingorgo di ciminiere industriali mai monitorate e, per aria e nel mare, tonnellate di inquinanti di ogni tipo. Ecco Taranto. Una città appesa alle millanterie della peggiore destra italiana, ma anche una città malata, oppressa dai veleni e dalla paura, prigioniera della propria disperazione. Io ho impegnato l’azione della mia amministrazione su molti fronti: innanzitutto quello ambientale, imponendo all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e dei furani, e poi una normativa anti-benzoapirene, portando i controlli a tappeto su tutto il territorio ionico.La politica è stata per decenni il notaio degli interessi dei grandi gruppi industriali allocati a Taranto, con noi è cambiata la musica. Poi abbiamo dotato la rete sanitaria del Tarantino di infrastrutture e grandi macchine, perché la domanda di salute è particolarmente pressante laddove per oltre un secolo la città ha vissuto con l’amianto e con altri ingredienti funesti. Ma il ciclo della salute non può che essere, insieme alle bonifiche ambientali, una delle grandi linee strategiche di un diverso modello di sviluppo. Il punto è tutto qui. I due ospedali tarantini, il Santissima Annunziata e il Moscati, sono due strutture vetuste ed obsolete, del tutto inadeguate ad attrarre una domanda di ricovero e cura che è in costante fuga verso il nord e verso il circuito privato. Ricordo a me stesso che la mobilità passiva (e cioè i ricoveri fuori provincia) della sola Asl di Taranto costa alla Puglia circa 120/130 milioni di euro all’anno: come se ogni anno la mia regione regalasse un nuovo ospedale alla Lombardia. Per questa ragione abbiamo deciso di dotare Taranto di un ospedale pubblico di livello internazionale, un’opera di oltre 200 milioni di euro.
MA CHE COS’È un ospedale? E cos’è un ospedale connesso all’università e quindi alla didattica e alla ricerca? Forse qualcuno pensa che si tratti di disegnare delle scatole e poi di riempirle di tecnologie e di équipe sanitarie. Non è così facile. Un ospedale è un’azienda che deve durare nel tempo, deve cercare di nascere in sintonia con le migliori pratiche mediche, deve essere una struttura che conosce la realtà epidemiologica del proprio territorio. Si poteva affidare a un qualche ufficio tecnico locale la pratica del nuovo polo della salute? Diciamo che la fantascienza mal si concilia con la prosa amministrativa. Abbiamo peccato nell’affidare al Centro ricerche dell’Università Bocconi la predisposizione del progetto preliminare? Io non credo. Potevamo scegliere di continuare a rattoppare i nosocomi esistenti? Certo, ma io penso che Taranto meritasse e meriti una risposta di radicale innovazione. Appunto: un polo della salute (cura, didattica, ricerca). Come lo facciamo? Qui entra in campo il San Raffaele di Milano, per una semplice ragione. Si tratta dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che occupa il primo posto nella classifica italiana degli Ircs. Si tratta dell’Università privata anch’essa saldamente in testa alla classifica della qualità. Cosa fa la Regione Puglia con il San Raffaele di Milano? Regala soldi a don Verzé? E io ignoro forse che don Verzé è amico del premier? Provo a rispondere. Noi non regaliamo un euro a nessuno. La struttura è pubblica, noi non abbiamo alcuna cointeressenza finanziaria col San Raffaele di Milano, il fatto che don Verzé sia amico di Berlusconi non cambia la classifica della qualità scientifica del polo milanese della salute. A me sta a cuore solo Taranto. Il San Raffaele è partner di una fondazione in cui la Regione Puglia è l’attore centrale e controlla la cabina di regia di questo progetto: questa fondazione ha la gestione sperimentale dello start up e dei primi 3 anni di vita del futuro complesso sanitario. Finita la fase sperimentale la Regione decide come proseguire.
NEL NUOVO ospedale ci sono gli stessi identici posti letto previsti dal piano di rientro per i due nosocomi attualmente funzionanti. I contratti che medici e infermieri stipuleranno saranno quelli del pubblico impiego. Ovviamente noi, di fronte all’attuale crisi del San Raffaele di Milano, abbiamo sospeso la pubblicazione del bando per la progettazione, in attesa che la situazione si chiarisca. Se il San Raffaele fallisce noi cercheremo un nuovo partner e andremo avanti. Comunque andrà Taranto avrà il suo polo ospedaliero nuovo e sarà una grande opera pubblica. Lo dico ai miei critici in buona fede: le scelte sono tutte opinabili, chi ha responsabilità pubbliche deve ogni giorno assumere decisioni. Spesso si può sbagliare. Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale né intendo fare affari con lui (anche perché io non faccio affari).
STO SOLO tentando di dare una grande chance a una città che ha troppo sofferto. Caro Direttore, approfitto della tua generosa ospitalità per una nota a margine. Da circa 30 mesi rispondo, quasi tutti i giorni, sulle brutte storie della sanità pugliese. Non mi sono mai nascosto dietro a un dito, non ho mai minimizzato la portata della “questione morale” anche nel centrosinistra. Ho sempre riconosciuto il mio errore di presunzione (chi lavora con me non può farsi neppure sfiorare da tentazioni diaboliche). Tuttavia, ho anche rivendicato la radicalità e la tempestività con cui ho reagito alle prime avvisaglie delle inchieste. Anzi, ho cercato di fare di più. Ho voluto una legge, l’unica che c’è in Italia, che scolpisce un percorso di formazione e selezione del management sanitario, lo affida a selezionatori indipendenti e di grande autorevolezza scientifica, lo sottrae al negoziato con i partiti. Se Dio vuole, abbiamo sfidato la cattiva politica.
il Fatto 3.8.11
Ora lasci perdere quel diavolo di prete
di Marco Travaglio
La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori. 1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari. 2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avessenominatoproprioallaSanitàquandoTedescoci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese. Se è a quel caso che allude quando ammette l’“errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato provadiunapreoccupanteinsensibilitàaiconflittid’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamenteinlineacolsuoexpartito(Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri). Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessoreinquisito(ecimancherebbealtro).MaLe pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?
3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd. Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?
4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?
5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con unonuovoda580(comerisultaa me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione. Forse la sanità pugliese, una dellepiùindebitated’Italia,dovrebberisparmiarequattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era megliocolmarloconi200milionidestinatiadonVerzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?
6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora. Forse unagarapubblicaavrebbefattoemergereibuchineri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti. Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.
7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova? 8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?
il Fatto 3.8.11
Il decreto Maroni è legge, per 18 mesi reclusi nei lager
Passa al Senato la norma che estende la permanenza nei Cie L’opposizione si appellerà alla Corte di giustizia europea
di Silvia D’Onghia
La permanenza degli immigrati per 18 lunghi mesi nei Centri di identificazione ed espulsione è legge. Ieri il Senato ha convertito il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che in teoria dovrebbe recepire una direttiva comunitaria, con 151 sì e 129 no. La maggioranza ha fatto quadrato intorno al titolare del Viminale, per cui nulla ha potuto la compattezza (finale) di Pd, Idv, Udc e Terzo Polo. Qualche “errore” – si spera – nella votazione segreta degli emendamenti (chiesta dall’Udc) potrebbe infatti esserci stato, il che ha autorizzato Maroni a parlare di “principi condivisi”. Ma il risultato finale non cambia.
Non sono neanche state ascoltate le voci che arrivavano da Piazza Navona, dove il Forum immigrazione del Partito democratico , la Cgil, la Federazione nazionale della Stampa, Articolo 21 e le associazioni che ogni giorno assistono gli stranieri si erano ritrovate per un sit-in di protesta. Certo, dicono gli organizzatori di “LasciateCie entrare”, un risultato positivo è stato ottenuto: nel-l’Aula di Palazzo Madama è passato, infatti, l’ordine del giorno della senatrice Pd Marilena Adamo che “impegna il governo a predisporre ed adottare le misure necessarie a consentire ai giornalisti e agli operatori dell’informazione l’accesso ai centri per immigrati e richiedenti asilo, modificando le regole d’accesso”.
MA SI TRATTA di una vittoria parziale e non vincolante, che Maroni potrebbe decidere di non tenere in considerazione, e che comunque riguarda la circolare, firmata sempre dal ministro, che vieta alla stampa l’ingresso nei centri. Un provvedimento distinto dal decreto sui rimpatri. La piazza sa che i numeri al Senato non ci sono e il presidio dura giusto un’ora, neanche il tempo di aspettare la votazione. Al megafono si alternano i protagonisti di una protesta che vedrà, a partire da settembre, numerose altre iniziative.
Con la consapevolezza, però, che le strade da percorrere sono molto lunghe. Guai, infatti, a nominare il capo dello Stato e la possibilità che non firmi il decreto Maroni. “Non si può tirare per la giacchetta il presidente della Repubblica, che ha altre funzioni”, è la cantilena del Pd, stavolta espressa dal senatore Vannino Chiti: “Dovremo invece vigilare sul ministero dell’Interno, che deve ritirare e modificare la circolare che limita l’accesso alla stampa”. Un po’ più di coraggio nelle parole dell’idv Felice Belisario: “Chiediamo a Napolitano un’attenta valutazione”. Gli strumenti da utilizzare sembrano essere quelli giuridici: il ricorso alla Corte costituzionale e quello alla Corte di Giustizia europea. Perché, se è vero che la normativa comunitaria prevede la possibilità che uno straniero rimanga in un Cie per 18 mesi, questa deve essere supportata dai caratteri della straordinarietà. E, invece, quello che accadrà in Italia è presto detto.
I 13 Centri di espulsione sono già, a tutti gli effetti, dei luoghi di detenzione preventiva, in cui gli immigrati vengono privati di diritti fondamentali (per esempio parlare con il proprio avvocato) e non conoscono il proprio futuro. Gli attuali sei mesi di permanenza (un tempo già abnorme) non sono sufficienti al Viminale per avere certezza dell’identificazione, ma soprattutto per reperire i fondi per i rimpatri o gli accompagnamenti alla frontiera. Se la polizia non ha la benzina per le volanti, figuriamoci se si trovano gli aerei per riaccompagnare in patria gli stranieri (oltre tutto in assenza di validi accordi bilaterali). E allora i 18 mesi servono a prendere tempo, ma soprattutto a calmare la pancia della Lega.
Bisognerà capire se la miccia accesa lunedì dai richiedenti asilo reclusi nel Cara di Bari continuerà a bruciare e se assisteremo ancora a scene come quella della settimana scorsa a Milano, quando un marocchino, con moglie e figli in Italia, ha tentato il suicidio dopo aver saputo che la sua detenzione era passata da 6 a 8 mesi.
martedì 2 agosto 2011
Corriere della Sera 2.8.11
La sai l’ultima su Platone?
Intellettuali, avari, donne: così si rideva nell’antica Grecia
di Eva Cantarella
Se pensiamo ai greci li immaginiamo mentre discutono di politica nell’agorà, mentre sacrificano agli dèi, mentre durante i simposi dibattono questioni come «cosa è la giustizia» . Non, certamente, mentre si raccontano barzellette, cosa che invece a quanto pare facevano spesso. Quella che la scuola ci ha trasmesso, infatti, è la cultura «alta» dei greci. Ma esisteva anche una cultura in senso ampio, antropologico, di cui faceva parte — appunto — anche il piacere di divertirsi raccontandosi storielle spiritose. Ed è interessante ascoltarle (oggi, ovviamente, leggerle) per capire il senso greco dell’umorismo. Dove trovarle? Inutile, ovviamente, cercare nelle fonti maggiori, quelle letterarie, storiche o filosofiche, dove, se mai, è possibile trovare discorsi sul valore e gli effetti del riso, in verità non sempre positivi: Socrate ad esempio (nella Repubblica di Platone), afferma che non bisogna «essere in ogni caso amanti del riso: generalmente, infatti, quando ci si abbandona a grandi risate, questo comporta anche un mutamento interiore» ; e Aristotele (De virtutibus et vitiis) scrive che «è proprio dell’intemperanza essere amanti del ridicolo, del motteggio e della battuta facile, e l’essere faciloni nel parlare e nell’agire» . Opinioni non da poco, certamente, ma che a quanto pare non ebbero grandi effetti sul comportamento popolare. Come sta chiaramente a dimostrare una fonte minore, ma non per questo non interessante: Philogelos, l’unica raccolta di barzellette a noi giunta dell’epoca classica, di cui è in libreria una traduzione con testo greco a fronte e un’introduzione (Philogelos. Cuorcontento. Barzellette greche dei nostri avi, a cura di Giuseppe Vergara, Grauseditore, pagine 190, e 15). Sono 265, all’incirca, le storielle raccolte (i dubbi sul numero esatto dipendono dalle numerose ripetizioni), divise in sezioni articolate in sottotitoli che indicano la tipologia dei personaggi di cui ci si faceva beffe: gli avari, fra gli altri, i pavidi, gli invidiosi… impossibile citarli tutti. Limitiamoci ad alcune tipologie: le donne (specie se vecchie, secondo un topos caro ai greci, perennemente assetate di sesso). Un giovane uomo, dice un raccontino, dà ordine ai suoi servi di mandare a chiamare due vecchie in calore: «A una di loro, dice, date da bere. Con l’altra fate l’amore» . E le due vecchie, in coro: «Ma noi non abbiamo sete!» . Altra tipologia: gli abitanti di alcune città cui si attribuiscono capacità mentali non particolarmente brillanti. Cominciamo dagli abitanti di Abdera: uno di questi, cui era morto un passerotto, vedendo uno struzzo dice: «Se il mio passerotto fosse campato, adesso sarebbe grande come lui» . Un altro è in barca, ma non spira un alito di vento; avendo sentito dire che le cipolle sprigionano aria, ne riempie un sacco e lo appende a poppa. Non molto diversa la fama degli abitanti di Sidone: un centurione di quella città raccomanda ai soldati: «Sedetevi molto, oggi, perché domani la marcia è lunga» . Infine, i cittadini di Cuma: uno di essi, sotto la casa di un amico, lo chiama per nome; poiché quello non risponde, un passante suggerisce «chiamalo più forte» . E il cumano, subito: «Ehi, più forte!» . Ma l’oggetto privilegiato di sbeffeggio sono gli intellettuali (in greco scholastikoi), ai quali sono dedicate ben 103 barzellette, del tipo: uno scholastikos ha sognato che calpestava un chiodo e si è fasciato un piede; un amico gliene chiede il motivo e poi commenta: «Hanno ragione a dire che siamo stupidi: perché mai vai a dormire scalzo?» . E qui ci fermiamo, ma val la pena leggere anche le altre. Più o meno divertenti che oggi le si trovi, contribuiscono a far conoscere un aspetto della cultura antica al quale gli studiosi hanno dedicato solo sporadicamente attenzione (segnaliamo, per chi vi avesse interesse, le indagini di Renzo Tosi (Philogelos e comicità popolare, 1982), e di Mario Andreassi (Le facezie del Philogelos. Barzellette antiche e umorismo moderno, 2004). Ben venga dunque, questa nuova traduzione, che consente anche ai non specialisti di conoscere questo aspetto singolare della grecità.
Sibilla e Dino, passione e fughe «Bruceremo soli sulla terra» Il poeta finì in manicomio «Ti prego, liberami da qui»
di Paolo Di Stefano
Ci sono tanti misteri nell’amore disperato tra il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo. Tanti misteri su cui la corrispondenza tra i due non riesce del tutto a far luce. Si sa che fu un amore disperato e violento. Ma per capirci qualcosa bisogna partire da una constatazione banale: Sibilla fu nella vita di Dino il solo amore, lui fu per lei uno dei moltissimi, anche se quell’incontro le sconvolse la vita. Sul perché le sconvolse la vita, Sebastiano Vassalli (autore di un romanzo-verità memorabile sul poeta di Marradi, La notte della cometa) ha un’idea, che non tutti condividono. L’idea chiara è la sifilide, diagnosticata come nefrite e «congestione cerebrale» . Il 3 agosto 1916, quando a Barco, nel Mugello, riceve la prima visita della Aleramo, Campana è già gravemente malato, oltre che «pazzo» : l’estate precedente aveva avuto una «paralisi vasomotoria al lato destro» . Probabilmente Sibilla sa ancora poco di lui, del suo continuo girovagare per l’Italia, del soggiorno enigmatico in Argentina, dei ricoveri, dei problemi economici, degli incidenti con la polizia e dei ripetuti arresti, delle fughe in Svizzera, delle ossessioni e della malattia che ormai lo costringe a zoppicare con un occhio fisso. Sa però che qualche anno prima l’ «uomo dei boschi» aveva tentato i primi, sfortunati, contatti con i circoli culturali dell’avanguardia fiorentina (Soffici e Papini avevano perso il manoscritto delle sue poesie) e soprattutto tiene tra le mani una copia dei Canti orfici, stampati in mille copie nel giugno 1914 da un tipografo di Marradi. Sibilla è stata rapita dall’intensità visionaria di quel libro, ha anche letto la recensione di Emilio Cecchi su «La Tribuna» , ha già scambiato diverse lettere con lo stesso Campana, ha buttato giù una sua poesia ispirata ai Canti: «Cuor selvaggio,/musico cuore,/chiudo il tuo libro,/le mie trecce snodo...» . Quell’incontro nell’Appennino toscano è una «deflagrazione» . L’introduzione del carteggio (Un viaggio chiamato amore, Feltrinelli, a cura di Bruna Conti), ricostruisce il prima e il dopo. La Aleramo deve comunicare al suo amante, il diciassettenne poeta Raffaello Franchi, di essersi innamorata di Campana. È un sogno da cui Sibilla dice di non volersi svegliare, ma dura poco. In tre soli giorni scrive una decina di lettere: «Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto» , «Ho fede sai, tanta. Staremo insieme tanto. Guardiamo lontano. Amore. Baciami» , «Saremo soli sulla terra. Bruceremo» . Dino tace. E l’amore si capovolge ben presto in una «storiaccia» fatta di scenate, insulti, botte, fughe, lunghe separazioni, inseguimenti, brevi ritorni e di nuovo scenate, insulti, botte... A metà agosto si incontrano in una frazione sperduta negli Appennini, ma già qualcosa si incrina, la «nevrastenia» di Campana va e viene a ondate e diventa delirio, furore. Dino riprende a girovagare, poi torna nelle sue montagne. «Come fare a dirti che t’adoro, a mandarti qualche piccola parola che brilli e t’accarezzi più delle stelle?» , gli scrive Sibilla. Le rare risposte passano dal tu al Voi: «Come sapete ho la testa vuota. Piena del vento iemale che empie questa valle d’inferno» . Alla fine di settembre partono per Marina di Pisa, dove le cose precipitano: «Sghignazzava stridulo sinistro ed aggiungeva vituperi e sputi» . Sibilla chiede aiuto a Cecchi: «C. è malato profondamente, nevrastenia con mania acuta di fuga e annientamento» . Ottobre e novembre sono mesi difficili: si trovano e si riperdono. Ci si mette anche la gelosia e tutto si sfascia, al punto che Sibilla fugge esausta a Sorrento dopo avergli scritto: «Ti amo, soffro, sentimi (...), Dino, saprò aspettare» . Invece non aspetta e non aspetta neanche lui: «Sono troppo stanco e troppo ammalato. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto (...). Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore» . E il 7 dicembre le rinfaccia di essere andata via senza avvertirlo e le comunica che ha passato una notte con la «russa incredibile» conosciuta qualche mese prima. Cinque giorni dopo: «Io non merito di essere amato da lei. Ci separiamo» . In gennaio la Aleramo gli procura la visita da un noto psichiatra, Eugenio Tanzi, che consiglia un ricovero, ma Campana si rifugia in Piemonte. Probabilmente anche Sibilla ha bisogno di curarsi: «Cane arrabbiato che m’hai morso, muoio ma ti taglieranno la testa» . Secondo Vassalli, non c’è bisogno di chiedersi di che morso si tratta. L’amore è finito, anche quando Dino le chiede perdono e la prega di tornare da lui, e Sibilla gli risponde con parole piene di sospiri. Nel dramma verranno coinvolti i Cecchi e altri amici più o meno lontani, utilizzati come intermediari e ambasciatori, mentre Dino la cerca ovunque e lei fugge. Si ritroveranno brevemente, per l’ultima volta, a Novara, da dove Campana l’ 11 settembre la informa di essere stato arrestato: «Vieni a vedermi» . Lei andrà e tramite un magistrato milanese riuscirà a farlo ricondurre a Marradi. «Vieni a vedermi, ti prego» le scriverà ancora il 17 gennaio 1918 dal manicomio fiorentino di San Salvi, «se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita» . Ma senza risposta. Lo scambio epistolare vivrà vicissitudini analoghe: negli anni subì furti e manipolazioni, prima che la Aleramo lo «sistemasse» per consegnarlo alle stampe. Anche sulla storia di quelle carte i misteri non finiscono.
l’Unità Lettere 2.8.11
Onfray e le religioni monoteistiche
risponde Luigi Cancrini
Sembra ormai una costante: più sono criminali più si definiscono credenti, e soprattutto ciò sembra valere per i "cristiani-cattolici". La triste riprova in Norvegia. Siamo nel 2011 e si continua ad uccidere in " nome di Dio", al grido di" Dio lo vuole". Ma Dio esiste? E se la risposta è positiva, allora ne segue un'altra: perché permette di uccidere in nome proprio?
Enrico
Inevitabile ripensare, di fronte alle farneticazioni di Borghezio, alleparole di Michal Onfray, filosofo francese fra i più noti e i più1polemici del nostro tempo. Le religioni monoteiste, a suo avviso, sonostate e sono le sole in grado di provocare odii implacabili e guerre religiose. L'Islam e il cristianesimo, da questo punto di vista, hanno una storia particolarmente lunga e sanguinosa ravvivata ancora, negli anni 2000, dalle follie contrapposte di Bin Laden e di Bush. Noi cristiani per secoli abbiamo considerato i musulmani come dei nemici e siamo riusciti solo di recente, dopo l'Olocausto, a superare i pregiudizi antichi nei confronti degli ebrei. Recente e assai tardiva è stata l'abolizione di quel Deus Sabaoth, dio degli eserciti, cui si rivolgeva la preghiera dei cattolici nel corso della messa e non è uncaso, credo, che essa sia avvenuta per mano di quel Giovanni Paolo II chedella pace nel mondo e di un'intesa fra le religioni tanto si è occupato. Sapendo che un rullare di tamburi e lo sventolio delle bandiere inventano dal nulla la contrapposizione che non c'è fra le parole di Gesù1, della Bibbia o del Corano.
l’Unità 2.8.11
Biotestamento, legge da ripensare
Limitare le Dat ai soli pazienti in stato vegetativo e al tempo stesso ribadire l’obbligo della nutrizione è una scorciatoia che non funziona perché rischia di aprire contenziosi nei tribunali fino alla Consulta
di Stefano Semplici
Presidente Comitato bioetica Unesco
L’emendamento che ha ristretto l’applicazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento ai pazienti di cui sia stata accertata la «assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale» è la novità più importante introdotta dalla Camera nel disegno di legge del quale si discute dalla morte di Eluana Englaro. Più che di novità, in realtà, si dovrebbe parlare di un “ritorno” al testo approvato dal Senato ormai più di due anni fa: è stata proprio Paola Binetti ad affermare in Aula che quella utilizzata è un’espressione “tecnica” per indicare lo stato vegetativo, al quale quel testo si riferiva esplicitamente. Una brusca marcia indietro, insomma, rispetto alla scelta maturata in Commissione di estendere la applicabilità delle dichiarazioni ad ogni soggetto che «si trovi nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze e, per questo motivo, di assumere le decisioni che lo riguardano»: le centinaia di migliaia di malati di Alzheimer, per citare solo l’esempio più evidente. Perché questo comportamento a dir poco incerto, oltretutto da parte degli stessi deputati che avevano votato in Commissione a favore dell’ampliamento? La risposta è semplice. Chi ha voluto questa legge ha dovuto prendere atto che il testo arrivato in Aula rischiava di produrre un risultato paradossale: il medico sarebbe stato costretto a garantire alimentazione e idratazione artificiali ad un soggetto in stato vegetativo, ma non avrebbe potuto contare su nessuna certezza normativa nel caso di un paziente affetto da una patologia neurologica degenerativa che avesse affidato alle Dat il suo rifiuto del più ordinario e proporzionato dei trattamenti sanitari. Ha dovuto prendere atto, insomma, che questa legge era scritta male proprio dal punto di vista di chi ritiene che il bene della vita sia più importante dell’autodetermi-
nazione. Forse ha addirittura temuto che la legge potesse infine produrre, attraverso la sua rigorosa applicazione, risultati opposti a quelli voluti. E ha scelto la strada più breve e sicura: non volendo ammettere che il testo andava ripensato in modo radicale, ha cercato di delimitare il più possibile la platea, ribadendo al tempo stesso l’obbligo della nutrizione. La scorciatoia, però, non funziona.
Il testo approvato dalla Camera continua a riferirsi alla condizione di incapacità di intendere e di volere, senza ulteriori precisazioni, nei commi 1 e 2 dell’art. 1 e, soprattutto, nel comma 1 dell’art. 3: è appunto «riguardo ad un’eventuale futura perdita permanente della propria capacità di intendere e di volere» che il dichiarante può esprimere i suoi orientamenti. E tuttavia questa dichiarazione assumerà rilievo solo nel caso di una specifica e per fortuna numericamente assai circoscritta condizione di incapacità, che è quella dello stato vegetativo. Non c’è dubbio che lo strumento delle Dat sia in quanto tale funzionale al rispetto della libertà di chi non è più in grado di esprimere, qui ed ora, la sua volontà. Una volta presa la decisione di adottarlo, diventa davvero difficile escludere addirittura la quasi totalità dei cittadini potenzialmente interessati. Cosa giustifica questa vera e propria “discriminazione”, tanto più grave perché appare all’improvviso e proprio nel momento decisivo dell’applicazione? Non è dato sapere. E cosa accadrà se un fiduciario dovesse chiedere il rispetto degli orientamenti espressi da un paziente che soffre di Alzheimer (condizione pienamente compatibile con quanto previsto dal comma 1) ma non è in stato vegetativo (condizione prevista dal comma 5 affinché le dichiarazioni assumano rilievo)? È irrealistico pensare che sarà un giudice a doversi pronunciare per sciogliere il nodo di questo evidente vizio logico del testo? Anzi: che si andrà subito davanti a un giudice per stabilire se una persona può o no redigere una Dat che il medico, secondo quanto prescritto all’interno della stessa legge, non dovrà poi neppure prendere in considerazione? E cosa accadrebbe se tutto ciò arrivasse davanti alla Corte Costituzionale?
È chiaro che ci sono solo due possibilità per uscire da questo pasticcio, pericoloso prima di tutto per i promotori della legge. La via lunga e più corretta sarebbe naturalmente quella di accantonare il testo e intraprendere, con quella pacatezza che non è purtroppo dato trovare in nessuno degli schieramenti in campo, una seria riflessione sul problema tanto complesso del rispetto di tutte le persone che non sono più in grado di esprimere la loro volontà, insieme a quello del bene della vita. L’alternativa è quella di dire fin dall’inizio e senza equivoci che si parla di stato vegetativo e non di incapacità di intendere e di volere. Forse è quello che la Camera voleva fare e, per la fretta, non ha fatto, ripetendo la svista del Senato. A chi sceglie questa strada spetta però l’onere di giustificare una evidente asimmetria di trattamento fra i soggetti per i quali può essere fatta valere, sia pure in modo diverso, l’esigenza di ristabilire la continuità fra la loro volontà e il contesto attuale della loro malattia. Alcuni potrebbero contestare la compatibilità di questa asimmetria con il nostro ordinamento. Magari con qualche probabilità di successo. Altri potrebbero legittimare un diverso bilanciamento dei principi in gioco considerando il carattere drammaticamente “speciale” della condizione dei pazienti in stato vegetativo. Probabilmente trovando ampio consenso. Ma può essere questa la soluzione di coloro per i quali ogni distinzione di diritti e doveri di fronte alla vita umana, dal momento del concepimento fino a quello della morte (naturale?), è semplicemente impossibile? È un altro paradosso sul quale varrebbe forse la pena di riflettere.
l’Unità 2.8.11
I tanti «tu» che compongono l’individuo
Per alcuni l’Io sembra essere un concetto ovvio e indiscutibile, ma non è così... Per esempio che ruolo hanno il lavoro o il contesto in cui ci troviamo? Forse parliamo più di un «processo» (da difendere) che di una «sostanza»
di Massimo Adinolfi
Gramsci: «Che cos’è l’uomo?»
Per Gramsci la domanda principale della filosofia è: «che cos’è l’uomo?». Ma la risposta che interessa non è cosa sia l’uomo in generale o in quanto singolo, bensì cosa può diventare. Ciascun individuo non è infatti che il «processo dei suoi atti», l’insieme dei rapporti da cui è modificato e che può modificare.
Una volta lo scrittore Ermanno Cavazzoni chiese al pubblico di provare con la seguente frase: «quella sera, quattro poeti andarono insieme in osteria». Non funziona, vero?, domandò. C’è qualcosa, nella parola «poeta», che non si sposa bene coi numeri. I poeti non si possono raggruppare quattro a quattro. I poeti sono esistenze singolari. In realtà non è proprio così. Non c’è nessuna stranezza nel dire: «i quattro maggiori poeti italiani furono Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso». Tutto fila. Ma da questi esempi minimi si possono trarre un paio di considerazioni utili per riflettere su un concetto, quello di individuo, che molti prendono come ovvio e indiscutibile, e che tale invece non è.
La prima: essere individui sembra richiedere un certo lavoro. I quattro poeti di Cavazzoni sono individui o meglio si individualizzano proprio in quanto poeti, non viceversa. Individui non si nasce; si diventa. Certo, se fissiamo così in alto l’asticella da considerare individui solo i poeti o i filosofi (in effetti, non funziona nemmeno: «sei filosofi sono usciti a passeggio») e tutti gli altri invece gregge o carne da cannone, sposiamo una concezione della cultura e della formazione individuale decisamente troppo elitaria. Ma ciò non toglie che per essere gli individui che siamo ci siamo dovuti sottoporre a un duro lavoro.
Che comincia subito, appena nati (e anche prima, con le generazioni precedenti), e prosegue poi per il resto della vita. È evidente infatti che se fossimo già, ai nastri di partenza, gli individui che siamo, allora i giochi sarebbero tutti fatti, e quello che ci capita vivendo non avrebbe alcun senso per noi.
La seconda considerazione riguarda quello che c’è intorno. I poeti non vanno in osteria quattro a quattro, diceva Cavazzoni, però nei concorsi letterari possono classificarsi ai primi quattro posti. Vale a dire: se siamo individui e in che modo lo siamo dipende pure dal contesto in cui ci troviamo, che può prenderci di mira come individui oppure no. Il grande psicologo americano James Gibson aveva formulato il principio: «chiediti non cosa c’è dentro la testa dell’osservatore, ma dentro cosa sta la testa dell’osservatore». Ecco, dentro cosa stiamo? Se vogliamo sapere cosa c’è nelle nostre teste, qual è il nostro segreto e cosa veramente siamo proprio in quanto individui, non dobbiamo guardarci dentro, bensì intorno. Siamo italiani, ad esempio, e dunque chiunque ci individui così deve guardare al nostro paese e alla sua storia per capire cosa siamo.
Per Gibson, il principio valeva già al livello della percezione sensibile. Maurice Merleau-Ponty metteva persino in guardia dall’usare il pronome personale: sarebbe più giusto dire che «qualcosa si percepisce in me», invece di dire «io percepisco». L’io, quello, viene dopo la percezione: come un suo effetto. Figuriamoci se questa correzione non sarebbe opportuna anche per quel che «si» dice o «si» pensa: quanto sono individuali i nostri pensieri? Quanto abbiamo potuto o saputo formarli a partire solo da noi stessi, e quanto invece non risultano da quel che si sente in giro, o più probabilmente dalla televisione? Ma, si dirà, questi rilievi riguardano la personalità o il carattere di un individuo, non l’individuo in quanto tale. Al di sotto di tutto quanto cultura e ambiente depositano su di noi, ci dovrà pur essere un dato ultimo e indiviso che non ci può essere tolto: ebbene, noi saremmo individui grazie a quello.
E però cosa sia questo prezioso, ultimo nocciolo è difficile a dirsi. Né è rassicurante identificarlo con un puro dato biologico. Se lo facciamo, è per disporre di un criterio oggettivo e non aleatorio. Ma guardiamo la cosa dal lato opposto: per reputare gli uomini tutti uguali, abbiamo davvero bisogno del conforto del Dna, o riteniamo che gli uomini hanno gli stessi diritti, comunque stiano le cose dalle parti delle cellule? Per fortuna, i filosofi del diritto non hanno aspettato la nascita della moderna scienza della natura per affermare un tale principio!
Il fatto è che l’individuo è meno una sostanza che un processo. Il che non significa che, dunque, lo si può plasmare come si vuole, ma al contrario che richiede più cura. Se la sua individualità può essere violata, a maggior ragione chiede di essere difesa.
Ma proprio a questo fine dobbiamo smettere di pensare sempre solo a partire dall’individuo. Perché gli individui non sono solo le pedine di un gioco, la società, che risulterebbe dalle loro interazioni. Non va così: non c’è nessun gioco che non presupponga anzitutto delle regole. E la prima e più preziosa è proprio quella che individua le pedine come pedine, le persone come persone, e che non può evidentemente essere, a sua volta, una regola individuale.
E che regola sarà, allora? Beh, per esempio, la prima regola adottata da un popolo, la costituzione, che definisce l’ambiente nel quale stanno le nostre teste di cittadini. Se così troviamo quel che ci precede come individui, non ci perdiamo certo ma anzi ci guadagniamo, scoprendo di cosa dobbiamo sopratutto aver cura.
lunedì 1 agosto 2011
Corriere della Sera 1.8.11
Il giallo Camus
Con Giovanni Catelli Maria Zabranova parla del diario postumo del marito
L’ombra del Kgb dietro la sua fine: una vendetta dopo i fatti di Budapest
di Dario Fertilio
È la scena di un delitto probabile, quasi certo. Muore Albert Camus, 46 anni, di professione scrittore, autore dello Straniero, della Peste, del Mito di Sisifo, della Caduta, il più giovane letterato mai insignito di un Nobel. Il suo è un incidente d’auto inspiegabile e fatale; un caso che pareva destinato a dormire negli archivi francesi, tra i misteri insoluti. Invece la chiave si trovava da tutt’altra parte, molto più a Est, e là sarebbe rimasta se la vedova di uno scrittore ceco non avesse incontrato uno slavista italiano, mostrandogli certi documenti, rivelandogli due nomi. Ed ecco la verità: la ragionevole convinzione che Camus sia stato assassinato dal Kgb, addirittura su ordine di un ministro di Mosca, perché tacesse una volta per tutte dopo le denunce pubbliche sull’invasione sovietica in Ungheria. Dunque è la mattina del 4 gennaio 1960, un lunedì freddo e nebbioso, l’asfalto intorno al villaggio di Thoissey, nella Francia centrale, è coperto di brina. Sono partiti il giorno prima dalla Riviera, e ora viaggiano in quattro alla volta di Parigi, sulla macchina guidata da Michel Gallimard; oltre a Camus ci sono Janine, la moglie dell’editore, e Anne, la figlia, loro due sistemate sui sedili posteriori. La sera precedente l’hanno trascorsa in allegria alla locanda Chapon Fin, con brindisi e auguri di rito per Anne che compiva diciott’anni. Ripartiti dopo colazione, tra le nove e le dieci del mattino, procedono tranquilli, a velocità moderata, su una strada rettilinea e larga nove metri, quasi senza traffico, con buona visibilità. Scherzano sulle avventure sentimentali dello scrittore e sull’identità dell’amica che sembra lo attenda a Parigi. Giunti all’altezza di una minuscola frazione, Petit-Villeblevin, a Janine Gallimard pare di sentire il marito esclamare merde!, e subito dopo una sterzata improvvisa, inspiegabile, seguita da una scossa tanto forte da farle sembrare che «qualcosa crollasse sotto la vettura» . Gli esperti diranno che probabilmente il blocco di una ruota o la rottura di un’asse hanno fatto perdere il controllo a Gallimard, mandandolo a sbattere contro uno dei platani che costeggiavano la strada. Camus era stato estratto dalle lamiere contorte già agonizzante, il cranio fratturato e il collo spezzato. Fine della storia per mezzo secolo. Ma ecco che lo slavista e poeta Giovanni Catelli, oggi di casa in molte università della Repubblica Ceca, incontra Maria Zabranova, vedova di quel Jan Zabrana noto come scrittore ma soprattutto traduttore dal russo (incluso il mitico Dottor Zivago di Pasternak, ottenuto a suo tempo in copia dall’Italia a coronamento di una vicenda romanzesca). Con Maria, redattrice dell’editore Odeon a Praga, Catelli parla del diario postumo del marito: Tutta la vita, pubblicato in edizione ridotta in Francia e in Italia (per Duepunti di Palermo). E rileva che, rispetto all’edizione originale in ceco, manca una testimonianza fondamentale, passata inosservata, quella sul caso Camus. Qui conviene cedere la parola allo stesso Zabrana, che nel brano non tradotto riferisce di un incontro con un suo conoscente russo, evidentemente legato al Kgb: «Da un uomo che sa molte cose, e ha fonti da cui conoscerle, ho sentito una cosa molto strana. Egli afferma che l’incidente stradale in cui nel 1960 è morto Camus è stato arrangiato dallo spionaggio sovietico. Loro hanno danneggiato uno pneumatico dell’auto grazie a uno strumento tecnico che con l’alta velocità ha tagliato o bucato lo pneumatico. L’ordine per questa azione è stato dato personalmente dal ministro Shepilov, come "ricompensa"per l’articolo pubblicato su «Franc-Tireur» nel marzo 1957, nel quale Camus, in relazione ai fatti d’Ungheria, ha attaccato quel ministro, nominandolo esplicitamente...» . Il racconto di Zabrana prosegue con altri particolari, ma l’essenziale è già qui. Salvo che, dopo ricerche attente, la sua vedova ha potuto restringere a due sole persone la rosa degli informatori del marito: uno è George Gibian, ceco americano, docente di letteratura russa alla Cornell University e di frequente a Mosca e Praga dagli anni Sessanta in poi. L’altro è Jiri Zuzanek, docente all’università canadese di Waterloo, autore di un saggio importante sull’Urss e a lungo presente a Mosca. Solo quest’ultimo, vivente, adesso potrebbe confermare o smentire di essere lui l’informatore: resta però il fatto che tutti i particolari, e gli indizi, si incastrano perfettamente nel puzzle. Anzitutto Zabrana, riferendo i discorsi del suo confidente, nel 1980, menziona con precisione il discorso antisovietico pronunciato da Camus ben ventitré anni prima in Francia: vivendo a Praga e Mosca, come avrebbe potuto esserne a conoscenza se non attraverso quella fonte? Quanto al testo del discorso, venne riportato dal «Franc-Tireur» il 18 marzo, ma tre giorni prima l’impatto pubblico della conferenza, alla Salle Wagram di Parigi, era stato enorme. Violento e indignato, addirittura temerario, Camus nel clima arroventato dall’invasione dei carri armati a Budapest aveva addirittura denunciato «i massacri coperti o ordinati da Shepilov e da coloro che gli somigliano» . E, come se non bastasse, si era adoperato l’anno seguente, pubblicamente, perché Pasternak ottenesse il premio Nobel: un altro schiaffo al potere sovietico. Ce n’era abbastanza perché partisse da Mosca l’ordine di eliminarlo, certo con l’abituale professionalità degli agenti del Kgb. Manomettere l’auto, parcheggiata di notte e incustodita fuori dalla locanda di Thoissey, doveva essere stato un gioco da ragazzi. Missione compiuta secondo lo stile del servizio segreto più potente di allora: «cuore caldo, mente fredda, mani pulite» .
l’Unità 1.8.11
Berlinguer e la «diversità»: una questione politica
Non si trattava di moralismo ma della capacità di promuovere una profonda trasformazione sociale e costruire un nuovo umanesimo
di Livia Turco
La questione morale, in Enrico Berlinguer, era strettamente connessa alla sua concezione della diversità della politica e dei comunisti italiani. Non si trattava di una diversità antropologica ma politica e di progetto politico come si legge nell’intervista ad Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981, oggi ritornata al centro del dibattito pubblico, in cui Berlinguer collegava la questione morale a tre obiettivi di un programma politico. 1 ̊la scrupolosa applicazione dell’articolo 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato e motiva l’uscita del PCI dal governo di unità nazionale nella mancata rottura da parte dei partiti di governo di queste pratiche di occupazione del potere; 2 ̊ la lotta al privilegio” che va combattuto e distrutto ovunque si annidi.... che la professionalità e il merito vadano premiati.....”; 3 ̊ la creazione di un modello di sviluppo che superasse il capitalismo per dare una risposta ai bisogni umani e sociali della persona a partire dal lavoro.
Nella questione morale di Enrico Berlinguer non c’era solo l’onestà, la lotta alla corruzione ed alla invadenza partitocratica, ma una idea della politica capace di promuovere una profonda trasformazione sociale ed umana e di contribuire a costruire un nuovo umanesimo, una umanità nuova. “Una politica che non si ispirasse ad idealità profondamente vissute si ridurrebbe ad uno scettico politicismo” (E. Berlinguer. La nostra diversità aprile1981). Una politica che doveva essere testimoniata con la forza dell’esempio individuale, come seppe fare la classe dirigente del PCI, con la creazione di una forte comunità quale fu il Partito Comunista e con una azione quotidiana accanto e con le persone per risolvere i problemi e cambiare la società. In questa visione di un cambiamento sociale che fosse anche crescita dell’umanità delle persone vi era la sua speciale attenzione al femminismo e ai nuovi movimenti sociali come il pacifismo e l’ambientalismo. Come sappiamo questa sua idea della diversità della politica e dei comunisti italiani fu contrastata perché scambiata per moralismo ed espressione di un cultura politica incapace di capire la modernità. Letta con gli occhi di oggi, di fronte alle macerie morali e culturali prodotte dal berlusconismo ma anche di fronte alla domanda di senso, di legame sociale, di giustizia, di protagonismo che provengono dalla nostra società, quella idea della diversità, di una politica artefice di una trasformazione sociale che fosse anche crescita umana, quella prospettiva di una umanità nuova costruita con la forza dell’esempio individuale e della comunità, anticipa le sfide che una politica democratica e riformista deve oggi affrontare.
Oggi, infatti, il problema della moralità della politica è tutt’uno con quello della ricostruzione di un senso civico, di un tessuto di valori incentrati sul bene comune, sulla responsabilità, sui diritti e sui doveri. Il problema della moralità della politica è quello della sua autorevolezza, di dare forza e concretezza ai valori della solidarietà, del bene comune e della giustizia sociale. Contano le regole, contano le proposte che ha avanzato Bersani per ridurre i costi della politica e per cambiare la legge elettorale, ma contano soprattutto, la forza della coerenza e dell’esempio individuale. Conta moltissimo una qualità dell’esperienza politica che i partiti, a partire dal PD, dovrebbero essere in grado di proporre,una esperienza politica in cui le persone possano vivere relazioni umane significative, scambi e crescita culturale ed essere protagonisti di fatti e battaglie concrete per migliorare la vita delle persone. L’obiettivo in particolare dovrebbe essere l’applicazione dell’art.3 della Costituzione nel suo comma 2 “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. I partiti devono sentire come proprio tale compito ed essere essi stessi strumenti di lotta al privilegio, di promozione del merito, di inclusione sociale: questa è secondo me la sfida grande della moralità della politica.
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